Doveri dei medici e diritti dei pazienti: cattolici e non credenti alla ricerca di una sintesi sul fine vita

Dalla Fondazione Corte dei Gentili - presieduta da Giuliano Amato - le "Linee propositive per un diritto della relazione di cura e decisioni di fine vita" frutto di due anni di confronto fra personalità e professionisti di orientamenti diversi

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La pianificazione condivisa delle cure, l’individuazione di un fiduciario a cui affidarsi in caso di incapacità, la dichiarazione anticipata con cui il paziente mette nero su bianco volontà e preferenze. E ancora: il diritto a rifiutare le cure ma anche all’obiezione di coscienza per i medici. Sono  questi i punti principali di un rapporto presentato oggi al Senato dalla Fondazione Cortile dei gentili dal titolo “Linee propositive per un diritto della relazione di cura e decisioni di fine vita”. Un documento che è frutto del lavoro, durato due anni, di un comitato scientifico composto da credenti e non credenti, giuristi, politici, medici membri di Sicp (Società italiana cure palliative) e Siiarti (Società italiana anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva).

Per Giuliano Amato, presidente della Fondazione Cortile dei gentili, il documento mette l’accento sulla “sulla natura dialogica della relazione di cura, sull’incontro che essa deve provocare fra le ragioni mediche e quelle che scaturiscono non solo dalla malattia, ma dalla personalità del paziente”. Da qui, aggiunge Amato, nascono “l’appropriatezza e la proporzionalità della cura, oltre che la ragionevolezza della sua prosecuzione”.

L’asse portante delle “Linee propositive” è il concetto di “relazione di cura”, cioè un dialogo costante fra paziente e medico “nutrito da flussi reciproci di informazioni e valutazioni” e che tiene conto dei diritti-doveri dei camici bianchi così come di quelli dei pazienti. Secondo gli autori, le cure devono essere ispirate a tre principi: l’appropriatezza, la proporzionalità e la consensualità.

Per attuare questi principi servono poi alcuni strumenti concreti. Il primo è la pianificazione condivisa delle cure che “permette al medico di prevedere situazioni probabili o possibili ed ipotesi trattamento preferite o rifiutate”. Uno strumento che garantirebbe “una proiezione al futuro del consenso” da estendere, se il paziente lo richiede, “anche oltre una sua perdita di capacità”.

Il secondo strumento è il fiduciario, cioè “la persona dalla quale il paziente può decidere sia di essere affiancato, sia, in caso di incapacità, di essere rappresentato e tutelato nella relazione di cura”. Il ruolo del fiduciario è essenziale se si fa ricorso a un terzo strumento: le dichiarazioni anticipate del paziente. “Rivolte come sono a situazioni ipotetiche future, rimarranno affidate alle collaborazione fra il medico e il fiduciario, che dovranno attualizzarle e concretizzarle in vista del miglior rispetto delle preferenze e della volontà del dichiarante nella situazione data, in una sorta di perdurante continuazione della relazione terapeutica”, scrivono gli autori.

Il documento precisa anche che nella relazione terapeutica va collocato anche il diritto a rifiutare le cure . “E’ un risvolto necessario – proseguono gli autori – della loro consensualità e della loro stessa appropriatezza, in relazione al beneficio che ne percepisce il paziente. Questi, se capace, non può non esserne l’ultimo interprete, anche là dove si tratti di cessare la lotta per il prolungamento della sopravvivenza, interrompendo i trattamenti in atto e rimodulando le cure in senso palliativo. Nei casi di legittimo rifiuto o di non proporzionalità delle cure l’astensione e l’interruzione sono condotte che adempiono a un dovere deontologico e come tali devono essere sottratte a sanzione, sia civile che penale. Per converso, ove l’interruzione esiga l’intervento del medico e possano insorgere in ciò i presupposti per l’obiezione di coscienza, il medico potrà legittimamente sottrarsi all’intervento, nel rispetto tuttavia del dovere deontologico di assicurare altrimenti la continuità di assistenza”.

A testimoniare l’impegno per la ricerca di una sintesi fra posizioni diverse è il contributo dato dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Culturale, alla presentazione del documento a Palazzo Giustiniani. “Non abbiamo paura del dibattito su un tema così delicato perché lo scopo del Cortile dei gentili è stimolare la riflessione. Il documento viene offerto alla politica e può essere oggetto anche di critiche, ma è il risultato di un dialogo che contribuisce a scavare in profondità nella grandezza della persona e nelle questioni che sollecitano l’antropologia contemporanea”, spiega il cardinale.

LA SINTESI