Da cellule della pelle a neuroni, una nuova “terapia genica” per il Parkinson

I ricercatori del San Raffaele sono riusciti a “trasformare” cellule della pelle in neuroni dopaminergici che potrebbero compensare i deficit della malattia di Parkinson. “Con collaborazione e condividendo i risultati potremmo avere i primi test di cellule staminali sugli esseri umani già nel 2018” ha commentato Elena Cattaneo

Geni, virus inattivati e cellule della pelle. Sono i protagonisti di una ricerca condotta in Italia che potrebbe portare nel giro di qualche anno a una sorta di terapia genica per i pazienti affetti da Parkinson. In particolare gli scienziati guidati da Vania Broccoli, capo dell’Unità di ricerca Cellule staminali e Neurogenesi dell’Irccs San Raffaele di Milano, sono riusciti a indurre il differenziamento di cellule della pelle in neuroni dopaminergici attivi, capaci di produrre e secernere dopamina. Neuroni che potrebbero essere usate per curare la malattia di Parkinson in cui la carenza di dopamina crea problemi nella trasmissione degli impulsi nervosi connessi al comportamento e al movimento volontario.

Per “trasformare” le cellule della pelle in neuroni i ricercatori hanno usato una combinazione di tre geni veicolati tramite virus inattivati. “Abbiamo messo a punto nuove procedure di riprogrammazione cellulare trasformando cellule della pelle in cellule che abbiano una possibilità terapeutica” ha spiegato Broccoli a margine di un incontro a Roma organizzato dal consorzio europeo Neurostemcellrepair, coordinato dalla senatrice a vita Elena Cattaneo. “Per farlo abbiamo utilizzato non fattori di crescita, ma tre geni, che sono delle “centraline di comando” dello sviluppo neurale. Il nostro obiettivo ora è raffinare ulteriormente questi approcci, fino a ottenere neuroni umani pienamente funzionali, da utilizzare per trapianti in soggetti affetti da disturbi neurologici o malattie neurodegenerative”.

La speranza, come ha ricordato Elena Cattaneo, professore Ordinario dell’Università di Milano, dove dirige il Laboratorio di Biologia delle cellule staminali e Farmacologia delle malattie neurodegenerative, è che collaborando e condividendo i risultati scientifici prima della loro pubblicazione, si arrivi, prima del 2018, a testare le cellule staminali per il Parkinson e altre malattie neurodegenerative anche sugli esseri umani. “Lo studio per l’applicazione clinica delle cellule staminali nel Parkinson ha una radice storica molto forte in Europa – ha spiegato ancora Cattaneo – dove gli scienziati hanno imparato prima di tutti gli altri scienziati del mondo a cooperare e a radunarsi intorno a dei pionieri, per far crescere la loro idea. Proprio in Svezia sono stati fatti i primi tentativi di medicina rigenerativa per le malattie neurologiche: Anders Björklund della Lunds Universitet ha iniziato 25 anni fa, ora ci sono progetti europei che si sono aggiunti per far sì che tutto questo possa diventare nel 2018 un risultato tangibile da sperimentare nei pazienti”.

“Venticinque anni fa – ha proseguito Cattaneo – si è partiti dall’idea di provare a capire se neuroni presi da tessuto fetale abortivo, quindi tessuto cadaverico, trapiantati nel paziente parkinsoniano potessero fornire la prova di concetto che questo poteva funzionare. Sono stati trapiantati fino a oggi nel mondo 200 pazienti, con risultati alterni. Ma questa non è mai stata la strada della terapia: era la strada per capire se c’era una prova di concetto valida per arrivare allo step successivo. In alcuni pazienti questo ha funzionato così bene che sono vissuti per 15-20 con la malattia curata, senza addirittura ricorrere ai farmaci. Ma solo pochissimi (5 su 200) hanno avuto questo beneficio, quindi questo ci dice che l’idea della sostituzione dei neuroni degenerati con neuroni nuovi può funzionare, ma quei neuroni che andiamo a trapiantare devono essere prodotti meglio, purificati, caratterizzati, e la loro qualità deve essere uguale tutte le volte. Ecco allora che comincia la strada delle staminali: non più tessuto cadaverico fetale, ma una fonte di cellule per ottenere neuroni. Per dieci anni il team svedese ha lavorato per cercare di “istruire” le staminali in laboratorio per farle diventare neuroni dopaminergici autentici, riuscendo a sviluppare il modo per farlo correttamente con le cellule embrionali. Con moltlissime prove su modello animale (topi, ratti, anche scimmie), necessarie e fondamentali. Ora abbiamo dei risultati validi e c’è un protocollo e prima ancora della pubblicazione dei risultati e degli studi ci confrontiamo per vedere se possiamo lavorare ancora meglio insieme. Un grande messaggio di cooperazione della scienza, che non conosce confini a mira a dare aiuto ai malati. Il trial sul Parkinson è un apripista dal quale tentare poi di replicare il lavoro su Huntington, Sla, sclerosi multipla e altre malattie”.