49° Rapporto Censis: per il 43% degli italiani la sanità è in declino. E al Sud va peggio

Presentato oggi a Roma il Rapporto sullo stato sociale del Paese. Più di 4 italiani su 10 ritengono "peggiorato" il Ssn, ma nel Mezzogiorno il malcontento sale al 64%. Determinanti le liste d'attesa, la fuga verso il privato e la rinuncia alle cure per motivi economici. Quasi 8 milioni di persone si sono indebitate per pagarsi le cure

La sanità italiana non è più quella di una volta: per il 42,7% dei cittadini sta peggiorando e questo vale soprattutto al Sud, dove la quota degli “scontenti” è pari al 64%. A dirlo è il 49esimo Rapporto sullo stato sociale del Paese presentato oggi a Roma dal Censis, che riporta un giudizio ancora più severo sui servizi sanitari regionali (Ssr): se nel complesso è il 55,5% dei cittadini a giudicarli inadeguati, al Sud l’insoddisfazione raggiunge quasi l’83%. A spiegare la sfiducia dei cittadini-pazienti concorrono diverse ragioni, dall’efficienza dei servizi territoriali alle liste d’attesa, ma al primo posto ci sono motivazioni economiche. “La situazione attuale in sanità – spiega il Censis nel capitolo “Il sistema di welfare” – è caratterizzata da uno stabile impegno economico delle famiglie, dall’erosione progressiva della spesa pubblica e delle performance del sanitario. Così si registra l’aumento del numero di cittadini che evitano le liste di attesa nel pubblico ricorrendo al privato con il pagamento della tariffa di tasca propria e di quelli che rinunciano o rinviano le prestazione”. Un fenomeno che, secondo i ricercatori, non è “socialmente neutrale” poiché “vincono i ceti forti” sia sotto il profilo economico che di “capacità culturale”.

Attese e costi: pubblico vs privato

Ecco alcuni esempi concreti, citati nel Rapporto, di confronto fra pubblico e privato su tempi e costi delle prestazioni: per una colonscopia nel privato si spendono 224 euro e si attendono in media 8 giorni, nel pubblico con il ticket se ne spendono 56 e si aspettano in media 87 giorni. In pratica, il privato costa circa 169 euro in più, ma fa “risparmiare” 74 giorni.

Per una risonanza magnetica le strutture private richiedono in media 142 euro per un attesa di 5 giorni, mentre nel pubblico si pagano 63 euro di ticket ma l’attesa sale a 74 giorni. Tradotto: 79 euro di spesa in più e 69 giorni in meno nel confronto fra pubblico e privato.

Indebitarsi per curarsi

Sono 7,7 milioni le persone che in un anno si sono indebitate o hanno chiesto un aiuto economico per pagare le cure. La spesa sanitaria pubblica, cresciuta dal 2007 al 2010 da 101,9 miliardi di euro a 112,8 miliardi, negli ultimi anni “ha registrato una inversione di tendenza, con una riduzione tra il 2010 e il 2014, attestandosi nell’ultimo anno a 110,3 miliardi. La spesa sanitaria privata delle famiglie, invece, dal 2007 al 2014 è passata da 29,6 a 32,7 miliardi, raggiungendo il 22,8% della spesa sanitaria totale”.

La percentuale di famiglie a basso reddito in cui nell’ultimo anno almeno un membro ha dovuto rinunciare o rimandare prestazioni sanitarie è elevata: il 66,7%. Anche l’andamento del Fondo nazionale per le politiche sociali testimonia il progressivo ridimensionamento dell’impegno pubblico, nonostante il parziale recupero degli ultimi tre anni: 1.565 milioni di euro nel 2007, 43,7 milioni nel 2012, 400 milioni nel 2015 (-74,4% nell’intero periodo). Un andamento simile riguarda anche il Fondo per la non autosufficienza.

Orientarsi nel Ssn

Gli umori registrati dal Censis dipendono in parte anche dalle difficoltà che il cittadino incontra quotidianamente quando si confronta con gli attori e le strutture del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Il 42,6% ritiene che gli Uffici relazioni con il pubblico e gli sportelli delle Aziende sanitarie locali dovrebbero offrire informazioni più precise e articolate. Un italiano su cinque vorrebbe anche disporre di graduatorie sui servizi e la loro qualità basate sui giudizi dei pazienti. Accanto a quelle di tipo informativo, le difficoltà che i cittadini sperimentano nel rapportarsi al Servizio sanitario nazionale sono anche di carattere pratico, legate ai tempi di attesa prima di accedere ai servizi richiesti. Tra le persone che hanno effettuato visite specialistiche e accertamenti diagnostici, rispettivamente il 22,6% e il 19,4% ha dovuto attendere perché privo di alternative. E quando l’attesa c’è stata, è stata consistente: in media, 55,1 giorni prima di effettuare una visita specialistica e 46,1 giorni per un accertamento. Tra le figure di riferimento nel Ssn, il Rapporto sottolinea il ruolo del medico di medicina generale: per il 57% degli italiani spetta a lui “la responsabilità di dare informazioni circostanziate ai pazienti e guidarli verso le strutture più adatte”.

Vaccini: genitori poco informati

L’edizione 2015 del Rapporto passa in rassegna alcune ricerche realizzate dal Censis negli ultimi due anni sul tema devi vaccini, da cui emerge un forte bisogno di informazione: “Il livello di informazione sulle vaccinazioni dei genitori è solo apparentemente elevato. Si tratta di una informazione superficiale e incerta che gli stessi genitori non sempre giudicano soddisfacente: il 30,4% avrebbe voluto saperne di più e la quota sfiora il 40% al Sud. Nonostante i genitori siano in gran parte informati sulle vaccinazioni dai loro pediatri (54,8%)”. A impattare in modo dirompente sugli atteggiamenti nei confronti della vaccinazione sarebbe l’accesso all’informazione attraverso le “potenzialità infinite” della rete: “I genitori tendono a cercare informazioni sul web per decidere se vaccinare o meno i figli (lo fa il 42,8% dei genitori internauti) e in quasi la metà dei casi si trovano a leggere sui social network articoli sulla vaccinazione. Quasi l’80% ammette di aver trovato informazioni di tipo negativo navigando in internet” Anche il livello di fiducia dei genitori nelle vaccinazioni appare abbastanza articolato: a fronte della quota più elevata (35,7%) che ha una posizione apertamente favorevole alle vaccinazioni (pensa che siano utili e sicure), un terzo (32,3%) si esprime a favore solo di quelle obbligatorie e gratuite, dando un peso importante alla garanzia fornita dal Ssn.

Non autosufficienti: serve un nuovo modello di assistenza

Nel capitolo “Welfare” un’attenzione particolare alle non autosufficienze. Sono 3.167.000 (il 5,5% della popolazione) i non autosufficienti in Italia. Tra questi, sono 1.436.000 quelli definiti in “stato di confinamento”, cioè persone con non autosufficienza grave costrette in via permanente a letto, su una sedia o nella propria abitazione per impedimenti fisici o psichici.

“Esiste – spiega il Censis -un modello tipicamente italiano di long term care fatto di centralità della famiglia con esercizio della funzione di caregiving e presa in carico della spesa per le esigenze dei non autosufficienti, e di un mercato privato di assistenza in cui l’offerta è garantita per la gran parte da lavoratrici straniere. Oggi però il modello scricchiola, mostrando crepe che rendono urgente la messa in campo di soluzioni alternative”. A supporto di questa tesi, alcuni numeri pubblicati nerl 49° Rapporto: il 50,2% delle famiglie con una persona non autosufficiente ha a disposizione risorse familiare scarse o insufficienti. Per fronteggiare il costo privato dell’assistenza ai non autosufficienti 910mila famiglie italiane si sono dovute “tassare” e 561mila famiglie hanno utilizzato tutti i propri risparmi e/o dovuto vendere la casa e/o dovuto indebitarsi. “La prima soluzione – suggerisce il Rapporto – è relativa al salto di qualità della residenzialità indispensabile per renderla più competitiva rispetto alla soluzione domiciliare”. Si stimano in 4,7 milioni gli anziani che sarebbero disponibili ad accettare una soluzione residenziale, a patto che la qualità sia migliore. In secondo luogo – conclude il Censis – occorre “un mutamento dell’approccio dei cittadini alla non autosufficienza, che oggi viene affrontata solo quando è conclamata: è il 30,6% dei cittadini a non pensarci e il 22,7% vedrà il da farsi solo quando accadrà”. Il resto della popolazione dice di contare sui risparmi accumulati (26,1%), sul welfare (17,3%) e sull’aiuto dei familiari (17%).