L’Italia “dimentica” come si tratta il dolore post operatorio

Duro atto di accusa degli anestesisti e di Cittadinanzattiva riuniti a Milano. Un deficit formativo e organizzativo vanifica i progressi scientifici e contrasta con i dettami della Legge 38 del 2010. Corcione (Siaarti): "Grave rischio di complicanze e cronicizzazione per i pazienti". Grünenthal Italia lancia la campagna Change Pain Acute

Un passo indietro, anzi di più. La terapia del dolore post operatorio in Italia non raggiunge gli standard internazionali, è spesso sottovalutata dai medici, somministrata in modo improprio, non riconosciuta dai Drg chirurgici e – in un circolo vizioso – non invocata dai pazienti stessi che ancora non considerano l’analgesia perioperatoria un loro diritto, introiettando l’idea erronea che il dolore è ineluttabile.
È un quadro piuttosto sconfortante quello riferito da un qualificato panel di anestesisti riuniti oggi a Milano (con una specifica ricerca c’è anche Cittadinanzattiva ad affiancarli nell’impresa) nel corso di un dibattito sul tema. Carenze formative e di organizzazione, ritardi culturali, un Servizio sanitario nazionale che lesina risorse umane ed economiche etc. etc. Risultato? Solo il 10% dei pazienti sottoposti a intervento chirurgico ha ricevuto un idoneo trattamento del dolore post operatorio. Ciò in barba all’esistenza di specifiche linee guida Ebm, ai dettami della legge 38/2010 concepita contro tutti i dolori “inutili”, alla disponibilità di farmaci e devices sempre più efficaci. Ma c’è di peggio. Lo spiega Antonio Corcione (nella foto), dell’ospedale Monaldi di Napoli e presidente della Società italiana anestesisti e rianimatori (Siaarti): “Le evidenze ci dicono che un dolore post operatorio non trattato può tradursi in complicanze anche gravi (es. una respirazione scorretta limitata dal dolore può indurre infezioni polmonari, n.d.r.) e che, se persistente, può diventare cronico”. Trattare vuol dire personalizzare. Ancora Corcione: “Occorre creare un percorso perioperatorio per ciascun paziente. Non esistono protocolli uguali per tutti. Una persona fobica, ansiosa o depressa va considerata diversamente da altre. Come pure conta da quanto tempo soffre e che intervento ha subito”. Purtroppo non c’è continuità terapeutica tra anestesisti e malati. “Dopo l’intervento se ne occupa il chirurgo o il medico di famiglia. Questo è un errore: bisogna dire al paziente che se avverte dolore deve parlare con noi”.
“Siamo tornati a trent’anni fa” chiosa amaro Guido Fanelli, direttore della Uoc di Anestesia e rianimazione all’Azienda ospedaliera universitaria di Parma e “padre” della legge 38. Fanelli auspica sull’argomento anche una maggiore omogeneità nei programmi formativi delle quaranta scuole di specialità italiane e magari l’istituzione di un premium price a quei dipartimenti che inseriscono in cartella clinica la valutazione del dolore post operatorio. “So che non sono tempi di rivendicazioni economiche – aggiunge Fanelli – ma se il sistema dei Drg non premia chi fa le cose per bene, che almeno si attribuisca un valore simbolico alle best practice. Sarebbe anche un modo per spostare l’analgesia dalla casella dei costi a quella dei benefici”. Quella della formazione medica è però la nota più dolente. I risultati di una survey del 2012 condotta tra 600 anestesisti provenienti da 300 ospedali italiani (ne ha parlato Flaminia Coluzzi, docente di Anestesia e Rianimazione alla Sapienza di Roma) attesta che gli eventi formativi nei sei anni precedenti l’indagine sono drasticamente ridotti (solo il 35% degli intervistati aveva seguito almeno un corso) e che i principali ostacoli all’uso di protocolli validati era imputabile per il 35% a inadeguato training e per il 50% a carenze organizzative. Da segnalare in proposito il decollo in tutta Italia della campagna info/formativa denominata Change Pain Acute – sostenuta da Grünenthal Italia – annunciata proprio oggi a Milano.