Una migliore ventilazione in anestesia riduce complicanze, degenze e costi

Lo studio Driving Pressure, appena pubblicato su The Lancet, conferma i benefici dell’ottimizzazione della ventilazione meccanica durante l’anestesia, non solo per la salute ma anche per la sostenibilità: in un ospedale con 700 posti letto tempi di degenza più brevi del 25% e risparmi fino a un milione di euro

Ottimizzare la ventilazione meccanica in anestesia riduce i rischi di complicanze polmonari post-operatorie e accorcia i tempi di degenza dei pazienti, producendo risparmi per le strutture sanitarie. È, in sintesi, ciò che emerge da uno studio (Driving Pressure) appena pubblicato sulla rivista The Lancet. La ricerca dimostra come metodiche a nessun costo, ma solo basate sulla conoscenza della patofisiologia possano avere effetti importanti dal punto di vista clinico ed economico: in un ospedale con circa 700 posti letto, ad esempio, il risparmio potrebbe arrivare fino a un milione di euro e il tempo di degenza si ridurrebbe di circa il 25%, con notevoli effetti dal punto di vista del comfort del paziente.

A spiegare la rilevanza della ricerca – che ha coinvolto 2.250 pazienti – è uno degli autori, Paolo Pelosi, docente di anestesiologia all’Università di Genova e responsabile del Comitato di Produzione e Ricerca Scientifica (Cprs) della Società italiana di anestesia, rianimazione e terapia intensiva (Siaarti). “Le complicanze polmonari postoperatorie – spiega Pelosi – sono frequenti dopo interventi di chirurgia maggiore e influenzano negativamente la prognosi dei pazienti. L’anestesia generale causa importanti alterazioni della funzione polmonare con riduzione del volume, comparsa di atelettasie più o meno evidenti nelle regioni dipendenti del polmone e collasso delle vie aeree periferiche. La ottimizzazione della ventilazione meccanica durante anestesia ha un ruolo importante nel ridurre il rischio di complicanze polmonari nel periodo postoperatorio. Lo studio è il primo in letteratura che dimostra un’ associazione diretta tra la driving pressure, vale a dire la differenza di pressione tra la inspirazione e la espirazione e le complicanze polmonari dopo chirurgia maggiore. I pazienti che sono stati ventilati con driving pressure inferiore hanno presentato una minore probabilità di sviluppare complicanze polmonari postoperatorie (6% per ogni cmH2O di riduzione di “driving pressure”), con conseguente riduzione del tempo di degenza in ospedale. I pazienti ventilati con driving pressure inferiore a 13 cmH2O hanno presentato una riduzione del rischio del 20% di sviluppare complicanze polmonari post-operatorie rispetto a coloro ventilati con driving pressure superiore a 13 cmH2O. Inoltre i pazienti presentavano una riduzione del rischio di circa il 25% (da 33% al 18%) di essere ricoverati in ospedale a 15 giorni dall’intervento chirurgico. Tali effetti erano indipendenti dal volume corrente erogato, dal livello di pressione di fine inspirazione ed espirazione (PEEP). La driving pressure rappresenta un semplice modo di standardizzare il volume corrente erogato al volume del polmone. Se si eroga lo stesso volume corrente in un volume polmonare maggiore, la driving pressure sarà inferiore, se lo stesso volume corrente verrà erogato ad un volume polmonare minore (per esempio a causa di atelettasie o alterazioni polmonari) la driving pressure sarà maggiore. Inoltre, abbiamo notato che la pressione di PEEP più bassa e associata ad una adeguata ossigenazione, riduceva la incidenza delle complicanze polmonari post-operatorie. Al contrario, se l’ applicazione della PEEP era associata ad un aumento della driving pressure, le complicanze polmonari postoperatorie aumentavano di circa tre volte”.

Secondo l’esperto “ventilare in maniera ottimale e ‘gentile’ il polmone” è essenziale non solo quando il paziente è affetto da patologie respiratorie più o meno severe, ma anche durante anestesia generale o in assenza di insufficienza respiratoria. “Prima dei nostri studi – prosegue Pelosi – si pensava che la ventilazione meccanica non causasse nessun danno con rilevanza clinica nel polmone ‘normale’ o non patologico. Al contrario, i nostri risultati evidenziano che il polmone è un organo estremamente ‘debole’, e che anche brevi periodi di ventilazione meccanica non appropriati possono risultare in lesioni polmonari, che si associano ad un aumento delle complicanze polmonari ed a un peggioramento della prognosi. In altre parole, noi suggeriamo una ventilazione protettiva per tutti i pazienti, non solo quelli a rischio, e regolata in base a due semplici parametri che non comportano nessun costo: minima driving pressure, frequenza respiratoria e PEEP. Con uno slogan si potrebbe affermare: “Ventilazione meccanica durante anestesia generale: lessi is more”.

Infine, sottolinea l’esperto, l’applicazione della ventilazione meccanica protettiva durante anestesia generale permette “una riduzione delle complicanze polmonari postoperatorie e una riduzione del tempo di degenza in ospedale di circa il 25%, con notevoli effetti dal punto di vista del comfort del paziente. Inoltre tale strategia di ventilazione meccanica, permetterebbe dei notevoli vantaggi economici stimati in un risparmio di circa 700.000 – 1.000.000 di euro in un ospedale con circa 700 posti letto”. L’auspicio – conclude Pelosi – è che “tali metodiche siano applicate in tutti gli ospedali italiani, con un evidente beneficio clinico per i pazienti e una riduzione del carico economico per la gestione della sanità pubblica senza oneri aggiuntivi”.

 LO STUDIO