Aborto, il Consiglio d’Europa bacchetta l’Italia, Lorenzin obietta

Dopo tre anni è stata pubblicata la decisione con cui il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne sull’interruzione di gravidanza. Il ministero replica con dati recenti che però secondo alcuni esperti non corrispondono alla situazione reale dell’Italia

Medici non obiettori costretti a lavarsi da soli i ferri, dopo un’interruzione di gravidanza, per poter continuare a lavorare. Perché il personale si rifiuta di farlo. È questa la situazione in cui versano i ginecologi italiani non obiettori di coscienza, costretti – i pochi rimasti – a lavorare in condizioni non sempre facili. Lo racconta Silvia Agatone, presidente della Libera associazione italiana ginecologi (Laiga) commentando la decisione del Consiglio d’Europa che ha accolto un ricorso presentato dalla Cgil contro l’applicazione “a singhiozzo” della legge 194/78.  “A tre anni di distanza dal reclamo collettivo (n. 91 del 2013) da parte della Cgil – spiega la stessa – oggi è stata finalmente resa pubblica, dopo il lungo periodo di embargo, la decisione di merito con cui il Comitato Europeo dei Diritti Sociali del Consiglio d’Europa ha nuovamente riconosciuto che l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194/1978, intendono interrompere la gravidanza”.

La sentenza quindi risale al 12 ottobre 2015, “ma è stato possibile renderla nota soltanto oggi – precisa il sindacato – alla scadenza dell’embargo che poteva essere interrotto soltanto dal Governo italiano, cosa che purtroppo non è avvenuta”.

La normativa italiana insomma non viene applicata nella maniera adeguata e questo in primo luogo non garantisce alle donne l’accesso all’aborto, di cui avrebbero diritto. Ma non solo, non protegge neanche i diritti dei medici coinvolti nei servizi per l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg), che sono spesso discriminati, con minacce per la loro carriera, o hanno sovraccarichi di lavoro per tamponare il crescente numero di medici obiettori di coscienza e la disorganizzazione degli ospedali e delle Regioni.

“Una sentenza importante – ha commentato il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – perché ribadisce l’obbligo della corretta applicazione della legge 194, che non può restare soltanto sulla carta. Il sistema sanitario nazionale, deve poter garantire un servizio medico uniforme su tutto il territorio nazionale, evitando che la legittima richiesta della donna rischi di essere inascoltata. Questa decisione del Consiglio d’Europa riconferma che lo Stato deve essere garante del diritto all’interruzione di gravidanza libero e gratuito affinché le donne possano scegliere liberamente di diventare madri e senza discriminazioni, a seconda delle condizioni personali di ognuna”.

Dati molto chiari quelli presentati dalla Cgil che mostrano un aumento del numero degli obiettori di coscienza, con punte oltre l’80% nel Sud, e regioni che hanno meno del 30% delle strutture che assicurano l’Ivg. “Dati che non giustificano la conclusione contenuta nell’ultima relazione al Parlamento sulla legge 194 – continua la Cgil –  in cui si afferma che la copertura è più che soddisfacente. Mancano infatti i dati sul numero di donne a cui i sono stati negati i servizi a causa della mancanza di personale non obiettore”.

Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin risponde di essere stupita da questa notizia, sostenendo che “non ci sia nessuna violazione del diritto alla Salute”. “Mi sembra si faccia riferimento a dati vecchi che risalgono al 2013” spiega. “Il dato di oggi è diverso. Dal 2013 a oggi abbiamo installato una nuova metodologia di conteggio e di misurazione analisi del contesto regionale tanto è vero che abbiamo fatto rete con tutti gli assessori regionali per il conteggio dei dati. Nella relazione che abbiamo presentato al Parlamento recentemente non ci risulta una sfasatura. Ci sono soltanto alcune aziende pubbliche che hanno qualche criticità dovute a problemi di organizzazione della singola regione e della singola azienda e siamo intervenuti anche richiamando le regioni e le singole aziende, ma siamo nella norma, anche al di sotto. Mi riservo di approfondire, ma abbiamo i dati regione per regione e azienda per azienda dal 2013 e possiamo fare la valutazione delle ore lavorate e delle interruzioni di gravidanza azienda per azienda. Abbiamo quindi dei casi che sono patologici ma il dato che oggi abbiamo è diverso”.

Il ministero inoltre ha subito replicato con un comunicato stampa in cui si afferma che non sono stati presi in considerazione i dati presentati nell’ultima relazione al Parlamento sull’applicazione delle Legge 194. Numeri che mostrano un dimezzamento di Ivg da quando è entrata in vigore la legge: 233 976 nel 1983, 102 760 nel 2013 (e 97.535 nel 2014, primo anno in cui le IVG sono scese sotto la soglia delle 100.000). Mentre i ginecologi non obiettori sono rimasti costanti: 1607 nel 1983, e 1490 nel 2013, con un conseguente dimezzamento del numero di Ivg settimanali, a livello nazionale, a carico dei ginecologi non obiettori.

“La solita storia che raccontano ogni volta” commenta Mirella Parachini, ginecologa presso il San Filippo Neri di Roma ad Aboutpharma. “Raccolgono tre dati: il numero di interruzioni totali, di centri in cui si pratica l’Ivg e il numero di non obiettori. Li mettono in relazione e deducono che tutto è a posto. Ma non è così, perché in termini di distribuzione è un disastro. Ci sono molte regioni che restano scoperte. Ad Ascoli Piceno per esempio, dove la percentuale di obiezione è del 100%,  il medico deve arrivare da Roma o Milano, perché non c’è nessuno disponibile. Mentre a Roma chi vuole abortire deve andare a prendere l’appuntamento alle 4 o alle 5 del mattino in alcune strutture. Si vuole far quadrare i conti ma la verità è che la situazione è un disastro”.

La legge 194 inoltre in molte strutture viene disapplicata. Perché l’articolo 9 prevede che ogni centro sia tenuto a garantire l’espletamento del servizio. “Cosa che non succede – continua Parachini ­– addirittura dovrebbero essere loro a organizzare il trasferimento presso una struttura che possa offrire il servizio se non lo assicurano loro. Inoltre non dimentichiamoci che ci sono molti centri universitari in Italia privi di questo servizio. E non solo religiosi. Come il Sant’Andrea della Sapienza. E chi insegnerà a questi giovani medici come si fa un’interruzione di gravidanza se non c’è nessuno cha la pratica?”

Inoltre a proposito della riduzione del numero delle Igv “secondo il ministero della Salute siccome diminuiscono tutto va bene” prosegue Agatone. “Ma la verità è che, a causa della mancanza di medici non obiettori, si fanno meno aborti alla luce del sole. Per questa carenza di medici stiamo per perdere una legge, che rimarrà presto solo carta scritta e non consentirà ai cittadini di far valere i loro diritti”.

“I dati del ministero, che parlano di non criticità, in realtà sono falsati” conclude Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Nell’elenco dei non obiettori, infatti, vengono calcolati anche coloro che lavorano nei consultori o in ospedali dove non si pratica l’interruzione volontaria di gravidanza. Questo fa sì che risulti a livello nazionale che ogni non obiettore effettui solo 1,6 aborto a settimana. Il che non corrisponde alla realtà. Il diritto all’obiezione di coscienza, che non è in discussione, non può trasformarsi in un mancato servizio. I dati del ministero dicono che tutto va bene, in realtà i fatti purtroppo dimostrano il contrario”.