Sostenibilità Ssn, politiche integrate e investimenti in salute per ridurre i costi sociali delle malattie

Secondo l’economista Francesco Mennini è indispensabile una valutazione efficace dei costi indiretti delle patologie e il superamento dell’approccio “a silos” nella programmazione. Altrimenti il peso di “giornate di lavoro perse, pensionamenti prematuri e perdite di opportunità” diventa insostenibile

Quando si parla dei costi di una patologia, gli esperti ricorrono spesso alla metafora dell’iceberg: in superficie emergono solo i costi diretti, sotto invece si accumulano i costi indiretti e sociali, ovvero la parte più consistente. I secondi dipendono dalla perdita di produttività (remunerata o meno) causata dalla malattia e si esprimono, ad esempio, in giornate di lavoro perse, pensionamenti prematuri o perdita di opportunità occupazionali. Sull’importanza della valutazione dei costi indiretti per la sostenibilità del Servizio sanitario nazionale (Ssn) si sono concentrati i lavori di un convegno organizzato oggi a Roma dall’associazione Ispor Italy Rome Chapter.

Secondo Francesco Mennini, presidente dell’associazione ed economista sanitario all’Università Tor Vergata, le analisi pubblicate in questi anni su molte riviste internazionali confermano il ruolo di una valutazione sui costi indiretti basata sulle evidenze. Ecco alcuni esempi relativi all’Italia: “I costi indiretti per l’epatite C, intesi come perdita di produttività, pesano circa 600 milioni di euro all’anno e rappresentano il 60% dei costi totali”, spiega Mennini. Le malattie allergiche-respiratore, invece, “pesano” due miliardi di euro, ma i numeri crescono parecchio se si considerano malattie croniche fra le più diffuse: il diabete costa indirettamente “11 miliardi di euro, di cui 9 miliardi soltanto per il pensionamento anticipato”, le malattie cardiovascolari circa cinque miliardi. E ancora: le patologie muscolo-scheletriche determinano una perdita di produttività pari a circa 3 miliardi di euro, di cui un miliardo per l’artrite reumatoide; la schizofrenia circa 1,3 miliardi e la sclerosi multipla un miliardo e 200 milioni. Infine, secondo gli studi passati in rassegna da Mennini, un maggiore ricorso alle vaccinazioni potrebbe generare risparmi per 600 milioni di euro nel caso dell’influenza e di circa 300 milioni grazie al vaccino anti-papilloma virus. “Da questi dati – commenta l’economista – si evince come sia importante abbandonare l’approccio dei silos budget, così da garantire una valutazione del percorso terapeutico del paziente in un’ottica di programmazione integrata, senza trascurare gli effetti che si vanno a determinare in altri comparti di spesa: la spesa previdenziale (Inps), la spesa sociale e l’impatto in termini di produttività”. Forse basta il volume dei certificati di malattia rilasciati ogni a farsi un’idea dell’impatto: nel 2014, spiega Massimo Piccioni, coordinatore generale dell’area Medico-Legale di Inps, sono stati rilasciati 11,5 milioni di certificati per il settore privato e circa 6 milioni per il pubblico, relativi 75,8 milioni di giornate nel primo caso e a circa 31 milioni nel secondo.

Paolo Bonaretti, consigliere del ministero dello Sviluppo Economico, è convinto che il ragionamento sui costi indiretti debba essere inquadrato in’ottica di “medio-lungo periodo”, soprattutto perché “i risparmi implicano modifiche organizzative”. Un esempio sull’epatite C: “Le nuove terapie evitano i trapianti, ma i centri per i trapianti rimangono comunque attivi. Bisognerà ridurli? Quanto tempo ci vorrà? Dove andranno i professionisti che vi lavorano””, si chiede Bonaretti, auspicando il ricorso a “strumenti finanziari che fungano da stanza di compensazione e lavorino su base statistica”.  Secondo Giovanna Scroccaro, dirigente del Servizio farmaceutico della Regione Veneto, non bisogna però trascurare i costi sanitari diretti. Per l’esperta, c’è una parte di costi fissi su cui si può agire per generare economie, ma serve comunque cautela: “Nello studio dei costi diretti sanitari assume sempre maggiore importanza lo studio dei costi evitati. Uno degli indicatori più usati è il risparmio ipotetico in termini di ricoveri evitati, quindi in base ai drg. Bisogna fare attenzione a non sovrastimare i risparmi, altrimenti il sistema va in default”. Una strada percorribile, secondo l’economista dell’Università Cattolica, Americo Cicchetti, potrebbe essere quella di “variabilizzare i costi fissi” attraverso “contratti di outosourcing ben fatti” laddove è possibile.