Lavoro, etica e attenzione al sociale: ecco il ritratto dei giovani medici italiani

Un'indagine condotta dall'Osservatorio internazionale della Salute (Ois) e Omceo di Roma fotografa la condizione dei camici bianchi under 40: l'85% ha lavorato nell'ultimo anno, ma è forte il divario Nord-Sud e le donne sono penalizzate. Emerge anche una grande attenzione alla sfera etica e al mondo del volontariato

Trova lavora “più e prima” di altri professionisti, soprattutto se è maschio e vive al Nord. Predilige il lavoro in ospedale (e in Italia), ritiene indispensabile formarsi e informarsi sul campo della deontologia e ha una buona propensione all’impegno nel volontariato. È il ritratto del giovane medico italiano delineato nell’indagine “Chi ci curerà nel 2020?” realizzata dall’Osservatorio internazionale della salute (Ois) in collaborazione con l’Ordine dei medici di Roma. I risultati, presentati oggi a Roma, arrivano da un campione di 800 medici under 40 interpellati attraverso un questionario online. La ricerca è stata realizzata anche in collaborazione con Fimmg Roma, Cimo e Consulcesi.

Secondo l’indagine, i dati sull’inserimento lavorativo sono molto positivi, almeno confrontati con quelli delle altre professioni: l’85,1% degli intervistati svolge attività medica retribuita e il 58,4% lavora entro i 28 anni. Ma c’è comunque il segno di un percorso poco lineare e frammentario: un terzo ha svolto almeno due attività lavorative diverse nel corso dell’ultimo anno.

L’indagine mostra anche alcuni “mali cronici” del mercato del lavoro italiano: “Ci sono ben tre punti percentuali di scarto tra gli uomini e le donne occupate (86% vs 83%) – spiega Annalisa Cicerchia, membro del comitato scientifico di Ois – e oltre 4 punti rispetto alla quota di medici che sperimenta un ingresso precoce nel mercato del lavoro: il 59,9% delle donne comincia a lavorare entro i 28 anni, contro il 64,3% dei colleghi dell’altro sesso. Questo mostra che le donne hanno tempi di inserimento più lunghi, che certamente penalizzano i percorsi di vita personale e le scelte di maternità. Marcato è anche il divario di occupati tra nord e sud (92% contro 76,4%) con la forbice che si allarga considerando l’accesso al mondo del lavoro prima dei 28 anni: nel settentrione la quota è del 70,9% e nel meridione del 40 per cento”. Nelle regioni del Centro gli occupati sono l’83,8%.

Quanto ai percorsi professionali, l’indagine mostra come il 77% del campione preferirebbe lavorare in ospedale. Nella realtà, la percentuale di giovani medici impiegati in un ospedale del Servizio sanitario nazionale (Ssn) è del 19,2% (l’11% in strutture convenzionate). Circa il 37% lavora nel privato: il 20,9% in un ambulatorio e il 16,5% in clinica. L’8,7% ha avuto incarichi di guardia medica l’8,9% ha lavorato sul territorio per il Ssn.

Più di un giovane medico su due si dice interessato a intraprendere un’attività professionale (dal 58,3% del Sud al 75,2% del Centro) e il 69,2% pensa a programmi di sostegno finanziario agevolata per avviarla. Non manca, inoltre, l’attenzione alle tutele: l’87,5% ha una copertura assicurativa.

“La finalità di questo tipo di indagini è proporre soluzioni – commenta Giuseppe Petrella, presidente del comitato scientifico di Ois – facendo, dunque, seguire l’azione alla ricerca. In tal senso una risposta all’esigenza di superare le difficoltà causate dal blocco del turnover del Servizio sanitario nazionale, è costituita da forme innovative di economia sociale, come le start up di giovani medici”. Start up che potrebbero avere “natura low-profit e realizzare progetti di medicina preventiva per conto di enti pubblici o privati; iniziative e servizi innovativi a sostegno dei pazienti con patologie croniche; attività di medicina divulgativa”. Ancora, queste start up – prosegue Petrella – potrebbero orientarsi “all’assistenza primaria ambulatoriale, all’assistenza domiciliare integrata e alla creazione di comunità assistenziali”. I risultati – conclude il presidente del comitato scientifico di Ois – suggeriscono però anche di estendere al maggior numero possibile di giovani professionisti, attraverso un coordinamento ad esempio con le Onlus e con le realtà del terzo settore, l’opportunità di dedicarsi alla pratica sanitaria nell’ambito del mondo del volontariato, che possano offrire ai giovani medici una occasione di crescita culturale, sociale e professionale. Inoltre sarebbe auspicabile creare pacchetti previdenziali integrativi dedicati ai giovani professionisti e programmi di sostegno finanziario, da destinare a chi avvia l’attività professionale, finalizzati a specifiche iniziative”.

La sensibilità per il sociale è un tratto distintivo del giovane medico raccontato dall’indagine Ois: il 37,7% dichiara di aver svolto o di svolgere attualmente attività di volontariato, con nettamente più alta fra i medici residenti al Sud (58,3%). Così come risultano sensibili ai temi etici: l’89% chiede più formazione su etica e deontologia professionale.