Nuova tecnica a base di cellule staminali per bloccare la sclerosi multipla

Una forte chemioterapia per distruggere il sistema immunitario difettoso, seguita da un trapianto di staminali ematopoietiche autologhe per riformarlo. La rivoluzionaria terapia, presentata in un lavoro su The Lancet, presenta però non pochi rischi per i pazienti

Distruggere il sistema immunitario “non funzionante” e sostituirlo con uno nuovo. È quello che da diversi anni i ricercatori stanno provando a fare con le cellule staminali e la sclerosi multipla. La malattia infatti è causata da un deficit del sistema immunitario del paziente stesso che attacca e danneggia la guaina mielinica che ricopre gli assoni, rendendoli incapaci di trasmettere efficacemente i segnali e quindi impedendo una corretta comunicazione tra cervello e midollo spinale. L’idea quindi è di utilizzare una forte chemioterapia per distruggere il sistema immunitario mal funzionante, ed sostituirlo attraverso un trapianto di staminali ematopoietiche autologhe che andranno poi a riformarlo. La nuova tecnica dovrebbe essere in grado di bloccare a lungo termine i sintomi della malattia autoimmune, come è già stato dimostrato su un piccolo gruppo di pazienti. Il problema, però almeno per ora, è che la nuova terapia presenta un alto rischio per il paziente. Lo studio condotto dai ricercatori dell’Ottawa Hospital e dell’Università di Ottawa, guidati da Harold Atkins e Mark Freedman, è stato pubblicato su The Lancet.

La rivoluzionaria terapia è stata sperimentata in uno studio di fase II in cui si è rivelata in grado di bloccare completamente le ricadute cliniche e lo sviluppo di nuove lesioni cerebrali in 23 dei 24 pazienti arruolati nello studio. Otto dei 23 pazienti hanno inoltre avuto un miglioramento sostenuto della disabilità 7,5 anni dopo il trattamento. I 24 volontari con sclerosi multipla non controllata, arruolati da tre ospedali canadesi, avevano tutti un’età compresa tra i 18-50 anni ed erano tutti stati precedentemente sottoposti a terapia immunosoppressiva standard. Tutti i pazienti avevano una prognosi infausta e la loro disabilità variava.   I ricercatori hanno utilizzato un metodo di trapianto di staminali simile a quello usato attualmente, ma invece di limitarsi a sopprimere il sistema immunitario del paziente prima dell’infusione delle cellule, lo hanno distrutto completamente. Il tutto grazie a un potente regime chemioterapico (a base di busulfan, ciclofosfamide e globulina anti-timociti). Si tratta della prima tecnica a dare risultati simili, ma i rischi correlati al trattamento ne limitano l’uso, spiegano i ricercatori, invitando alla cautela e segnalando la necessità di ulteriori e più ampie ricerche.

“Il trattamento è simile a quello usato in altri studi – spiega Atkins – ma il nostro protocollo utilizza una chemio più forte e rimuove le cellule immunitarie. In particolare la chemioterapia che usiamo è molto efficace per attraversare la barriera emato-encefalica e questo potrebbe contribuire a eliminare le cellule immunitarie dannose dal sistema nervoso centrale”.

Il team di ricerca ha cercato di capire se la completa distruzione del sistema immunitario dei pazienti sottoposti a trapianto di cellule staminali ematopoietiche riducesse il tasso di ricadute e aumentasse la durata della remissione della malattia.  L’end point primario dello studio era la sopravvivenza libera da malattia attiva a 3 anni, cosa che si è verificata nel 69,6% dei pazienti dopo il trapianto. Dei 24 pazienti, uno (4%) è morto di necrosi epatica e sepsi causata dalla chemioterapia. Prima del trattamento, i pazienti avevano sperimentato 1,2 ricadute all’anno in media. Dopo il trapianto non ci sono state recidive durante il periodo di follow-up (tra 4 e 13 anni) nei 23 pazienti sopravvissuti. Inoltre, dopo il trattamento solo uno dei 327 esami cerebrali eseguiti hanno mostrato una nuova lesione.

Risultati promettenti ma da prendere con cautela come invitano gli stessi ricercatori. “La dimensione del campione di 24 pazienti è molto piccolo, e nessun gruppo di controllo è stato utilizzato per il confronto” conclude Freedman. “Ora saranno necessari studi clinici più ampi per confermare questi risultati. Inoltre, poiché questo è un trattamento aggressivo, i potenziali benefici devono essere valutati rispetto ai rischi di gravi complicazioni. E il trattamento dovrebbe essere offerto solo in centri specializzati”.