Nascita e vita dei farmaci spiegate ai più giovani

Un dibattito organizzato a Milano in occasione dell'evento "Meet-me tonight" accende l'interesse di ricercatori in erba e cittadini

Metti una sera a cena i farmaci, per scoprire – con il sacrosanto stupore della gioventù – che concepire, sperimentare, sviluppare e produrre medicinali, oltre che opera complessa, è una sfida che impegna scienziati, industrie, istituzioni (e… comunicatori) ma che mai e poi mai può prescindere dalle necessità del cittadino-paziente.
Un pubblico eterogeneo, composto per la maggior parte da aspiranti e giovani ricercatori, ha ascoltato venerdì 30 settembre – al Museo nazionale di scienza e tecnologia di Milano – il racconto di un’avventura scientifica comunque esaltante, al netto dei numerosi e in qualche modo necessari “fallimenti”, come spiegato da Diego Fornasari, farmacologo dell’Università Statale (l’occasione è data dall’evento “Meet me tonight-faccia a faccia con la ricerca” all’interno del quale è stato organizzato il dibattito “Come nasce un farmaco”, moderato da Massimo Cherubini, presidente di Hps-AboutPharma). Manco a dirlo, prima dei farmaci, ci sono le malattie. “Bisogna studiare quelle prima di mettere in cantiere un principio attivo – spiega Fornasari – ben sapendo che il percorso è disseminato di numerose trappole e che solo una minima parte di sostanze, dopo 10-15 anni di ricerca, riuscirà effettivamente a diventare un farmaco autorizzato e disponibile al pubblico”.
Un percorso giustamente presidiato in tutte le sue fasi (le quattro della sperimentazione clinica) dalle autorità regolatorie internazionali e nazionali che oltre a garantire efficacia, sicurezza e tollerabilità dei farmaci, devono occuparsi della sostenibilità economica e della rimborsabilità, nell’interesse delle persone, dei sistemi sanitari ma pure delle imprese. Spiega Mario Melazzini, presidente dell’Aifa: “Noi rispettiamo anche i 1800 miliardi che Big Pharma investe nella ricerca e sviluppo. Per questo richiamiamo gli amministratori delle aziende ad una sorta di responsabilità sociale. Nessuno può chiamarsi fuori. Occorre avere il coraggio di leggere la realtà del momento: la farmacologia fa cose bellissime ma non può dimenticare che gli Stati devono anche potersele permettere”. Garantire cure di qualità, andare incontro ai bisogni di salute avendo il controllo delle risorse è il tema dei temi per le istituzioni pubbliche. Lo chiarisce bene Giulio Gallera, assessore al Welfare della Regione Lombardia: “L’Italia e le Regioni tutelano l’universalismo impegnando il 70%-80% del bilancio regionale nella sanità (18 miliardi di euro spesi annualmente in Lombardia, n.d.r.). Uno sforzo notevole, che al netto di code e qualche disagio, assicura una tutela socio-sanitaria che ha pochi eguali in Occidente (a grandi linee Gallera illustra la riforma del sistema sanitario attualmente in atto molto focalizzata sulla presa in carico a 360° dei cittadini-pazienti, n.d.r)”.
La ricerca farmacologica, così come l’assistenza prestata dalle istituzioni, è molto concentrata sulle patologie croniche, soprattutto a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. In tal senso la malattia-paradigma – rispetto al quale coniugare qualità delle cure e sostenibilità – è certamente il diabete, così come racconta Nicoletta Musacchio, presidente dell’Associazione medici diabetologi italiani (Amd): “La patologia è complessa ma sempre più possiamo contare su farmaci efficaci e sicuri. Fondamentale per tutelare la salute ma anche per ridurre gli sprechi è stimolare l’aderenza alle terapie da parte dei pazienti”. Altra sfida, in tempi di crisi economiche protratte, è quella dell’appropriatezza prescrittiva che le aziende in primis sanno di dovere incentivare (lo conferma Federico Serra, responsabile della comunicazione istituzionale di Novo Nordisk) anche a fronte del fatto che il Servizio sanitario nazionale spende in farmaci 28 miliardi di euro, il 14% della spesa sanitaria. Ma il ricorso, l’accesso, l’uso del bene-farmaco è sempre più e troppo spesso complicato da una cattiva informazione veicolata soprattutto dal web. Ne parla Mario Pappagallo, storica firma del Corriere della Sera su temi di medicina e salute, che chiude l’incontro ravvicinato tra i farmaci e gli scienziati di domani.“Quarantacinque milioni di italiani si sono fatti un’autodiagnosi ricorrendo a Google. I rischi? Se si pensa alla demonizzazione dei vaccini e delle chemioterapie, sono sotto gli occhi di tutti”.