Schizofrenia, un terzo dei pazienti non accede ai servizi, troppo pochi quelli che si curano

La ricerca "Addressing misconceptions in schizophrenia" di Janssen dimostra che ancora troppi pazienti abbandonano la terapia per sottovalutazione della malattia o perché poco informati. Il Ssn non riesce a intercettarli e a riabilitarli nella società. Questo è l'obiettivo del progetto Triathlon attraverso l'attività sportiva.

“Solo un paziente su sei prosegue con gli antipsicotici. Il sistema fatica ad intercettare i soggetti all’esordio della patologia e a trattenerli non riuscendo ad attivare specifiche forme di tipo riabilitativo”. È l’allarme lanciato da Claudio Mencacci, presidente della Società italiana di psichiatria (Sip), questa mattina in occasione della conferenza stampa di presentazione della ricerca “Addressing misconceptions in schizophrenia” promossa da Janssen Italia nell’ambito del progetto Triathlon in Lombardia.”Le persone non si curano – continua Mencacci – o se si curano lo fanno per pochi mesi. Pochissimi superano l’anno di terapia“. I motivi sono molteplici e spesso riguardano la sottovalutazione della patologia da parte dei pazienti. “Solo il 10% di loro usa strumenti tecnologici per ricordarsi di assumere la terapia – ha aggiunto Andrea Fiorillo, del Dipartimento di psichiatria dell’università di Napoli – Colpa dei pazienti stessi ancora troppo legati alla relazione medico paziente a cui chiedono rassicurazioni, telefonate e visite o non si ricordano le pillole. Ma è colpa anche della classe medica che ha una visione antica della schizofrenia. Cronica, quasi sempre progressiva e infausta. Non è più così, si può guarire se si interviene subito”. Tutto ricade sui caregiver che, in media, spendono nove ore al giorno per la cura del proprio caro. Il 60% di loro ha ammesso di dover continuamente ricordare di assumere il farmaco.

“Pessima comunicazione sull’uso dei farmaci, ricerca di terapie alternative, somministrazione troppo ravvicinata durante il giorno”. Questi, secondo Emilio Sacchetti, post president Sip, altre cause per il mancato raggiungimento degli obiettivi terapeutici. “La panacea – continua Sacchetti – non funziona se il paziente non prende la panacea stessa”.

La schizofrenia è una malattia spesso sottovalutata in Italia, tanto che non è considerata tra le prime dieci cause di disabilità cronica. Secondo la ricerca condotta a livello europeo da Fieldwork International per Janssen a cui sono stati sottoposti 634 soggetti di cui 80 solo in Italia, la patologia, nel nostro Paese, riguarda circa trecentomila persone. Di queste, poco più di duecentomila hanno ricevuto una diagnosi mentre un paziente su tre non è stato diagnosticato. I pazienti trattati con farmaci antipsicotici sono circa la metà, centocinquanta mila. Da noi l’incidenza maggiore riguarda gli uomini, 15 casi ogni 100 mila abitanti contro i 12-13 casi delle donne. Il costo non è solo umano, ma anche economico. Tra costi diretti (49,5%) e indiretti (50,5%) il Ssn spende circa ventisette miliardi l’anno. Nel 2014 la spesa per i farmaci del sistema nervoso centrale si collocava al quarto posto, dopo i farmaci per il sistema cardiovascolare, gli antineoplastici e immunomodulatori.

La mancanza di consapevolezza dell’importanza della malattia, sia da parte del paziente che del comparto medico, genera isolamento sia dei malati che delle rispettive famiglie. Alternative al rituale “della pillola”, ad esempio, ci sarebbero. Da quarant’anni esistono farmaci long acting injection (Lai) che permettono una copertura farmaceutica più diluita nel tempo, riducendo la dipendenza del paziente dall’assunzione quotidiana di medicine. Ma in Italia questo approccio non è decollato. Rispetto alle cure tradizionali i Lai sono sotto la soglia del 20% di utilizzo.

Ma se alla terapia si associasse anche la riabilitazione? Le malattie mentali incidono profondamente sulla vita delle persone, dalla quotidianità al lavoro. Per questo motivo si stanno sperimentando sempre più progetti per evitare lo scollamento tra paziente e società. Uno di questi è Triathlon, promosso da Janssen in partnership con Società Italiana di Psichiatria (Sip), Società Italiana di Psichiatria Biologica (Sipb), Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (Sinpf), Fondazione Progetto Itaca Onlus, Onda (Osservatorio Nazionale sulla salute della donna) e Federazione Italiana Triathlon (Fitri). Un progetto per il recupero dei pazienti affetti da schizofrenia attraverso lo sport, partito lo scorso febbraio e che vedrà la sua conclusione nel 2017 con il primo campionato di specialità a squadre per la salute mentale. Sono 350 i pazienti coinvolti fino a ora e si prevede che entro il prossimo anno possano salire a duemila. In totale il progetto ha previsto l’istituzione di 37 Dipartimenti di salute mentale (Dsm) in quindici regioni italiane e la cooperazione di tre società scientifiche. 120 eventi formativi per migliorare il dialogo tra pazienti e medici e sessanta incontri con trainer sportivi certificati e con esperti sul corretto stile di vita. Perché proprio su quest’ultimo fronte si gioca la partita più importante. “Il paziente non fa attività fisica, è sedentario ed è predisposto a scompensi metabolici – ha dichiarato Sacchetti – Lo sport riduce queste problematiche. Bisogna adottare stili di vita che siano i più normali possibile. Inoltre si migliora l’integrazione ed è più facile stare con gli altri“. In sostanza, creare inclusione attraverso la dimensione clinica, la dimensione sociale e quella organizzativa. 

Ma rimane un ultimo aspetto da tenere in considerazione. Sempre secondo Mencacci serve una comunicazione nuova “come per l’oncologia. Vogliamo dire alle persone che si può guarire. Non abbiamo trovato un linguaggio comune affinché tutti i messaggi siano di avvicinamento al paziente. È più facile far passare un messaggio negativo”.

 

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Progetto Triathlon

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