Biotech, le Pmi chiedono un piano strategico nazionale per sostenere l’innovazione

Assobiotec: “Le politiche di supporto all’innovazione, messe in campo dal Governo, vanno nella direzione giusta, ma si può fare di più. Ad esempio estendere il credito d’imposta alla totalità degli investimenti in R&S non limitandolo alla sola spesa incrementale”

Capitali

Un piano strategico nazionale, con obiettivi di lungo periodo bene definiti, che promuova un vero e proprio ecosistema dell’innovazione.  È quanto chiedono le piccole e medie imprese del biotech alla luce dello studio “Lo sviluppo dell’industria biotech in Italia: riflessioni sul ruolo e sulle esperienze delle PMI tra innovazione e politiche di supporto” presentato oggi a Roma da Assobiotec (l’associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie che fa capo a Federchimica), Enea (agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) e Apsti (associazione parchi scientifici e tecnologici italiani).

Lo studio, presentato al ministero dello Sviluppo Economico, rivendica innanzitutto l’opportunità che le Pmi biotech rappresentano per il rilancio dell’economia italiana: basti pensare all’alto tasso di ricerca e innovazione e all’ottima tenuta dimostrata in questi anni di forte crisi durante i quali il settore biotech si è confermato, anno dopo anno, vitale e in continuo fermento. Tuttavia, in questo scenario, piccole e micro dimensioni, difficoltà a reperire finanziamenti, mancanza di Venture Capital e Private Equity specializzati, frammentazione del sistema, difficoltà a sviluppare partnership con soggetti industriali, mancanza di una cultura nazionale di trasferimento tecnologico rappresentano forti freni allo sviluppo. Da qui la necessità di riflettere sulle misure necessarie a rendere le aziende biotech un vero motore per la crescita del Paese. “Certamente le politiche di supporto all’innovazione, messe recentemente in campo dal Governo, vanno nella direzione giusta – spiega Leonardo Vingiani, direttore di Assobiotec – ma nuovi interventi potrebbero segnare un reale cambio di passo. Penso in particolare al credito d’imposta per gli investimenti in Ricerca e Sviluppo. Si tratta, senza dubbio di una misura di primaria importanza che tuttavia non tiene pienamente conto del fatto che molte delle PMI biotech si caratterizzano già per elevatissimi investimenti in questo campo. Sarebbe dunque molto importante e auspicabile un’estensione della misura alla totalità degli investimenti in R&S non limitandola alla sola spesa incrementale”.

L’analisi è stata focalizzata in particolare in particolare sulle imprese a controllo italiano che rappresentano circa il 65% di quelle attive nel settore (su un totale di 270) e ne esprimono il 77% della spesa in R&S biotecnologica. Oltre l’85% di queste realtà ha meno di 20 addetti, il 60% è stato costituito a partire dal 2005 e più di una su quattro ha meno di cinque anni.

Come per lo scenario biotech nazionale, anche nel sottogruppo delle piccole e medie imprese prevalgono quelle impegnate nel settore della salute umane, che rappresentano quasi il 77% delle imprese costituite prima del 2010 e il 23% di quelle nate nell’ultimo quinquennio, durante il quale a registrare il maggior incremento sono stati i settori della diagnostica e dei nuovi approcci terapeutici (7,6%). Dall’analisi emerge che le Pmi attive nell’ambito della salute umana hanno una maggiore capacità rispetto a quelle di altri settori di basare il proprio processo innovativo su risorse di diversa natura, ad esempio l’acquisizione di brevetti da altre organizzazioni (circa il 30% dei rispondenti), oltre che sui rapporti con altri soggetti fra cui anche autorità regolatorie (oltre il 30%): i rapporti con le istituzioni di ricerca pubblica risultano particolarmente rilevanti dalle aziende attive nella ricerca sulla genomica e la proteomica (oltre il 73%).

Quasi una Pmi su due a controllo italiano dedicata alle biotecnologie è uno spin-off e di queste quasi l’80% origina da istituzioni pubbliche di ricerca. Ma vi è di più: ricalcando la distribuzione territoriale dei Dipartimenti universitari, dei centri di ricerca e dei Parchi scientifici e tecnologici, gli spin-off della ricerca pubblica danno vita – sottolinea lo studio – a veri e propri hub di innovazione diversi dai tradizionali cluster biotecnologici.

“I rapporti di collaborazione tra il mondo della ricerca pubblica e quello delle imprese – sottolinea Carmela Marino, responsabile Divisione Enea Tecnologie e metodologie per la salvaguardia della salute – assumono un ruolo strategico per il processo innovativo delle Pmi biotecnologiche italiane, come viene evidenziato nello studio presentato oggi. L’Enea ha una consolidata tradizione nell’applicazione delle biotecnologie ai vari settori produttivi: nel campo della salute, ad esempio, con la formulazione di biofarmaci e vaccini di nuova generazione prodotti in pianta, ma anche nella chimica ‘verde’ con i processi per la produzione di bioetanolo ed idrogeno”.

A sottolineare il ruolo fondamentale dei Parchi scientifici e tecnologici è il presidente di Apsti, Gianluca Carenzo: “Si configurano come dei veri e propri ecosistemi dell’innovazione in grado  di supportare le aziende, quelle del biotech su tutte, nel percorso di crescita, accelerazione e posizionamento sul mercato. Lo studio evidenzia che il sistema Apsti rappresenta oggi, per le imprese innovative del settore delle biotecnologie, un’importante possibilità di crescita e di consolidamento all’interno del mercato, sia per la capacità di attrazione di capitali necessari a sostenere le attività nei primi anni di vita, che per la messa in rete del know-how e il trasferimento tecnologico delle conoscenze provenienti dal mondo della ricerca”.