Riorganizzazione degli ospedali e innovazione sostenibile: due sfide per la chirurgia italiana

A Roma l'incontro "Slow Surgery 2.0: qualità e sostenibilità in chirurgia". Focus su rete ospedaliera e modello "hub e spoke", tecnologie e ruolo dell'Hta come strumento di valutazione e programmazione sanitaria. Parola d'ordine: sostenibilità

tecniche mininvasive

Riorganizzare l’assistenza ospedaliera, non solo sulla carta, nel nome dell’efficienza e della qualità. Governare l’innovazione destinata alla sala operatoria, con un approccio rigoroso basato sulla valutazione di benefici e rapporto costo-efficacia delle tecnologie, perseguendo appropriatezza e sostenibilità. Sono queste alcune delle questioni più urgenti per la chirurgia italiana emerse dall’incontro “Slow Surgery 2.0: Qualità e sostenibilità in chirurgia” promosso oggi a Roma da Medtronic.

Riorganizzare gli ospedali. Oggi l’accesso a cure di qualità è una sfida che si gioca sul terreno del contenimento della spesa sanitaria e della razionalizzazione del sistema. Dimensioni delle strutture e volumi di attività sono tra i parametri fondamentali di questa sfida, come spiega il presidente dell’Associazione chirurghi ospedalieri italiani (Acoi), Diego Piazza: “L’erogazione dei servizi per un bacino di popolazione ristretto, non sempre consente lo sviluppo delle capacità professionali, in quanto agli specialisti non viene assicurato un flusso di pazienti adeguato. Bisogna sostenere il cosiddetto modello hub e spoke, che parte dal presupposto che in determinate situazioni e complessità siano necessarie competenze che devono essere concentrate in Centri ad alta specializzazione presso i quali vengono inviati i pazienti dagli ospedali del territorio. Il modello prevede, pertanto, la concentrazione dell’assistenza di maggior complessità in centri d’eccellenza e l’organizzazione dell’invio a questi hub da parte dei centri periferici dei pazienti che superano la soglia di complessità degli interventi effettuabili a livello periferico”. In questa direzione, la strada è già stata tracciata dal DM 70/2015, ovvero il Regolamento per la definizione degli standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi relativi all’assistenza ospedaliera. “Un provvedimento – commenta Luciano Frattini, vice presidente e direttore generale Bellco-Medtronic – che dà indicazioni su cosa tenere aperto, cosa chiudere o ridimensionare, ma che è solo l’inizio. È estremamente importante che sia calato nella realtà dei territori, interpretato e implementato, senza standardizzazioni. Anche perché la re-ingegnerizzazione della rete ospedaliera è fondamentale per la sostenibilità del sistema”.

Innovazione e Hta. Oggi chirurgia fa rima con “alta tecnologia”. Ma l’innovazione è tanta, anzi troppa per chi ha cuore la sostenibilità del sistema. Servono, dunque, strumenti per valutare la “vera” innovazione, al fine di garantire appropriatezza e scelte strategiche per l’allocazione delle risorse.  “Le nuove tecnologie – commenta Marco Montorsi, presidente della Società italiana di chirurgia (Sic) -debbano essere introdotte a seguito di un’accurata valutazione e misurazione della qualità che possono portare, producendo realmente un migliore outcome in sanità”. Qui entrano in gioco le valutazioni di Health Technology Assessment: “Strumenti utili – sottolinea il presidente dei chirurghi – per fornire una risposta operativa al divario tra le risorse limitate del sistema sanitario, la crescente domanda di salute e l’innovazione tecnologica, prendendo in considerazione gli aspetti clinici, economici, organizzativi, etici, sociali relativi all’introduzione di una nuova tecnologia. L’Hta – continua Montorsi – deve essere basato su un approccio multidisciplinare e multidimensionale dell’innovazione stessa. Questo significa che debbano essere presi in considerazione tutti gli aspetti e coinvolti tutti gli attori: le istituzioni che governano la spesa, ma anche gli specialisti e le associazioni dei pazienti”.

L’Hta, dunque, come strumento di valutazione e come supporto la programmazione sanitaria e le scelte di acquisto. “Se ottenere economie di scala per la riduzione di costi unitari può essere relativamente semplice – aggiunge Diego Piazza – individuare beni e servizi con il migliore rapporto costo/beneficio è più complesso, perché richiede un lungo lavoro di analisi e coinvolgimento fra tutti gli operatori che operano nel sistema, dove il ruolo del chirurgo, soprattutto per quanto riguarda l’acquisto di medical device, è determinante. Evidentemente questo è molto più facile in un sistema centralizzato, dove dovrebbero esserci chirurghi ‘specializzati’ nella gestione di gare che abbiano competenze specifiche nella valutazione dei dispositivi inseriti nelle stesse”. Un’altra storia rispetto all’uso dell’Hta come “barriera d’accesso all’innovazione finalizzata ai risparmi” più volte denunciata dall’industria.