Ricerca: finanziamenti e open innovation per sfidare i rischi della IV globalizzazione

Le ricette degli esperti per sconfiggere la fuga dei cervelli in occasione di un evento promosso dalla Fondazione Lilly. Lorenzin: "Dobbiamo percorrere l'ultimo miglio". E il VII bando premia una ricercatrice de La Sapienza di Roma.

Bravi bravissimi i ricercatori italiani. Tutti se li contendono. Peccato che debbano continuare ad andare all’estero per veder realizzati i propri sogni e le proprie “idee”. E per una che ce la fa, e imbocca magari la strada di una delle borse di studio più longeve (e meglio finanziate) dello scarno mercato di settore, troppi si trovano a spartirsi le “briciole” di uno dei mercati più parcellizzati e peggio finanziati d’Europa.

Il punto sulla ricerca in campo sanitario in Italia è stato fatto stamattina a Roma in occasione dell’evento “La ricerca in Italia. Un’idea per il futuro” promossa dalla Fondazione Lilly che ha visto anche la consegna del premio alla vincitrice della VII edizione della borsa di studio legata all’iniziativa: Ilaria Barchetta, ricercatrice dell’Università La Sapienza di Roma, che potrà contare su un finanziamento di 210mila euro per i prossimi tre anni per studiare gli effetti positivi sulle ossa di alcuni farmaci per studiare il diabete.

Giustamente emozionata lei ed emozionata, per l’occasione anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, nelle inedite vesti di intervistatrice: “La ricerca biomedica ci sta dando molte soddisfazioni, è un asset strategico per il futuro ma è anche la chiave del nostro presente – ha detto. – Ora c’è da portare avanti il lavoro fatto in questi 3 anni e mezzo: dobbiamo fare l’ultimo miglio rimasto in sospeso della legge di Bilancio in questa legislatura, un viatico per chi investe in ricerca e per chi la ricerca la fa”. “La ricerca biomedica è sempre più femminile – ha scherzato poi con un sorriso Lorenzin – Ormai c’è un tasso rosa altissimo e dunque direi che nei comitati scientifici ci vuole anche qualche donna in più”, alludendo ai partner di alto livello presenti nel board del premio: il presidente del Cun, Andrea Lenzi, il presidente dell’Iss, Walter Ricciardi, il past president della Sif, Francesco Rossi, il direttore del dipartimento del farmaco dell’Iss, Stefano Vella.

Con loro e con il sostegno della Fondazione Cariplo è partita nel 2008 l’avventura di “Un’idea per il futuro” che ha celebrato oggi l’ottava edizione.  “L’obiettivo è stato quello di attirare l’attenzione sulla ricerca in Italia e sulla fuga dei cervelli – ha spiegato il Dg della Fondazione, Concetto Vasta. –  Per questo sono stati adottati tre criteri cruciali per la gestione del bando: la meritocrazia pura, scegliendo chi ha le idee giuste e la competenza per portarle avanti; gli investimenti, puntando a stanziare le risorse adeguate perché il progetto possa realizzarsi; le partnership pubblico-privato, perché è necessario creare un ecosistema adeguato, garantendo l’apertura sia da parte delle imprese che degli Atenei”. “Dopo otto anni – ha proseguito Vasta – il bilancio è in crescita: ci sono sempre più partnership e questo trend si pone nel solco tracciato dai Bandi Ue, che tra i criteri preferenziali di ammissione prevedono anche quello delle partnership pubblico-privato”.

Proprio dai dati riferiti ai bandi Ue – che hanno finora spianato la strada a 300 progetti di ricerca coinvolgendo circa 2mila ricercatori – emerge però l’altra faccia della medaglia che accende i riflettori sulle potenzialità inesplorate della nostra ricerca: l’Italia è il secondo Paese Ue, dopo la Germania – con 38 progetti approvati presentati da ricercatori italiani. Ma ospiterà solo 14 di questi progetti perché in un pool di 23 Paesi ci piazziamo solo all’ottavo posto, malati come siamo (e molto per colpa nostra) di scarsa attrattività: siamo tra i Paesi che investono meno in ricerca e abbiamo un numero di occupati in R&S sotto la media Ue (0,5% del totale su 120mila addetti, contro 0,8% europeo). Un dato che ci vede in coda rispetto a Francia, Germania e Regno Unito.

“Serve un cambiamento culturale: bisogna sviluppare la consapevolezza che ricerca progresso e innovazione camminano insieme”, ha concluso Vasta, rivolgendo un appello anche al mondo dell’informazione perché sia concessa più esposizione mediatica alle eccellenze scientifiche e annunciando l’istituzione per il prossimo anno di un premio destinato ai comunicatori, “per far sì che si accendano i riflettori sui ricercatori italiani, eroi spesso dimenticati del nostro tempo”.

Una stategia imprescindibile secondo Ricciardi (Iss): “Ci avviamo alla quarta fase della globalizzazione – ha avvertito – e ci sono sconvolgimenti importanti in arrivo: per la prima volta nella storia i finanziamenti pubblici alla ricerca sono in discesa anche negli Usa; sono in crescita solo in Cina e Germania. Dobbiamo resistere, soprattutto noi Paesi pover di materie prime”. “Dobbiamo investire in ricerca per evitare che l’Italia si trasformi in un mercato con manodopera a basso costo – ha proseguito – Per questo bisogna fare sistema per riuscire ad attrarre gli investitori stranieri”.

L’Iss sta facendo la sua parte per valorizzare i punti di forza dei ricercatori italiani – talento, creatività, flessibilità – con la creazione di una struttura di di coordinamento nazionale in pista da gennaio e col progetto di una rete italiana di 15 grandi centri di ricerca tra cui spiccano le migliori eccellenze sparse sul territorio nazionale. Ma non basta.

E’ stato il presidente Crui, Gaetano Manfredi, a tornare sulla fase storica di cambiamenti degli equilibri globali, sottolineando che la Cina sta investendo risorse straordinarie nella produzione di alta tecnologia, con infrastrutture dei ricerca straordinarie. “In un mondo così diverso, grande e sempre più veloce – ha sottolineato – il fattore tempo diventa cruciale. Dobbiamo adeguare i nostri tempi di risposta e mettere al passo un Paese lento, pieno di burocrazia e un sistema parcellizzato che fa da freno allo sviluppo”.  “Serve un sistema collaborativo e coeso – ha proseguito il presidente Crui – abbandonando le ideologie del passato che vedevano nella collaborazione pubblico-privato un fattore di contaminazione della purezza della ricerca. Erano epoche in cui il time to market era molto lungo: con i tempi accelerati di oggi l’open innovation è essenziale. Un sistema della ricerca con tante barriere è morto in partenza – ha concluso. – L’unica strada è l’adozione di strumenti culturali e normativi consentano di lavorare assieme su piattaforme aperte”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Andrea Lenzi, presidente del Cun, che ha riassunto in poche battute l’immobilismo nazionale in materia: “Negli anni ’70, da giovane ricercatore, mi compravo da solo reagenti e provette: siamo quasi allo stesso punto: la ricerca in Italia è sempre stata considerata un “lusso”, non è percepita come utile alla società: C’è un grande difetto di comunicazione. Bisogna convincere che la ricerca non è un costo ma un investimento. Perché possiamo anche avere ricercatori da Champions League, ma per far crescere i talenti servono campi di calcio, allenatori e bisogna pagare le quote per iscriversi ai tornei e farsi conoscere, altrimenti anche la genialità non serve a nulla”.

“Cambiare marcia si può”, riassume Vasta. Intende farlo il programma nazionale del Miur  che destina il 40% delle risorse totali al capitale umano con l’obiettivo di attrarre i migliori scienziati,  prevedendo l’ingresso di 6 mila giovani in più e triplicando i fondi per le infrastrutture e potrà farlo la nuova Legge di Stabilità che potenzia e proroga fino al 2020 il credito d’imposta per la R&S portandolo al 50% d tutte le tipologie di investimento in ricerca. E lo farà ancora anche la Fondazione Lilly che oggi ha presentato l’ottava edizione del bando: tema scelto, “La psoriasi come modello di patologia dermatologica: trasferimento in ambito clinico dei risultati della biologia molecolare e cellulare”. Altri 210 milioni di euro in tre anni in palio tra i progetti che saranno presentati entro il 30 aprile prossimo.