Dispositivi medici: 5,7 miliardi di spesa nel 2015. Valgono un terzo di tutti i beni sanitari

Al via oggi a Roma la IX Conferenza nazionale dedicata dal ministero della Salute al mondo dei medical device. Ecco i nuovi dati sui consumi rilevati nelle strutture sanitarie del Ssn

Nel 2015 il sistema sanitario ha speso circa 5,7 miliardi di euro per i dispositivi medici. Una spesa in crescita dello 0,8% rispetto al 2014, incremento più modesto rispetto a quello registrato tra il 2013 e il 2014 (+2,6%). Sul totale della spesa per i beni sanitari (17,5 miliardi di euro di spesa, +12,1% in un anno), i medical device – dalle siringhe alle apparecchiature più complesse – valgono un terzo: il 33% contro il 62% di farmaci ed emoderivati e un 5% di “altri beni e prodotti sanitari”. Sono questi alcuni dei dati principali del “Rapporto sulla spesa rilevata dalle strutture sanitarie pubbliche del Ssn per l’acquisto di dispositivi medici” del ministero della Salute presentato oggi a Roma in occasione della IX Conferenza nazionale dedicata ai medical device.

In aumento – secondo il report – anche il numero di dispositivi registrati al 31 dicembre 2015: 770.093 unità, oltre 100mila in più rispetto al 2014, e 11.886 “fabbricanti” (secondo la definizione riportata nella direttiva 93/42/CEE), in aumento di oltre 1.100 unità sull’anno precedente.

Come in passato, le quattro categorie a maggior spesa sono i “dispositivi protesici impiantabili e prodotti per osteosintesi”, i “dispositivi per apparato cardiocircolatorio”, quelli “impiantabili attivi” e quelli “da somministrazione, prelievo e raccolta”. Queste categorie, sommate, rappresentano il 54% della spesa complessiva.

Il consumo di medical device è cresciuto pressoché in tutte le Regioni (in media +5,3%), ma il trend in salita – spiega il report del ministero – va letto più come “un miglioramento della rilevazione dei dati da parte delle Regioni, piuttosto che come aumento della spesa sostenuta”. L’analisi dei dati regionali mostra anche una forte variabilità nell’andamento delle diverse tipologie di dispositivi, con una degli impiantabili attivi, bilanciata dall’incremento dei dispositivi diagnostici in vitro (IVD).

Innovazione, sostenibilità e sicurezza sono le tre parole d’ordine della Conferenza sui dispositivi medici che si chiuderà domani. Appuntamento annuale per una “radiografia” del settore, a cui ha partecipato oggi il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin: “Che cosa deve aspettarsi il settore dei dispositivi medici per il 2017? Dobbiamo – spiega il ministro – portare a termine il lavoro cominciato, dall’ Health technology assessment al Fast Track per la sperimentazione clinica dei farmaci e dei dispositivi medici (un protocollo ad hoc è stato firmato oggi, ndr), al lavoro sulle centrali uniche di acquisto, che deve essere indirizzato al ‘metodo Consip’. Significa sentire tutte le voci, dialogare con gli operatori sanitari, per fare scelte che tengano conto dell’innovazione e della sua specificità ma anche delle eccezioni che ci possono essere”.

L’Hta, le valutazioni di costo-efficacia, una nuova governance, un ragionamento critico sui costi standard, sono alcuni dei punti salienti rimarcati da Marcella Marletta, a capo della Direzione generale dei dispositivi del ministero della Salute. “I dispositivi sono molto diversi tra loro. Si può pensare ai costi standard quando si tratta di tecnologie a basso impatto dal punto di vista tecnologico. Ma inimmaginabile quando si parla di tecnologie molto più complesse. Serve poi un sistema condiviso per la valutazione delle tecnologie e delle priorità, così come uno sforzo in più contro le disparità nell’accesso all’innovazione per cittadini di Regioni o addirittura Asl diverse”, sottolinea Marletta.

Dal mondo dell’industria, la voce di Luigi Boggio, presidente di Assobiomedica, secondo il quale bisogna parlare dell’innovazione in termini di efficacia e non di costo: “In questo momento – sottolinea Boggio – tutti gli addetti agli acquisti hanno l’ordine di tagliare i costi e di spendere il meno possibile e non esiste un sistema che permetta di valutare il valore di quello che si acquista e gli impatti sull’intera struttura o sull’intero sistema sanitario. Se un ospedale deve per esempio acquistare una tecnologia, per risolvere in maniera definitiva una cronicità, che invece costa tantissimo al territorio, non la sceglierà mai perché si tratta di un costo aggiuntivo. Devo dire però  – aggiunge il presidente di Assobiomedica – che il nuovo codice degli appalti suggerisce di analizzare l’offerta in base a criteri diversi: il prezzo è uno, ma assolutamente non l’unico, e si devono analizzare tutti gli impatti che l’acquisizione della tecnologia ha sull’intera organizzazione. Il ciclo di vita del prodotto, lo smaltimento e i consumi elettrici, insomma, sono tutti costi che bisogna analizzare”. E oggi questo “avviene molto poco”, conclude Boggio.