“Cambio appalto”: il richiamo dell’Unione Europea all’Italia

Il crescente ricorso alla esternalizzazione e il subentro di un nuovo appaltatore dei servizi pongono il problema dei diritti dei lavoratori di servizio. In questo senso l'Ue tiene d'occhio l'Italia che rischia una procedura di pre-infrazione per una possibile violazione della disciplina comunitaria

Con il crescente ricorso alla esternalizzazione dei servizi, il caso del cosiddetto “cambio appalto”, ovverosia del subentro di un nuovo appaltatore nella gestione dell’appalto, pone al centro il problema delle sorti dei lavoratori del precedente appaltatore.
Della questione si è da tempo occupata la contrattazione collettiva nei settori in cui il “cambio appalto” è più frequente (quali ad es. CCNL Turismo, Multiservizi, Ristorazione, Pulizie), prevedendo tutele per i lavoratori in termini di diritto all’assunzione presso il nuovo appaltatore (cd. clausole sociali). Sulla scorta di quanto disposto dalla contrattazione collettiva, per il solo settore dei call center è stato poi il legislatore ad intervenire di recente con l’espressa previsione di una clausola sociale che rinvia ai contratti collettivi applicati (Legge n. 11/2016). In attuazione di tale norma, con l’accordo sindacale del 30 maggio scorso, nel CCNL Telecomunicazioni è stata regolata una specifica procedura sindacale che coinvolge anche il committente. Per altro verso, poi, il Decreto Legislativo n. 23/2015 (Jobs Act) garantisce ai lavoratori con contratto a tutele crescenti, che passano alle dipendenze dell’impresa subentrante nell’appalto, di mantenere l’anzianità di servizio già maturata presso il precedente appaltatore ai fini del calcolo delle indennità di cessazione.
Al di là delle discipline di settore, il legislatore italiano aveva escluso che l’acquisizione del personale già impiegato nell’appalto da parte del nuovo appaltatore costituisse un trasferimento d’azienda (art. 29 Legge Biagi), con la conseguenza di non prevedere l’applicazione delle relative tutele (i.e.: passaggio automatico del personale in capo al nuovo appaltatore, mantenimento dei medesimi trattamenti economici e normativi, responsabilità solidale del  pregresso e nuovo appaltatore per i crediti maturati sino al trasferimento, previo esperimento della procedura sindacale ove il pregresso appaltatore impieghi più di 16 dipendenti).
In questo contesto, la Commissione Europea ha di recente richiamato l’Italia avviando una procedura di pre-infrazione (fascicolo «EU PILOT», n. 7622/15/EMPL) per possibile violazione della disciplina comunitaria, proprio a causa della radicale esclusione del “cambio appalto” dalle ipotesi di trasferimento di azienda, spingendo così il legislatore ad intervenire.
Con la Legge n. 122/2016, “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea”, anche raccogliendo i suggerimenti di una parte della giurisprudenza di legittimità, il legislatore ha dunque precisato che il “cambio appalto” non configura trasferimento di azienda a patto che:

  • il nuovo appaltatore sia dotato di propria struttura organizzativa e operativa
  • siano presenti elementi di discontinuità che determinano una specifica identità d’impresa in capo al nuovo appaltatore.

Ove queste condizioni non ricorrano, si applicherà, invece, la disciplina formale e sostanziale del trasferimento di azienda.
Si impone, dunque, una valutazione caso per caso circa la ricorrenza degli indici previsti dalla nuova norma. Consigliabile per il committente, per quanto estraneo all’operazione di subentro, accertarsi di una corretta gestione del processo da parte degli appaltatori, anche considerata la sua responsabilità solidale nei confronti dei dipendenti degli appaltatori.

 

A cura di Antonella Negri e Arianna Colombo, membri Focus Team Healthcare e Life sciences di BonelliErede

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