Roche, positivo il bilancio 2016. Crescono le vendite e l’utile netto

Il fatturato globale è aumentato, sia nel settore farmaceutico che in quello della diagnostica. Salito anche l'utile netto. Le vendite sono cresciute del 4% raggiungendo i 47,4 miliardi di euro, e ha visto incrementare il suo utile netto del 7% a 9,1 miliardi di euro.

Fatturato globale in aumento, sia nel farmaceutico che nella diagnostica, e utile netto che sale. Con il contributo significativo della filiale italiana, che cresce in linea con tutto il gruppo. È un bilancio 2016 positivo quello illustrato da Roche durante la conferenza annuale di presentazione dei risultati a Basilea. La multinazionale elvetica ha fatto registrare l’anno scorso una crescita delle vendite del 4% (nel 2015 era stata leggermente più alta: +5%) raggiungendo i 50,6 miliardi di franchi svizzeri, ovvero circa 47,4 miliardi di euro, e ha visto incrementare il suo utile netto del 7% a 9,7 miliardi di franchi (9,1 miliardi).

“Per Roche il 2016 è stato un ottimo anno”, dice ad AboutPharma il Ceo della compagnia, Severin Schwan, riferendosi sia ai numeri che allo sviluppo della produzione. “Abbiamo lanciato sul mercato quattro nuovi farmaci, tra cui il nostro primo prodotto immunoterapico oncologico Tecentriq. In più, abbiamo presentato risultati clinici molto importanti in aree come la sclerosi multipla e l’emofilia: un quadro che ci porterà nel 2017 a lanciare due nuovi medicinali e a ricevere nuove risposte da altre sperimentazioni a cui teniamo molto. Tante luci, insomma. Le ombre? Come ogni anno, ci sono alcuni studi clinici che non hanno dato risultati complessivi ma è qualcosa che bisogna sempre mettere in conto”.

Nel creare il risultato globale, Roche Italia ha svolto il suo ruolo mettendo a segno una variazione positiva dei ricavi del 2,9% rispetto al 2015, arrivando a un fatturato complessivo di 950,8 milioni di euro. L’incremento è legato anche alla scommessa su ricerca scientifica e innovazione, ambiti sui quali la filiale italiana del gruppo svizzero ha investito durante l’anno appena trascorso 38 milioni, con circa 250 centri coinvolti in più di duecento studi clinici che hanno permesso a 10.500 pazienti di accedere a terapie innovative. “Il nostro impegno sul fronte dell’innovazione è testimoniato anche dall’inizio di un percorso che ci rende particolarmente fieri: Roche per la Ricerca, con cui abbiamo messo a disposizione ottocentomila euro per la ricerca indipendente con un focus sulla medicina di precisione”, ha commentato Maurizio de Cicco, presidente e amministratore delegato della filiale italiana.
Nel bilancio di Roche Italia, che nel 2017 continuerà a investire (10 milioni di euro circa, la stessa cifra prevista per il 2016) sul sito produttivo di Segrate in procinto di essere ceduto, vanno messe in conto anche le risorse restituite al sistema sanitario italiano: più di 240 milioni, che includono la quota di payback sullo sforamento del tetto della spesa farmaceutica ospedaliera (la più alta nel periodo 2013-2015: 160,5 milioni) e il rimborso legato ai “managed entry agreement”, gli accordi di accesso condizionato al mercato per medicinali innovativi in essere con Aifa. “Pur apprezzando lo spirito costruttivo, i segnali di apertura e il dialogo instaurato con le istituzioni su questo tema – ha aggiunto de Cicco – non si può dimenticare che ancora una volta ci troviamo a fare i conti con un perverso meccanismo che penalizza le aziende che fanno ricerca ed innovazione mettendo a disposizione farmaci che cambiano la qualità di vita dei pazienti”.

Su questioni come governance e pricing legate all’Italia si è espresso dal quartier generale in Svizzera anche il Ceo Schwan, che da una parte ha sottolineato l’eccessiva frammentazione del sistema italiano (“il decentramento tra livelli nazionale, regionale, territoriale e ospedaliero non permette ai pazienti di avere accesso rapido ai farmaci: in altri Paesi non avviene, sarebbe necessario rivedere questi meccanismi soprattutto nell’interesse dei malati”) ma dall’altra ha elogiato i progressi che si stanno facendo nel nostro Paese per remunerare i farmaci innovativi. “In Italia – ha affermato il numero uno della multinazionale – c’è apertura più che in altri Stati rispetto all’introduzione di modelli innovativi: è uno Stato pioniere da questo punto di vista. Per esempio, il multiple indication pricing, ovvero la possibilità di legare il prezzo al valore che quel farmaco dà allo specifico paziente, in base alle diverse indicazioni terapeutiche, è molto più difficile da implementare in altri Paesi. In Italia, questo modello è stato applicato per il nostro medicinale oncologico Avastin e si tratta a nostro avviso di una soluzione all’avanguardia”.
Andando più nello specifico dei risultati Roche nell’esercizio 2016, la divisione pharma, che resta la più ampia in termini di business con 39,1 miliardi di franchi di fatturato (36,6 miliardi di euro), è in rialzo del 3% (mentre nel 2015 era cresciuta di cinque punti percentuali), trainata, tra gli altri, dal rally di medicinali oncologici Perjeta e Herceptin. L’altra divisione, Diagnostics, ha fatto segnare un balzo delle vendite del 7% (contro il +6% del 2015), totalizzando 11,4 miliardi di franchi (10,5 miliardi di euro). A pesare di più, in questo caso, è stato il business dell’immunodiagnostica.

Per il 2017 Roche si aspetta una crescita che si attesta tra l’1 e il 5% e il board della società ha previsto un dividendo più elevato rispetto all’anno passato: 8,20 franchi (7,5 euro) per azione, dieci centesimi in più.
In prospettiva, l’evoluzione del contesto politico-economico globale non sembra preoccupare più di tanto i vertici aziendali. Rispondendo a una domanda sul rischio che le decisioni di Trump legate all’industria farmaceutica possano indebolire il business dell’azienda e rallentare assunzioni e investimenti, sia negli Stati Uniti che fuori, Schwan ha sottolineato che “gli Usa restano uno dei mercati più attrattivi, soprattutto per la capacità di produrre e di remunerare l’innovazione”. “È ovvio – ha aggiunto il Ceo – che la stabilità politica e il sistema fiscale sono elementi sulla base dei quali ogni compagnia farmaceutica prende le proprie decisioni: se ci dovessero essere dei cambiamenti importanti, ci regoleremmo di conseguenza, ma per il momento gli Stati Uniti sono al centro della strategia e se capitasse l’opportunità di parlare anche personalmente con il nuovo presidente sarei lieto di farlo”.

Tuttavia, anche se non espresso, il timore che una politica anti-immigrazione possa rendere più difficile l’assunzione di talenti in un mercato chiave come quello statunitense c’è, e lo si deduce dal modo in cui Schwan ha sottolineato l’importanza della diversità. “Promuovere le differenze è importantissimo per rimanere innovativi e trovare il miglior capitale umano”.

Sempre in tema innovazione, l’amministratore delegato ha chiarito che nella strategia dell’azienda la crescita organica continua a essere al centro ma che l’attenzione all’open innovation aumenta. “Investiamo certamente nei nostri prodotti e nelle nostre tecnologie – ha concluso – ma siamo consapevoli che il 99% dell’innovazione e del progresso avvengono al di fuori della nostra azienda: il nostro compito, quindi, è di portarla più possibile all’interno, non solo attraverso operazioni di M&A ma anche con collaborazioni e accordi di licensing. Acquisizioni continueremo a farne, soprattutto per quanto riguarda la diagnostica, scommettendo sempre di più su realtà e startup che sviluppano soluzioni tecnologiche all’avanguardia”.