Poco dialogo con il paziente e vincoli economici minacciano l’aderenza terapeutica. L’allarme di Cittadinanzattiva

Presentati oggi i risultati dell'“Indagine civica sull’esperienza dei medici in tema di aderenza alle terapie, con focus su farmaci biologici e biosimilari”, realizzata con il sostegno di Assobiotec

L’aderenza alle terapie nasce anche dall relazione costruttiva tra medico e paziente, ma un camice bianco su tre sostiene di non avere tempo sufficiente da dedicare al dialogo con l’assistito. Richiede pure che a ciascuno sia assegnata la cura migliore, magari garantendo un discreto livello di “continuità”. Eppure spesso i medici sostituiscono i farmaci non solo per ragioni cliniche, ma per rispondere a esigenze amministrative e di budget.  E’, in sintesi, quanto segnala il Tribunale dei diritti del malato (Tdm) di Cittadinanzattiva alla luce dei risultati della “Indagine civica sull’esperienza dei medici in tema di aderenza alle terapie, con focus su farmaci biologici e biosimilari” presentati oggi a Roma. La ricerca – realizzata con il sostegno non condizionato di Assobiotec – è stata condotta su un campione rappresentativo di 816 medici, di cui 404 abilitati alla prescrizione di farmaci biologici e/o biosimilari,

Quasi un medico su tre – spiega Cittadinanzattiva – ritiene di non aver tempo sufficiente da dedicare ai pazienti per assicurare l’aderenza alle terapie, solo la metà si accerta che il proprio assistito abbia compreso le indicazioni su terapie e percorso di cura e delle sue eventuali difficoltà economiche, più di uno su tre si dice oberato dal carico burocratico. Per un terzo, invece, non è prioritario informare su alternative terapeutiche o sull’esistenza di farmaci equivalenti o biosimilari.

Il fattore “tempo” dedicato al paziente – sottolinea Cittadinanzattiva – influisce molto sull’aderenza alle terapie. Da un lato il 71% dei professionisti lo ritiene sufficiente/adeguato, pochi si attengono a rigide disposizioni (7%), mentre più della metà lo modula in base alle esigenze e bisogni della persona (62%) e dedicando più tempo a prime visite/cambi terapie (17%). “Siamo ancora in tempo per invertire la rotta -commenta Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tdm — perché lo chiedono sia i medici che i pazienti e possiamo farlo subito. Ad esempio prevedendo nella messa a punto degli standard del personale, in via di definizione, la garanzia che il tempo dell’ascolto e della comunicazione siano veri e propri tempi per la cura della persona”.

Continuità terapeutica. Aderenza e continuità delle terapie s’intrecciano spesso. La maggior parte dei medici sostituisce la terapia per fattori clinici: l’81% “sempre” e “di frequente” per rispondere meglio al bisogno della persona per modalità e tempi di somministrazione, il 72% per poca tollerabilità alla terapia (ad es. reazioni avverse o effetti collaterali) e il 62% per inefficacia della stessa. Il 43% dei medici dichiara anche una preferenza a prescrivere il farmaco a minor costo a parità di efficacia, qualità e sicurezza. Ma esistono anche fattori di carattere amministrativo ed organizzativo. Incidono le disposizioni di normative nazionali “sempre” e “di frequente” nel 21% dei casi, le delibere e linee di indirizzo a livello regionale nel 19% e le indicazioni provenienti dalla Direzione Generale nel 12%. Ma anche l’indisponibilità del farmaco, in ospedale non aggiudicatario di gara d’acquisto e sul territorio, costituisce un fattore determinante sulla scelta di sostituire una terapia, “sempre” e di “frequente” rispettivamente nell’11% e nel 14% dei casi, “talvolta” rispettivamente nel 33% e 54% dei casi.

Fra i prescrittori di farmaci biologici e biosimilari, chi decide di cambiare la terapia al paziente lo fa, in un terzo dei casi, in libertà e autonomia e per rispondere meglio alle esigenze di cura e di successo delle terapie per il paziente; ma quasi uno su cinque (19%) dichiara di aver cambiato la terapia per rispondere ad esigenze di carattere amministrativo, principalmente per contribuire alla sostenibilità economica del Servizio sanitario nazionale (39%), per rispettare limiti o obiettivi di budget fissati dalla Azienda ospedaliera o Asl (35%), ma solo l’8% dei professionisti è al corrente dell’esistenza di delibere della Regione o Asl che prevedono come saranno riutilizzati i risparmi derivati dalla prescrizione di farmaci a minor costo.

“La tutela della salute delle persone, l’accesso alle cure più appropriate rispetto alle esigenze cliniche, alle condizioni socio-economiche e al progetto di vita del paziente  – commenta ancora Aceti –  non devono essere sacrificate per arrivare al pareggio di Bilancio. E invece l’indagine mostra che purtroppo in alcune occasioni ciò non accade. E’ necessario armonizzare ogni atto amministrativo o normativo nazionale, regionale e aziendale con due aspetti irrinunciabili: il rispetto dei principi che sono alla base della professione medica e quindi il codice deontologico, e quello dei diritti dei cittadini così come sancito dalla Carta Europea dei diritti del malato. Su questi aspetti vogliamo lavorare anche insieme agli Ordini dei medici”,

Proposte per migliorare l’aderenza. Ampio spazio è dedicato nell’indagine alle proposte “proposte per migliorare l’aderenza alle terapie”. Tra le priorità, i medici indicano il counseling e il coinvolgimento dei familiari, il supporto dell’equipe di cura (49%), poi la formazione e l’aggiornamento professionale sanitario a partire dall’Università (circa 42%), un maggiore utilizzo di supporti informativi per pazienti e familiari attraverso opuscoli o tutorial (35%). Un’altra criticità – sul fronte del dialogo – è il carico burocratico: il 34% dei medici vorrebbe una riduzione del carico burocratico, a cui va sommato anche l’ulteriore 17%, relativo a carico burocratico correlato alla numerosità dei pazienti. Si avverte anche l’esigenza di semplificare i dosaggi e modalità di somministrazione della terapia guardando le esigenze e preferenze dei pazienti (32%), agevolare l’accesso al trattamento a domicilio (24%), rafforzare il sistema di monitoraggio/supporto al paziente telefonico o digitale (19%).

L’INDAGINE