Oncologia: ospedali italiani promossi dai cittadini, ma c’è da migliorare su accesso ai farmaci e tempi di attesa

Più luci che ombre nel “Monitoraggio civico” di Cittadinanzattiva su 62 strutture. Appello sui medicinali innovativi: “Il Fondo ad hoc previsto nella legge di Bilancio sia usato per ridurre lentezza e disparità”. I primari (Cipomo): “Nell’86% dei casi in prontuario ospedaliero entro due mesi, i problemi sono a monte”

La maggior parte delle strutture oncologiche in Italia assicura una presa in carico adeguata dei pazienti, lavora bene sulla personalizzazione delle cure, sa comunicare con pazienti e familiari, garantisce comfort e assistenza adeguata nei reparti di degenza e nei day hospital, in un caso su due rilascia il codice di esenzione già dal sospetto diagnostico. Una pagella con ottimi voti per l’oncologia italiana, a cui si contrappone, però, la lista delle “materie” da recuperare: la continuità assistenziale ospedale-territorio, i tempi di attesa per le prestazioni diagnostiche (una struttura su quattro non riesce a garantirle entro 72 ore), l’informatizzazione, gli organici insufficienti  e, non certo ultima per importanza, la lentezza e la disomogeneità nell’accesso ai farmaci innovativi. Tra luci e ombre, è questa la fotografia scattata dal Tribunale dei diritti del malato (Tdm) di Cittadinanzattiva con il “Monitoraggio civico delle strutture oncologiche” presentato oggi a Roma e realizzato con il sostegno incondizionato di Msd Italia. Un’analisi che ha valutato 62 in strutture 18 regioni (tutte tranne Basilicata, Friuli Venezia Giulia e P.A. di Bolzano), attraverso un questionario articolato in 121 domande e 24 aree tematiche. 

“Abbiamo rilevato – commenta Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tdm-Cittadinanzattiva – un’attenzione che semplifica la vita dei malati oncologici, ad esempio quella di garantire, in una struttura su due, l’accesso gratuito a visite e esami, attraverso il riconoscimento dell’esenzione per patologia (codice 048) già al momento del sospetto diagnostico. Ora chiediamo di renderlo un diritto esigibile per tutti e per questo chiediamo un impegno concreto di ministero e Regioni anche all’interno dei Lea. Maggiori garanzie vanno definite anche sul rispetto dei tempi massimi di attesa nell’area oncologica, ad esempio facendone un criterio di valutazione per direttori generali e dipartimentali. Ci aspettiamo, inoltre, che il fondo per i farmaci innovativi previsto in legge di bilancio sia usato per ridurre sia i tempi di accesso che la disomogeneità per i farmaci oncologici innovativi nelle strutture ospedaliere. E ancora occorre rafforzare l’impegno per qualificare meglio il percorso di cura, portando tutti ai livelli dei migliori, così come il rapporto tra ospedale e territorio, per evitare che la persona nella fase di passaggio sia aggravata da ulteriori pesi evitabili”.

Un “quadro confortante, ovviamente con aree di miglioramento” è quello che emerge dal monitoraggio secondo Maurizio Tomirotti, presidente del Cipomo, il Collegio italiano dei medici primari oncologici ospedalieri che ha collaborato alla raccolta dei dati. “Tutte le strutture – spiega l’oncologo – hanno un Day hospital che consente ai pazienti di curarsi in forma ambulatoriale senza ingiustificati ricoveri, quasi tutte (90%) hanno un centro di terapia del dolore. I tre quarti delle strutture di oncologia medica riescono a prendere in carico il malato entro 3 giorni dal sospetto diagnostico. La sicurezza è garantita al paziente con protocolli codificati e condivisi (97%), l’81% delle strutture ricorre a una procedura centralizzata per l’allestimento dei farmaci. Grande è l’attenzione alla persona: il 90% offre supporto psicologico”. I segnali negativi riguardano invece la presenza dei case manager (c’è solo in una struttura su due) e l’assenza di reti oncologiche: sono attive solo in 6 Regioni italiane.

A proposito di un altro delicato segnale negativo, cioè il ritardo con cui i farmaci innovativi arrivano al letto del paziente, Tomirotti non ha dubbi: “Non è colpa delle Oncologie Mediche ospedaliere: l’86% ottone l’inserimento nel prontuario dell’ospedale entro due mesi dal via libera regionale”. Semmai, i problemi “risiedono a monte, dall’approvazione Ema all’Aifa, fino alla Regioni”. Secondo il monitoraggio di Cittadinanzattiva, infatti, nel 42% delle strutture occorrono in media al massimo 15 giorni per l’inserimento di nuovi farmaci nel prontuario terapeutico ospedaliero, nel 17% da 16 a 30 giorni e nel 27% da 31 a 60. Alcune strutture, però, impiegano dai 3 ai 4 mesi (7%) e dai 4 ai 6 mesi (9%).  Utile, infine, a valutare le disparità nell’accesso, è il dato sulla presenza di procedure per il sostenimento da parte della struttura sanitaria dei costi per i farmaci non rimborsati o non ancora negoziati: solo il 52% del campione si è “attrezzato” per garantire l’accesso gratuito a queste terapie.