Invecchiamento, cronicità e disuguaglianze: a rischio la tenuta del Ssn?

Presentata oggi a Roma la XIV edizione del Rapporto Osservasalute curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane. Una fotografia aggiornata e diversi interrogativi sul futuro del sistema sanitario, sia per quanto riguarda la sostenibilità economica che la capacità di rispondere ai bisogni di salute dei cittadini

Dove va il nostro Servizio sanitario nazionale (Ssn) se l’invecchiamento progressivo della popolazione e l’esplosione delle cronicità ne mettono a rischio la sostenibilità? Di quale equità possiamo ancora parlare se al Sud si vive meno e peggio? E se proprio nel Mezzogiorno la spesa sanitaria a carico dei cittadini cresce più che altrove? Sono questi alcuni interrogativi, ma forse è meglio definirli “allarmi”, che emergono dalla XIV edizione del Rapporto Osservasalute (2016) curato dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane, coordinato da Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e diretto da Alessandro Solipaca. Il report, frutto del lavoro di 180 ricercatori da tutta Italia, è stato presentato oggi all’Università Cattolica di Roma.

Invecchiamento e cronicità

In Italia avanza rapidamente un “esercito” di malati cronici che, inevitabilmente, richiederà al Ssn sempre più risorse. Come fotografato dall’Istat (dati 2016), le patologie croniche – dall’ipertensione al diabete, dalla Bpco alle malattie ischemiche del cuore – sono in aumento e riguardano quasi quattro italiani su dieci, circa 23,6 milioni di persone. Nel 2013, infatti, il 38% degli italiani dichiarava di essere affetto da almeno una della principali malattie croniche, ma il dato è salito al 39,1% nel 2016. Secondo i dati forniti dai medici di medicina generale, nel 2015 il 23,5% ha almeno due malattie croniche e nel 72% dei casi assume ogni giorno cinque o più farmaci.

Cronicità e invecchiamento della popolazione s’intrecciano inevitabilmente. Per la prima volta negli ultimi decenni si assiste in Italia a un calo della popolazione residente, dovuta in gran parte al saldo negativo decessi/nascite. Ad aumentare (2014 vs 2013) invece è il numero di cittadini di età compresa tra 65-74 anni: sono 6,5 milioni, cioè il 10,8% della popolazione. In aumento anche i più anziani (75-84 anni) e i “grandi vecchi” (over85), mentre arretrano gli ultracentenari (tre ogni 10mila abitanti). Tra il 2015 e il 2014 è scesa lievemente la speranza di vita alla nascita: si è ridotta dei 0,2 anni negli uomini e 0,4 anni nelle donne, attestandosi – rispettivamente – a 80,1 e 84,6 anni.

Sostenibilità a rischio

Dallo scenario delle cronicità – sottolineano i curatori del report – dipende molto anche il futuro stesso della sostenibilità del Ssn, messo già a dura prova da forti difficoltà economiche legate ai vincoli di bilancio. Ma a questa congiuntura sfavorevole si aggiunge una forte pressione sul sistema, determinata dall’aumento della domanda di assistenza sanitaria dovuto all’invecchiamento della popolazione, purtroppo non sempre in buona salute, e dai costi di produzione determinati anche dall’innovazione scientifica e tecnologica molto forte nel settore della sanità.

Nord vs Sud

Le malattie croniche riflettono anche i divari sociali del Paese: un esempio su tutti è la prevalenza di cronicità che nella classe di età 25-44 anni raggiunge il 4%, ma mentre tra i laureati è del 3,4%, nella popolazione con il livello di istruzione più basso è pari al 5,7%. È solo un esempio, in un’ampia cornice di disparità.  Rispetto alle condizioni di salute, le diseguaglianze territoriali sono evidenti. Proviamo a semplificare: nel 2015 un cittadino di Trento può sperare di vivere mediamente 83,5 anni, mentre un campano ha un’aspettativa di vita di soli 80,5 anni. E il Mezzogiorno resta indietro anche sul fronte della riduzione della mortalità. Negli ultimi 15 anni questa è diminuita in tutto il Paese, ma tale riduzione, soprattutto per gli uomini, non ha interessato tutte le regioni: è stata del 27% al Nord, del 22% al Centro e del 20% al Sud.  E ancora, analizzando la mortalità sotto i 70 anni, considerata dall’Organizzazione mondiale della sanità un indicatore dell’efficacia dei sistemi sanitari, si osserva che i divari territoriali non solo sono persistenti, ma seguono un trend in crescita.

Infatti, dal 1995 al 2013, rispetto alla media nazionale nel Nord la mortalità sotto i 70 anni è in diminuzione in quasi tutte le regioni (fanno eccezione la PA di Trento e la Liguria); nelle regioni del Centro si mantiene sotto il valore nazionale con un trend per lo più stazionario (a eccezione del Lazio dove la mortalità è aumentata); nelle regioni del Mezzogiorno il trend è in sensibile aumento, facendo perdere ai cittadini di questa area del Paese i guadagni maturati nell’immediato Dopoguerra. Tra i campanelli d’allarme sulle disparità, anche la “mortalità riconducibile ai servizi sanitari”. Il dato nazionale è in discesa, ma le differenze geografiche sono forti.

Gli squilibri sono notevoli anche rispetto alle risorse: la spesa sanitaria pro capite, che si attesta mediamente a 1.838 euro, è molto più elevata a Bolzano (2.255 euro ) e decisamente inferiore nel Mezzogiorno, in particolare in Calabria (1.725 euro).  Trend differenti anche per la spesa sanitaria a carico dei cittadini: se a livello nazionale è cresciuta nel periodo 2001-2014 in media dell’1,6% all’anno, in Campania ha fatto registrare incrementi dell’1,74% e in Basilicata del 3,53%.

La carenza di risorse, comunque – sottolinea il report – non basta a spiegare le differenze tra Nord-Sud ed Isole del nostro Paese. Osservando l’indicatore sulle risorse disponibili in termini di finanziamento pro capite emerge che molte regioni del Nord migliorano la loro performance senza aumentare la spesa. Per contro, alcune regioni del Mezzogiorno, alle quali si aggiunge il Lazio, peggiorano la performance pur aumentando le risorse disponibili rispetto al dato nazionale. I conti non tornano.

La salute degli italiani

Rispetto allo stato di salute e agli stili di vita italiani, il report mostra – come ogni anno – alcuni trend che meritano attenzione: in Italia si muore di più rispetto al passato per malattie psichiche e infettive; resta stabile la quota di italiani sovrappeso (un terzo degli adulti) e obesi (uno su dieci); cala il numero di “non consumatori” alcolici, ma aumentano le donne “consumatrici a rischio; rimane costante il numero di fumatori, dopo il calo progressivo degli ultimi anni; si riducono i ricoveri per disturbi psichici, ma aumenta il consumo di antidepressivi.

Anche quest’anno l’attenzione del report si concentra molto sul tema della prevenzione, poiché “la sostenibilità delle attuali condizioni di salute della popolazione si gioca sulla capacità del sistema di promuovere la salute attraverso efficaci interventi di prevenzione primaria e secondaria. Si tratta di “interventi che rafforzano la capacità di resilienza della popolazione assistita, attraverso il miglioramento degli stili di vita e la protezione mediante vaccinazioni (notoriamente in calo, ndr) e screening”.

Lorenzin: più prevenzione, meno disuguaglianze

Prevenzione e disparità regionali a sono tra i nodi principali affrontati oggi dal ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, intervenendo alla presentazione del Rapporto. “E’ fondamentale  – sostiene il ministro – puntare sulla prevenzione e attuare grandi campagne preventive, dall’obesità al diabete agli stili di vita corretti, che non possono essere il fanalino di coda nell’ambito della spesa sanitaria”. Alla prevenzione, spiega il ministro, “dobbiamo destinare il 5% della spesa sanitaria, ma siamo ancora al di sotto di questo obiettivo e servirebbero ancora più risorse”. Dal ministro un riferimento anche ad altre priorità in materia di prevenzione: dalle infezioni alla salute mentale, dall’alcol tra i giovanissimi alla salute femminile. Alle donne italiane l’appello ad aderire ai programmi di screening: “Rispondete alle lettere con cui le Asl vi invitano a fare una mammografia”.

Quanto alle disparità regionali, una proposta: “Quasi tutte le Regioni in Piano di rientro – sottolinea il ministro – hanno raggiunto il pareggio di bilancio, ma non un uguale livello dell’assistenza sanitaria: per questo c’è da pensare un diverso modello per il commissariamento delle Regioni. Credo che i tempi siano maturi, perché accanto ad un tavolo per la riforma dei ticket, si apra un tavolo per un nuovo modello di commissariamento”. Un nuovo modello che potrebbe applicarsi direttamente “alle singole aziende sanitarie ai singoli ospedali”. Per far fronte a un “divario inaccettabile” e porre un rimedio alla presenza “di due Italie dell’assistenza sanitaria, una al top nel mondo e un’altra in crisi”, sottolinea il ministro, che auspica una “chiamata alle responsabilità, soprattutto per le Regioni del Centro Sud”.