Finché il legislatore non ci separi – marchi esclusi dal patent box dal 2017

La raccomandazione Ocse dell’ottobre 2015 prescrive l’esclusione di marchi e know how dai regimi patent box, consentendo un regime transitorio fino al massimo al 2021. In Italia, nella recente manovra correttiva, è presente un riferimento al riallineamento del regime del nostro Paese sul patent box alle linee guida Ocse

Dopo Ema

La Legge 190/14 (c.d. “Legge di stabilità 2015”) ha introdotto nel nostro ordinamento il regime opzionale c.d. di “patent box” (“Patent Box”) che consente ai contribuenti che utilizzano alcune tipologie di beni immateriali (tra cui marchi, brevetti e know how) di godere di una parziale detassazione ai fini dell’Ires e dell’Irap del reddito da essi derivante. Come già menzionato nell’intervento dello scorso marzo, esiste una raccomandazione dell’Ocse dell’ottobre 2015 che prescrive l’esclusione di marchi e know how (beni intangibili coperti dalla norma italiana) dai regimi patent box, consentendo un regime transitorio fino al massimo al 2021. Tale raccomandazione, che produce effetti solo in caso di modifica alla norma domestica, è in corso di, parziale, implementazione in Italia.

Infatti, nella recente manovra correttiva è presente un riferimento al riallineamento del regime italiano sul patent box alle linee guida Ocse. Tale riferimento, al quanto generico, non può che preannunciare delle limitazioni all’esistente regime a discapito, pertanto, dei potenziali benefici per i contribuenti italiani detentori/utilizzatori di beni intangibili.
Al momento pare che il correttivo abbia ad oggetto solo l’esclusione dei marchi, salvando pertanto il c.d. know how, anch’esso oggetto della raccomandazione Ocse, che nel settore farmaceutico rappresenta la categoria di beni intangibili preponderante.
L’esclusione dei marchi, tuttavia, è da un punto di vista economico nonché metodologico alquanto discutibile e foriero di problemi. Infatti, separare ciò che è considerata tecnologia da ciò che è considerato marchio risulta del tutto soggettivo e non privo di criticità. Si pensi, a titolo d’esempio, ad uno spot pubblicitario normalmente classificato come spesa di marketing e pertanto, facilmente, allocato ai marchi d’impresa. All’interno di un spot si parla anche (se non soprattutto, si pensi al farmaceutico dove le caratteristiche terapeutiche di un farmaco sono descritte/enfatizzate) delle caratteristiche del prodotto, accrescendo pertanto il valore non solo dei marchi ma anche di know how ed eventuali brevetti. Ciò porta ad una commistione di valori tra marchi e tecnologia la cui separazione risulta unicamente un artifizio adottato a volte solo per ragioni di natura fiscale.

Da quanto sopra rappresentato, si ritiene che l’adozione di tale modifica, soprattutto con riferimento a contribuenti aventi sia marchi sia la relativa tecnologia, porti ad una limitazione della norma in oggetto che va oltre allo spirito della stessa (nonché della raccomandazione Ocse che è finalizzata a colpire i regimi che permettano l’agevolazione anche in assenza di una reale attività di ricerca e sviluppo e della relativa sostanza economica) dalla quale deriveranno delle problematiche applicative figlie di una esclusione forzata di qualcosa (i marchi) che dopo anni non può che essere economicamente indivisibile dai beni intangibili di prodotto (know how e brevetti).
La modifica in parola, dovrebbe colpire i contribuenti che non hanno richiesto l’accesso al regime per i marchi entro il 31 dicembre 2016.
A cura di Stefano Simontacchi e Francesco Saverio Scandone, membri del Focus Team Healthcare e Life sciences di BonelliErede

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