Spreco di farmaci, dietro l’angolo una nuova proposta sul medicinale monodose

Sono 1.270 le tonnellate di medicinali presenti nei rifiuti nel 24,5% dei Comuni italiani secondo il Rapporto rifiuti urbani Ispra 2016. Il Movimento consumatori ripropone quantità di utilizzo minori per terapie non a lungo termine

Migliaia di tonnellate di farmaci scaduti nelle pattumiere degli italiani. Per dare un’idea, secondo calcoli parziali sui rifiuti che riguardano un campione di meno di un quarto (23%) della popolazione, sono 1.270 le tonnellate di medicinali presenti nei rifiuti nel 24,5% dei Comuni italiani (Rapporto rifiuti urbani Ispra 2016). Uno spreco enorme legato, secondo gli esperti, a diverse cause. Prima tra tutte la scarsa ‘disciplina’ dei pazienti rispetto alle cura. Ma anche le variazione delle terapie e persino, in particolare per i farmaci da autocura, l’impossibilità di acquistare confezioni ‘mini’ quando si tratta di prodotti utilizzati al bisogno e non per cure prolungate. Un problema che potrebbe essere risolto con le ‘monodosi‘, un’idea non nuova ma controversa, riproposta dal Movimento consumatori, in termini ‘educativi’.

I medicinali che finiscono nella spazzatura, infatti, rappresentano un doppio spreco, sia per il valore in sé dei prodotti non utilizzati, sia per i costi di raccolta e smaltimento, effettuato questo generalmente in inceneritori per rifiuti speciali pericolosi, come spiega il Rapporto Ispra. “Le confezioni monodose o, almeno, una maggiore modulazione delle quantità nelle scatolette – spiega all’Adnkronos Salute Alessandro Mostaccio, segretario generale del Movimento consumatori – sarebbero almeno da sperimentare in Italia.
Quello che noto è che questa proposta, già circolata in passato, è stata accantonata senza nessun concreto tentativo di attuazione, forse per evitare di rompere gli attuali equilibri”. Ovviamente, spiega il rappresentante dei consumatori, “non crediamo che le dimensioni della confezione siano le responsabili dello spreco. Ma questo tipo di sperimentazione potrebbe avere una funzione educativa” .

Mettere l’accento sulle quantità acquistate, infatti, “porta il consumatore, che deve scegliere anche in base al numero di pillole – dice Mostaccio – a riflettere sulle sue effettive necessità, almeno quando si tratta di farmaci da banco, che sono quelli usati al bisogno. E anche il medico, nel caso di prescrizione, può dare ulteriori indicazioni, soprattutto se si tratta di terapie che potrebbero essere variate”. Inoltre “ciò potrebbe portare i produttori di generici a sviluppare anche altri tipi di concorrenza, puntando su confezioni differenti per quantità. Penso che tutto questo avrebbe effetto sul retaggio culturale, che gli italiani hanno, di fare ‘scorte’, anche per il fatto di avere avuto sempre la garanzia dei farmaci rimborsati dal Ssn. Un comportamento inutile, dannoso ed antieconomico”.

La proposta non convince, invece, Federico Spandonaro, economista sanitario dell’università Tor Vergata di Roma, secondo il quale “è difficile dimostrare che ci sia uno spreco legato alle quantità di farmaci contenuti nella confezione“. Il vero problema per l’esperto ” è la mancanza di aderenza alla terapia“. Dal punto di vista strettamente economico, inoltre, “il valore per la singola pasticca è prossimo allo zero. Per l’industria una o due pasticche in più non cambiano nulla”.

Scatole più piccole, dunque, non farebbero realizzare alcun risparmio, mentre per l’industria cambiare il processo produttivo per avere confezioni diverse “costerebbe sicuramente molto”. Per realizzare risparmi concreti, secondo Spandonaro “bisogna concentrarsi sulle cose importanti, che incidono di più. La soluzione sta nell’informazione e nella formazione: bisogna lavorare sull’aderenza e sulla correttezza della prescrizione”. Dello stesso parere Annarosa Racca, presidente di Federfarma, la federazione dei farmacisti titolari. “Si può fare molto contro gli sprechi cercando di migliorare l’aderenza alle terapie – spiega – Le confezioni che non si utilizzano e che finiscono nei bidoni della raccolta differenziata sono soprattutto quelle abbandonate per un cambio di terapia”.

“Le quantità della singola confezione non sono più un problema – continua la farmacista – perché sono stabilite rispetto alle cure standard. Abbiamo, per esempio, antibiotici in confezioni da tre pasticche se la terapia è di tre giorni, da dodici o da sei. Noti antidolorifici da banco in confezioni modulate. Non mi risulta che ci siano confezioni sovradimensionate o non corrispondenti alle prescrizioni standard. Non c’è la necessità di diminuire. Anzi. Le lamentele degli utenti sono spesso proprio per i quantitativi limitati“.

Ciononostante, “sicuramente si può migliorare – conclude Racca – informando i pazienti, aiutandoli a seguire le cure. Considerando poi che lo spreco è legato al cambio di terapia, sarebbe utile riportare in farmacia i farmaci della distribuzione diretta da parte delle Asl. In questi casi, infatti, si forniscono ai pazienti terapie anche per sei mesi, per evitare al cittadino scomodi spostamenti. Ma in caso di cambio di terapia ciò significa molte scatole nella pattumiera. La gestione in farmacia, vicino alla casa del paziente, ottimizzerebbe la gestione”.