Quale futuro (digitale) per le aziende?

Al convegno Digital Disruption in Life Sciences organizzato da Hps-AboutPharma in collaborazione con Accenture si è parlato di cosa attenderà le aziende dell'healtcare con la rivoluzione digitale

Resistenza al cambiamento, poco tempo nell’analisi dei dati che le aziende hanno in possesso, fragilità dei sistemi di sicurezza. Troppi ostacoli da superare per raggiungere l’obiettivo di una digitalizzazione diffusa in ambito Life sciences. Giulio Zuanetti, Ceo e General manager di Wichtig e Board member di Hps denuncia i ritardi del settore in apertura del convegno Digital Disruption in Life sciences, organizzato a Milano da Hps-AboutPharma in collaborazione con Accenture.
All’incontro hanno partecipato Marco Irione, Managing director Life sciences industry lead di Accenture, Massimo Grandi, presidente e amministratore delegato di Daiichi Sankyo Italia, Nicoletta Luppi, presidente e ad di Msd Italia, Michele Perrino, Ceo di Medtronic Italia, Francesco Acanfora, Head of digital innovation services di Menarini, Giampaolo Colletti, Content & audiences manager di Sanofi, Luca Naponiello, Communication manager di Merck Biofarma Italia, Andrea Pagliai, Strategy principal director di Accenture e Daniele Panigati, Informatics director Italia, Grecia, Israele, Croazia e Slovenia per Roche.
Sala piena e sguardi attenti nel giro di dichiarazioni moderate da Giuseppe Riva, direttore del Laboratorio di interazione comunicativa e nuove tecnologie (Licent). Tanti gli argomenti in ballo.

New business model
“Cosa rischio se non investo nel digitale?” si chiede Irione dal palco. Soprattutto perdita di vantaggi competitivi e di valore aggiunto ai prodotti, senza considerare il mancato risparmio in ricerca e sviluppo. Investire in questo settore significa cambiare completamente il proprio modello di business e prevedere nuovi focus su comunicazione, innovazione nei prodotti e nuove figure professionali da inserire in organico.
Panigati osa di più: “Vogliamo modificare il business model del pharma o andare a scoprirne di nuovi?”. Le nuove strategie aziendali passano non solo per nuove formule di mercato, ma anche attraverso l’integrazione con le realtà già esistenti.
“Non uso più il termine medtech perché questi silos andranno a sparire, siamo player dell’healthcare”, chiosa Perrino, sottolineando come ormai il business di un’azienda trascenda le consuete categorie e classificazioni.
“Abbiamo fatto molte iniziative culturali, ma è servito a poco. Quello che funziona – aggiunge Grandi – è che non abbiamo avuto fretta. Tutto è partito da una dozzina di persone che ci ha creduto. Abbiamo identificato le persone innamorate della tecnologia e del digital”.
Non avere fretta significa pianificare attentamente. “Bisogna creare un network per interagire con le realtà esterne come le startup e altri player tecnologici che hanno un impatto importante nel medio e lungo periodo”, afferma Acanfora.

Nuove professioni?
Ma servono nuove figure per gestire tutto questo. Qual è il profilo giusto? “Nel campo dell’informazione del pharma noi cerchiamo figure di brand journalism che sappiano decifrare linguaggi complessi e renderli semplici attraverso elementi infografici, fotografici e video”, ha dichiarato Colletti che sposta l’attenzione su un altro tema. I social. Perché una corretta informazione è legata alla vita stessa dell’azienda che non può non veicolare una corretta informazione dei propri prodotti. La digitalizzazione, quindi, non passa solo dall’utilizzo dei big data, ma anche dall’approccio che si ha con il mondo di facebook o twitter. Nel web – continua Colletti – bisogna esserci da protagonisti. Mobile first. La comunicazione va disegnata su mobile”. Anche Naponiello concorda con il collega di Sanofi: “Un contributo prezioso per rompere le barriere del linguaggio pharma, spesso troppo settoriale, può venire da comunicatori con background umanistico. Un approccio basato sullo storytelling ed un punto di vista più vicino a quello del lettore, possono sicuramente soddisfare meglio i bisogni informativi delle persone sul tema salute”.
Di business ritagliati all’insegna dell’informazione tramite social parla anche Panigati: “Mi piacerebbe avere un service designer, capace di disegnare servizi tecnologici che aggiungono valore all’azienda”. Un modo nuovo insomma per attrarre quei “talenti che ci siamo persi negli anni passati”, chiosa Pagliai.

Engagement
Nessuno dimentica, però, il paziente. Tramite l’alfabetizzazione digitale, il paziente si fidelizza e migliora la propria aderenza terapeutica. Una pedagogia in piena regola che però riguarda anche un altro attore importante dell’healthcare; il medico. Sono queste due figure i cardini del sistema sanitario e a loro si rivolge l’attenzione dell’azienda farmaceutica o di medtech. Ma prima di tutto bisogna superare la diffidenza. La tecnologia, declinata come app o come intelligenza artificiale, può spaventare. Per questo molte aziende lavorano proprio sull’educazione dell’utilizzo di nuovi device o piattaforme multimediali.
“La popolazione si sposta verso il social e la tecnologia. Bisogna considerare – chiosa Grandi – che il nostro paziente è molto avanti con l’età. Bisogna ritornare alle basi delle sue necessità, perchè senza servizi i device sono fine a se stessi”.
Contro il rischio che un paziente incappi nelle fake news che popolano internet, le aziende stanno ideando una nuova pedagogia digitale. Siamo stati i primi per quanto riguarda il pharma e non solo a lanciare le prime chatbot. Siamo alla terza e lanceremo le prossime”, dichiara Luppi.