Graziano Seghezzi, un italiano alla guida di Sofinnova Partners: “L’Italia sarà strategica per i nostri investimenti biotech”

L'investitore entra nel team dei managing partner del venture capital francese specializzato in scienze della vita. "Nei prossimi dieci anni, in programma anche operazioni late stage e sulle biotecnologie industriali"

Un italiano alla guida di uno dei principali venture capital in Europa specializzato nel settore delle scienze della vita. Graziano Seghezzi è stato nominato managing partner della francese Sofinnova Partners (il volume di fondi in gestione è di oltre 1,6 miliardi di euro) e va ad affiancare al timone della società Antoine Papiernik, Denis Lucquin e Monique Saulnier.

Seghezzi ha iniziato la sua carriera nel venture capital nel 2001 a Sofinnova Partners occupandosi di identificare e valutare nuove opportunità di investimento. Nel corso della sua carriera, che comprende anche un’esperienza dal 2003 al 2006 presso Index Venture di Ginevra, si è dedicato alla creazione di imprese favorendo la nascita di startup, spinoff e acceleratori. È stato investitore principale di Omthera Pharmaceuticals, società che si è quotata al Nasdaq ed è stata successivamente venduta ad Astra Zeneca, di Glycovaxyn, poi ceduta a Gsk, e di Creabilis, venduta a Sienna Biopharmaceuticals. È stato investitore ed è tuttora nel consiglio di amministrazione di Breath Therapeutics, Corvidia Therapeutics, Crescendo Biologics, Hookipa Biotech, Inotrem e Mission Therapeutics.

In Italia, in qualità di partner di Sofinnova Partners (che è attiva sul mercato italiano da oltre 15 anni, con più di 50 milioni di euro investiti in aziende biotech), è tra i co-fondatori di BiovelocITA, l’acceleratore dedicato alle aziende biotech lanciato a fine 2015 da Silvano Spinelli e Gabriella Camboni che a marzo ha chiuso la sua campagna di finanziamento raccogliendo 14,6 milioni.

Laureato in genetica e microbiologia all’Università di Pavia e con in tasca un Mba presso l’Università Rsm-Erasmus, in Olanda, Seghezzi ha fatto anche per cinque anni il ricercatore alla School of Medicine della New York University, operando nel campo oncologico e delle malattie cardiovascolari.

Graziano Seghezzi, da oggi è al timone di Sofinnova Partners: che cos’ha in programma per i prossimi anni insieme agli altri managing partner della società?
Sofinnova Partners è una società che si occupa di strategie a lungo termine. Abbiamo un piano decennale con cui vogliamo trasformare la società da quello che è oggi – noi siamo riconosciuti in particolare, in Europa ma anche negli Usa, nel settore dell’early stage venture (gli investimenti nelle prime fasi di vita di una nuova azienda innovativa, ndr) – a una realtà più grande e ambiziosa. Finora ci siamo mossi creando dei “fondi ammiragli”, denominati Capital 1, 2, 3, fino all’8, quello che investiamo attualmente. Nei prossimi dieci anni vogliamo fare dei passi in più, facendo crescere la società sia in verticale che in orizzontale.
In verticale, vogliamo diventare l’investitore europeo di riferimento nell’healthcare. Chiaramente resteremo focalizzati sull’early stage ma vogliamo coprire tutta la catena del valore dell’investimento su questo settore, comprendendo quindi anche operazioni late stage. Nel life science, che è dove investiamo, abbiamo lanciato un’iniziativa in industrial biotech e mi riferisco alle biotecnologie nel mondo della chimica. Abbiamo chiuso di recente un fondo da 106 milioni come primo closing in questo settore, in cui abbiamo iniziato ad investire nel nel 2009 e nel quale abbiamo fatto circa 9 investimenti. Questo lavoro con veicoli, strutture e persone dedicate per coprire tutto il life science e a tutte le fasi.

Nei piani di Sofinnova Partners, che importanza avrà l’Italia?
Noi siamo l’investitore istituzionale che ha investito di più in Italia negli ultimi 15 anni, più di 50 milioni sempre con buoni ritorni. Io, riguardo all’Italia, sto portando avanti una discussione strategica: se finora Sofinnova Partners, al di qua delle Alpi, è sempre stata “opportunista” – si trovava un buon deal, lo si faceva e si tornava a Parigi (dove la società ha sede, ndr) – l’idea è di trasformare l’Italia in un Paese strategico come altri in Europa, tra cui Francia, Regno Unito e Paesi Bassi.

Come intende raggiungere questo obiettivo?
Per farlo dobbiamo essere più dedicati. Io personalmente ho cofondato BiovelocITA, che creerà un certo numero di aziende. E continuiamo a guardare ad altre potenziali attività di seeding, perché in Italia, differentemente da altri Paesi d’Europa, manca ancora il capitale di startup e di trasferimento tecnologico.

Ma perché è ancora così difficile in Italia trovare fondi per l’innovazione biotech?
Rispondo menzionando ancora una volta BiovelocITA. Abbiamo messo insieme scienziati, imprenditori capaci e capitali smart, ovvero gente che fa questo di lavoro, perché il biotech è un investimento molto particolare. Le premesse per l’Italia sono positive. Nel nostro Paese, oggi, la scienza è ancora di alto livello come in passato. Inoltre, ci sono più imprenditori bravi che hanno già avuto esperienze di successo e ci sono più giovani preparati e disposti ad avviare iniziative imprenditoriali prendendosi dei rischi. In questo quadro, quello che manca davvero è il capitale dedicato, specializzato nel biotech. Noi vogliamo inserirci in questo contesto e puntiamo a rimanere il riferimento per quanto riguarda il venture capital biotech italiano.

State cercando di coinvolgere anche investitori italiani?
Negli ultimi due nostri fondi Capital, abbiamo coinvolto investitori italiani, sia privati che istituzionali: è la prima volta che accadeva. C’è un ecosistema che si sta muovendo con noi.

Che rapporti invece avete con le aziende farmaceutiche attive in ambito biotech?
Non proponiamo spesso alle aziende di investire nei nostri fondi. Noi lavoriamo molto più spesso con i privati e gli investitori istituzionali. Tuttavia, il nostro rapporto con le imprese è molto intenso perché, per quanto riguarda le nostre partecipate, molto spesso lavoriamo in cordata con i bracci finanziari delle società farmaceutiche. E poi chiaramente il nostro business development è a contatto con le compagnie del pharma in vista di collaborazioni e/o acquisizioni delle aziende su cui abbiamo investito. Quali sono i maggiori problemi?