Sepsi, resta ancora una battaglia contro il tempo

Il 13 settembre è la World Sepsis Day celebrata con il motto: “Stop sepsis save lifes” con l’obiettivo di ridurre le morti del 20% entro il 2020. Oggi in Europa si verificano circa 400 casi ogni 100.000 abitanti ogni anno: più di infarto del miocardio e tumori. Fare diagnosi precoce e trattare tempestivamente con antibiotici sono le armi per combatterla

È un killer più spietato di ictus e infarto con un’incidenza anche maggiore dei tumori con 400 casi ogni 100mila abitanti ogni anno. È la sepsi, malattia silenziosa e ancora poco conosciuta scatenata da un’infezione, che può dare origine a una reazione anomala capace di danneggiare i nostri organi e renderli non più funzionanti, portando alla morte in tempi molto brevi.  Il 13 settembre verrà celebrata la World Sepsis Day –promossa dalla Global Sepsis Alliance – per sostenere ogni attività che possa richiamare l’attenzione su questo importante problema sanitario con il fine di combatterlo in forma pro-attiva. Il motto è “Stop sepsis save lifes” ed uno dei propositi a più vicina scadenza è proprio quello di ridurre le morti del 20% entro il 2020.  Il primo passo è però accrescere la sensibilità di operatori sanitari, pazienti e familiari sugli enormi rischi e conseguenti costi per il sistema sanitario e la collettività.

“Come forse non tutti sanno la mortalità ad essa associata è cinque volte maggiore dell’Ictus e dieci volte superiore a quella dell’infarto” spiega Pierangelo Clerici, Presidente Amcli (Associazioni Microbiologi Clinici Italiani) e Direttore U.O. Microbiologia A.S.S.T Ovest Milanes. “Colpisce globalmente circa 27-30 milioni di individui ogni anno (di cui circa 8 milioni soccombono) senza risparmiare la popolazione pediatrica che da sola conta circa 6 milioni di morti nei i bambini al di sotto dei 5 anni. In Europa l’incidenza è di circa 377 casi ogni 100.000 abitanti e nel nostro paese, dai dati recenti dell’ISTAT, emerge come la mortalità ad essa associata sia triplicata nel periodo 2003-2014. Nell’ultimo decennio si è assistito ad un incremento delle sepsi compreso fra 8 ed il 13%, per diverse ragioni, ma sicuramente quelle più importanti sono state: l’invecchiamento progressivo della popolazione e l’aumento di pazienti caratterizzati da quadri clinici complessi e da comorbilità”.

Le strategie più adeguate per sconfiggerla oggi prevedono un tempestivo e adeguato trattamento nelle prime ore dell’insorgenza: la scelta della giusta terapia antibiotica è fondamentale anche per combattere l’aumento dei batteri resistenti ai farmaci, che negli ultimi anni hanno avuto un aumento esponenziale.

La sepsi inoltre è una malattia che “costa” non poco: si stima che in Europa un episodio pesi sull’assistenza sanitaria per circa 25mila euro. La guerra per limitarla è iniziata da molti anni e la comunità scientifica sta vincendo molte battaglie ma sono necessarie nuove strategie. In un futuro non molto lontano, come dicono gli esperti, sarà possibile riconoscere la presenza di una maggiore suscettibilità genetica allo sviluppo di quadri gravi di sepsi in determinati individui, permettendo di intervenire in modo più aggressivo su quei pazienti che presentano un maggior rischio di morte. Si potrà studiare anche l’assetto immunitario del paziente, evidenziando la presenza di uno stato pro o anti infiammatorio e la terapia potrà essere guidata dall’identificazione di nuove molecole indici dello stato immunitario del paziente. Inoltre, le nuove scoperte in campo microbiologico permetteranno di identificare più velocemente i microrganismi responsabili delle infezioni e di impostare anticipatamente una terapia antibiotica mirata e impedire così che una banale infezione si trasformi in sepsi.

Diverse le iniziative che saranno intraprese il 13 settembre: l’Amcli a Roma promuoverà il convegno “World sepsis day: Diagnosi della sepsi, la vera urgenza in laboratorio” nel corso del quale esperti e clinici discuteranno sullo stato della conoscenza e delle strategie di diagnosi e gestione; mentre gli anestesisti/rianimatori della Siaarti in collaborazione con Trenitalia, svolgeranno un’attività d’informazione– tramite questionario – a bordo dei freccia rossa.

“Occorre aumentare la consapevolezza e la conoscenza del fenomeno nell’opinione pubblica, ma anche creare dei percorsi dedicati al paziente che giunge in osservazione con un sospetto di sepsi” ricorda Carla Fontana, Dipartimento di Medicina Sperimentale e Chirurgia-Università “Tor Vergata”, Roma Microbiologia e Virologia-Policlinico Tor Vergata. “Questa emergenza richiede lo sforzo combinato di tutte le figure professionali coinvolte a partire del medico di base, passando per il personale infermieristico e gli anestesisti, fino a giungere al laboratorio, che deve poter disporre di tecnologie avanzate per aiutare il clinico a impostare/correggere l’approccio terapeutico”.

Antonio Corcione, presidente Siaarti, Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva dichiara che “i pazienti critici che necessitano di cure intensive nei reparti di anestesia e rianimazione sono esposti ad un più alto rischio di contrarre infezioni che possono mettere a rischio la loro sopravvivenza. Ridurre di 2 giorni le ospedalizzazioni – ricorda l’esperto – grazie a una risposta immediata dei test diagnostici di suscettibilità antimicrobica, significa limitare l’esposizione al rischio di infezioni in ambiente ospedaliero e, al tempo stesso, i costi dei ricoveri. In tal senso, l’innovazione tecnologica va considerata come un driver dell’appropriatezza, in grado di migliorare la salute delle persone e salvare vite umane, ma anche consentire risparmi grazie a processi di cura più efficaci”, ha infine concluso.

Non solo sepsi: il caso della bambina di Trento
E sembra rientrare proprio tra i casi di infezioni ospedaliere il caso della piccola Sofia, morta dopo aver contratto la malaria al Santa Chiara di Trento. Secondo Walter Pasini direttore del Centro di Travel Medicine and Global Health, infatti la bambina sarebbe stata infettata in seguito a un contatto ematico con un ago pungidito, di solito utilizzato per controllare il diabete ma anche per effettuare la goccia spessa, esame utile a diagnosticare la malaria. Un contagio avvenuto, secondo questa ipotesi, nel periodo in cui era stata ricoverata a Trento per diabete, mentre in pediatria c’erano due bimbe con la malaria. “Sembra assumere sempre maggior corpo nella vicenda di Trento – sostiene Pasini – quella che sin dall’inizio appariva l’ipotesi più probabile e cioè che la povera bambina abbia contratto l’infezione nel periodo dal 16 al 20 agosto, dal sangue infetto attraverso un errore umano, quando era ricoverata in un reparto pediatrico che ospitava due bambine africane ammalate di malaria. Probabilmente l’ago infetto che ha trasmesso il protozoo della malaria è stato quello pungidito sul polpastrello della mano”.