Tumore ovarico, appello alle istituzioni per il test Brca: ancora poco diffuso in Italia

Un’indagine dell’Osservatorio Onda fotografa l’accesso al test che consente di scovare la cosiddetta “mutazione Jolie”: proposto solo a una donna su tre al momento della diagnosi

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Un accesso ancora limitato al test Brca per le donne italiane. Solo a sei pazienti su dieci con tumore ovarico è stato proposto il test genetico per scovare la cosiddetta “mutazione Jolie”, che moltiplica il rischio di sviluppare tumori all’ovaio, appunto, e al seno. E soltanto a una su tre è stato proposto al momento della diagnosi, cioè la fase più appropriata per eseguire l’esame. Sono i dati che emergono dalla prima fotografia scattata da Onda (Osservatorio nazionale sulla salute della donna), con un’indagine – condotta da Elma Research con il supporto incondizionato di AstraZeneca – su 212 centri con reparto di oncologia, 50 pazienti con tumore ovarico, 31 familiari e 15 medici oncologi.

La ricerca, presentata oggi al Senato, ha analizzato in particolare la conoscenza del test, il vissuto e le modalità di accesso. Sulla base di questi dati, è stato lanciato un appello alle istituzioni nel documento “Test Brca: call to action per la prevenzione e cura del carcinoma ovarico e della mammella”, redatto con la consulenza di un gruppo multidisciplinare di esperti e patrocinato da diverse organizzazioni.

Dall’indagine Onda emergono anche forti disparità a livello regionale: Piemonte e Toscana sono le Regioni che più consigliano il test inviando il 72% delle donne con tumore all’ovaio, mentre Lombardia (43%) e Veneto (40%) tendono a indirizzare meno pazienti. Benché tutti gli ospedali dichiarino di seguire le linee guida delle società scientifiche che stabiliscono i criteri per proporre il test, nella realtà ben due su tre applicano regole più restrittive che escludono le pazienti con più di 75 anni o con malattia troppo avanzata.

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