Tecniche mininvasive in sala operatoria, vademecum dei chirurghi per promuovere l’innovazione

Presentati a Roma i risultati del progetto Op2MISE, dedicato alla formazione degli specialisti sulla chirurgia laparoscopica colorettale, ancora poco utilizzata rispetto all’approccio tradizionale. Dalle società scientifiche Sic e Acoi la ricetta per un cambio di passo

tecniche mininvasive

Le tecniche chirurgiche mininvasive sono ancora poco diffuse in Italia, nonostante i benefici per i pazienti e per l’efficienza dei sistemi sanitari. Esemplare è il caso del tumore al colon: la media italiana del ricorso alla laparoscopia si ferma al 32%, con ampie differenze tra Regioni. A questi ritardi, l’Italia deve rispondere investendo in innovazione tecnologica e nella formazione degli specialisti. È l’appello che arriva dagli “Stati generali della chirurgia italiana” convocati oggi a Roma nella sede del ministero della Salute.

Alcuni vantaggi delle tecniche mininvasive

La Società italiana di chirurgia (Sic) e l’Associazione italiana chirurghi ospedalieri (Acoi) hanno ribadito i vantaggi della chirurgia mininvasiva, tra cui tempi di recupero e di ospedalizzazione più brevi; minore trauma degli accessi chirurgici, dolore post-operatorio inferiore alle tecniche tradizionali; minore incidenza di complicanze associate a minori rischi intraoperatori grazie allo sviluppo delle tecniche di imaging.

Durante gli “Stati generali” sono stati anche presentati i risultati del progetto Op2IMISE, iniziativa dedicata all’applicazione di una metodologia standardizzata a livello nazionale per la formazione dei chirurghi in materia di chirurgia chirurgia laparoscopica colorettale. Un progetto promosso da Acoi e Sic in collaborazione con il Centro di ricerca e studio della sanità pubblica (Cesp) dell’Università di Milano Bicocca, con il contributo incondizionato di Medtronic.

Chirurgia colorettale

“Per quanto riguarda la chirurgia colorettale – spiega il presidente della Sic, Marco Montorsi – i più recenti dati del Programma nazionale esiti (Pne) mostrano un aumento di interventi in laparoscopia seppur con un’elevata variabilità nelle singole Regioni. Se si considerano gli interventi per tumore al colon, la media italiana di ricorso alla laparoscopia è del 32%, con un massimo del 52% e un minimo del 18%. In modo simile, nel caso di interventi per tumori al retto, se la media nazionale mostra il 40% degli interventi fatti con laparoscopia, il valore massimo è pari al 78%, mentre il minimo solo il 22%”. Una diffusione molto eterogenea, che secondo il presidente Sic richiede un duplice sforzo: “Sono di primaria importanza – spiega Montorsi – la disponibilità di queste tecniche nelle strutture sanitarie, ma anche la competenza del chirurgo nell’utilizzare queste procedure acquisite attraverso percorsi formativi”.

Puntare sull’eccellenza

La formazione è il cuore del progetto Op2IMISE, da cui un board di 16 esperti ha ricavato una serie di raccomandazioni per la definizione di percorsi formativi altamente specializzati. Ma la formazione, da sola, non basta. Pierluigi Marini, presidente dell’Acoi, spiega la necessità di una svolta organizzativa: “E’ necessario istituire centri di eccellenza a livello regionale, con criteri e modelli organizzativi ben definiti che applichino un approccio multidisciplinare integrato”.  Per garantire un’equità di cura nelle diverse Regioni italiane serve, poi, “un percorso diagnostico-terapeutico omogeneo condiviso da tutti i centri di eccellenza e una centralizzazione a livello regionale degli investimenti come garanzia di qualità e di uso razionale”. L’obiettivo finale non cambia: “Garantire ai pazienti l’accesso alla chirurgia mininvasiva, che rappresenta ad oggi l’opzione chirurgica con i migliori risultati”, conclude Marini.