Alzheimer, al via Interceptor: uno screening per prepararsi all’arrivo dei nuovi farmaci

Presentato oggi da ministero della Salute e Aifa uno studio che coinvolgerà 400 pazienti di età compresa tra 50 e 85 anni. L’obiettivo è individuare i candidati ideali per un trattamento farmacologico precoce. A beneficio dei pazienti e della sostenibilità delle cure

Alzheimer

Giocare d’anticipo contro l’Alzheimer, identificando oggi i pazienti “ideali” per le terapie di domani. È in questa suggestione la sfida del progetto Interceptor, presentato questa mattina a Roma dal ministero della Salute e dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa). Un modello di screening della popolazione a rischio, finanziato con quasi quattro milioni di euro, che coinvolgerà 400 pazienti con lievi deficit cognitivi e di età compresa tra 50 e 85 anni.

Interceptor, sfida all’Alzheimer

L’obiettivo principale di Interceptor è identificare i migliori biomarcatori in grado di predire lo sviluppo dell’Alzheimer nei pazienti che già presentano lievi compromissioni delle funzioni cognitive, una condizione definita in letteratura come Mild cognitive impairment (Mci). Questi pazienti (circa 735mila in Italia) sono esposti a un rischio maggiore di sviluppare la malattia. E sono anche i destinatari degli sforzi della ricerca. Al momento non esistono farmaci in grado di fermare o far regredire la malattia di Alzheimer e le uniche terapie disponibili puntano a contenerne i sintomi o limitarne l’aggravarsi per alcuni mesi. Tuttavia, nei prossimi anni si concluderanno le sperimentazioni di oltre 50 farmaci potenzialmente in grado di rallentare o arrestare l’Alzheimer. Molti di questi trattamenti, ancora non disponibili, sono dedicati alle forme “prodromiche” della malattia, ovvero alle prime fasi in cui i sintomi sono minimi. Interceptor punta a studiare ora la popolazione “ideale” per questi trattamenti, per scongiurare (in futuro) inappropriatezza delle cure e costi insostenibili per il sistema sanitario.

Sette marcatori

Lo studio valuterà sette marcatori, selezionati secondo le evidenze scientifiche oggi disponibili, con l’obiettivo di identificare quelli più “sensibili e specifici” per predire l’insorgenza dell’Alzheimer. Nel dettaglio, si tratta di test neuropsicologici, dosaggio di alcune proteine su campioni di liquor cefalorachidiano, tomografia ad emissione di positroni (PET), analisi genetica, valutazione del tracciato elettroencefalografico (EEG) per connettività e risonanza magnetica volumetrica.

I pazienti saranno monitorati per tre anni. Alla fine dello studio, si potrà vedere quale biomarcatore (o combinazione di più biomarcatori) sarà stato in grado di segnalare con maggiore precisione l’evoluzione della malattia a tre anni dalla diagnosi. “Bisogna considerare – spiega Paolo Maria Rossini, ordinario di Neurologia all’Università Cattolica e direttore dell’Area Neuroscienze della Fondazione Policlinico Gemelli – che i marcatori hanno costi diversi, da alcune migliaia di euro a poche decine, e non sono disponibili allo stesso modo in tutti i centri. Inteceptor ci consentirà di dire quali biomarcatori sono più sostenibili, meno invasivi e disponibili ovunque”.

Il fattore tempo

“Interceptor – commenta il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin – mira ad organizzare un nuovo modello di intercettazione del rischio del malato. Perché ci serve questo nuovo modello? Perché probabilmente tra il 2018 e il 2025 vedranno la luce dei nuovi farmaci, che avranno un impatto sulla popolazione e richiederanno cambiamenti organizzativi per la gestione dei pazienti. Bisogna partire per tempo, questo è uno di casi in cui noi ci stiamo preparando per primi. Quando arriveranno questi farmaci l’Italia sarà pronta e saremo in grado di curare in modo appropriato e sicuro”. A sottolineare l’importanza del “fattore tempo” è anche Mario Melazzini, direttore generale dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa): “Non possiamo farci trovare impreparati, perché l’impreparazione genera ritardi nel garantire le risposte ai pazienti”. Secondo il dg Aifa, l’auspicio di “avere a disposizione in futuro nuovi farmaci” deve essere affiancato dalla capacità di allocare al meglio le risorse, anche attraverso “l’individuazione di gruppi di popolazione” in cui un trattamento farmacologico precoce “può avere il massimo effetto possibile”. A riassumere il senso della sfida bastano pochi numeri: ogni tre secondi nel mondo c’è una nuova diagnosi di Alzheimer, in Italia si stimano oltre 600mila casi e costi socio-sanitari per circa sei miliardi di euro.