Dispositivi medici, spesa Ssn in crescita (+1,4%) nel 2016: valgono 5,8 miliardi

Al via a Roma la X Conferenza nazionale promossa dal ministero della Salute. Presentato il quinto rapporto sulla spesa delle strutture Ssn per i medical device

dispositivi medici

Nel 2016 il Servizio sanitario nazionale (Ssn) ha speso circa 5,8 miliardi di euro per i dispositivi medici. Una somma, in lieve crescita rispetto all’anno precedente (+1,4%), che vale un terzo del costo complessivo dei beni sanitari. È quanto emerge dal quinto rapporto sulla spesa delle strutture sanitarie pubbliche del Ssn per l’acquisto di medical device realizzato dal ministero della Salute. I dati sono stati presentati oggi a Roma in occasione della X Conferenza nazionale sui dispositivi medici.

Quanto spendiamo per i dispositivi medici

La spesa complessiva per i beni sanitari è stata nel 2016 di circa 17,6 miliardi di euro. I dispositivi medici rappresentano circa il 33,1% del totale, mentre i farmaci “pesano” quasi il doppio (61,8 per cento, quasi 11 miliardi). Il totale della spesa per i medical device include tre categorie, identificate nei conti economici con altrettanti codici del modello CE: i dispositivi medici, i dispositivi medici impiantabili attivi e quelli medico-diagnostici in vitro (Idv). La spesa per i primi (circa 4 miliardi) è cresciuta dell’1,2%; quella per gli impiantabili attivi (522 mila euro) è aumentata del 3,7% e quella per gli Ivd dello 0,9 per cento.

I consumi

Grazie ai dati del “Monitoraggio dei consumi e dei contratti dei dispositivi medici a carico del Ssn”, ricavati dal Nsis (Nuovo sistema informativo sanitario, il rapporto indica anche quali sono le categorie di medical device per cui si spende di più. In linea con i dati degli ultimi anni, anche nel 2016 le quattro categorie a maggior spesa sono quelle che includono dispositivi protesici impiantabili e prodotti per osteosintesi) (categoria P); dispositivi per l’apparato cardiocircolatorio (C), dispositivi impiantabili attivi (J) e dispositivi da somministrazione, prelievo e raccolta (A). Queste quattro categorie rappresentano la metà (51,6%) della spesa complessiva rilevata nel 2016.

Le Regioni

I flussi dei consumi consentono anche di tracciare una mappa della distribuzione dei dispositivi medici a livello regionale. Le prime cinque Regioni a maggior consumo sono, in ordine, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia-Romagna e la Sicilia. La variabilità regionale – precisa il report – dipende della numerosità delle strutture pubbliche presenti sul territorio regionale, della loro offerta, nonché del livello di copertura dei dati trasmessi. Trend influenzati anche dalla presenza di strutture con diversi livelli di “specializzazione”, che potrebbero utilizzare insiemi di dispositivi medici molto eterogenei.

Innovazione e sostenibilità

“La spesa cresce. Quei 5,8 miliardi di euro non sono pochi. Ma di fronte a risultati importanti che si ottengono in termini di salute non sono nemmeno tanti”, commenta Marcella Marletta, a capo della Direzione generale dei dispositivi medici del ministero della Salute, inaugurando la conferenza nazionale. Una decima edizione della kermesse che serve anche a fare un bilancio delle azioni messe in campo più di recente: “Al centro della conferenza – ha spiegato Marletta – ci sono sicuramente i temi dell’innovazione, della sostenibilità e della sicurezza. I nuovi regolamenti per i dispositivi medici e i dispositivi diagnostici in vitro. Ma anche una nuova governance dell’innovazione”. Si riferisce al Programma nazionale di Health technology assessment (Hta) entrato nel vivo quest’anno: “E’ una best practice a livello europeo che – ha ricordato la dg del ministero – permetterà di acquistare tecnologie davvero innovative e di rendere l’innovazione sostenibile, basando le scelte sulle evidenze, sui criteri di costo-efficacia e appropriatezza. Ma è anche un esempio di buona integrazione tra Stato e Regioni”.

Lorenzin: “L’innovazione come investimento”

Di costi e sostenibilità ha parlato anche il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, individuando una serie di priorità per il settore dei medical device: “In questi anni abbiamo provato a invertire la rotta: il sistema salute non può essere visto come un ‘silos’ e richiede un insieme di politiche. E’ un sistema che cura i cittadini, ma che deve anche prevenire, innovare, avere una visione che va oltre l’ospedale”. Un sistema di cui fa parte anche l’industria: “Il settore dei dispositivi medici è un pezzo di made in Italy importante. Le tecnologie non vanno considerate come un costo, ma come un investimento”. A patto di mettere in campo anche “modelli regolatori in grado di garantire crescita e accessibilità”; politiche omogenee a livello regionale, “tornando in qualche modo a rivedere il titolo V della Costituzione”, iniziative per sostenere gli investimenti delle imprese in innovazione. Per il ministro, l’Italia ha le carte in regola per “diventare l’hub europeo di riferimento per l’industria delle scienze della vita”. Lo dimostrerebbe, nonostante l’esito finale, la vicenda del trasferimento dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema): “L’Italia è stata riconosciuta come numero uno, con grande paura dei competitor. Dobbiamo crederci, dobbiamo rafforzare la nostra ledaership”, ha ribadito il ministro.