Rifiuti nel settore farmaceutico: per le aziende la gestione è un problema

Il rapporto GreenItaly 2017 di Unioncamere e Symbola evidenzia la tendenza positiva del comparto pharma nell’adeguarsi alle norme sulla tutela ambientale. Resta però il vulnus dello smaltimento e della produzione degli scarti (dal numero 154 di AboutPharma)

rifiuti nel settore farmaceutico

L’emergenza ambientale è diventata un tema centrale anche per le aziende pharma. Ma se da una parte il tentativo di impattare il meno possibile sulla salute del pianeta è sotto gli occhi di tutti, è altresì evidente che i risultati stentano ad arrivare. Almeno per quanto riguarda lo smaltire i rifiuti. Lo dice il report GreenItaly 2017 redatto da Unioncamere e Fondazione Symbola. In sostanza, secondo la ricerca, la produzione e la gestione dei rifiuti nel settore farmaceutico sono deludenti. Anche se le industrie del farmaco tengono alta la guardia sull’efficienza energetica e le emissioni degli inquinanti.

I dati sulla gestione e lo smaltimento dei rifiuti nel settore farmaceutico

Per quanto riguarda la eco-tendenza negli anni 2008-2015, la gestione dei rifiuti nel settore farmaceutico riceve una valutazione “negativa”. Il giudizio considera le dinamiche dei valori per unità di prodotto.  “Molto negativa” è invece ritenuta la produzione dei rifiuti. Eccessivo l’impatto ambientale, nonostante i manager aziendali siano consapevoli che si deve fare di più da questo punto di vista. Positiva, invece, la tendenza in tema di efficienza energetica ed emissione di inquinanti in fase produttiva.

Rifiuti nel settore farmaceutico: poca attenzione all’impatto ambientale

Nonostante i dati della ricerca elaborati dai due enti sui numeri forniti da Eurostat, Eurocerved e Istat, le aziende healthcare stanno investendo molto per limitare gli sprechi, a partire dalla produzione di farmaci ecocompatibili.  L’Eea (Agenzia europea dell’ambiente) ha promosso protocolli molto ferrei sullo smaltimento dei rifiuti nel settore farmaceutico. Un esempio è rappresentato dalle etichette con la dicitura “sostanza pericolosa”, che classifica un determinato prodotto in base alla sua tossicità. Tuttavia manca una regolamentazione apposita a livello internazionale. Allo smaltimento rifiuti nel settore farmaceutico e all’impatto ambientale è dato poco spazio. Le good manufacturing practice per le industrie farmaceutiche si soffermano infatti quasi solo sulla corretta procedura di produzione dei medicinali.

La buona notizia: più energia rinnovabile

“Dal 2008 a oggi le emissioni di CO2 per unità di prodotto da parte delle industrie pharma è stata ridotta del 27% e c’è stato un aumento dell’80% negli investimenti”, rivela Domenico Sturabotti, presidente di Symbola. I manager d’azienda hanno giocato d’anticipo, tanto che il 74% degli investimenti totali affrontati in questi anni hanno riguardato innovazioni tecnologiche per prevenire l’inquinamento. Ma c’è di più. Della ricerca condotta da Fondazione Symbola e dai sondaggi fatti tra gli imprenditori del settore è emerso che un alto numero di aziende ha investito tempo e denaro per l’approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili. In più, quasi il 61% delle aziende intende continuare con questa politica ambientale. Secondo i dati forniti dal report, la quantità di input energetici necessari alla produzione è calata del 35%. Anche sul consumo idrico sono stati fatti grandi passi avanti.

Sturabotti tiene a precisare che “il 64% degli intervistati ha fatto investimenti proprio sulla riduzione dell’impatto idrico”, in particolare, continua il presidente, “sull’acqua in uscita dai processi produttivi”. Il comparto farmaceutico, da questo punto di vista, si presenta molto più “green” di altri settori manifatturieri. La riduzione degli inquinanti nell’aria a cui si è fatto cenno prima è di gran lunga superiore alla media nazionale, ferma al 12%. Anche il gap tra gli investimenti è evidente. Se il farmaceutico investe 7, il resto della manifattura italiana investe 3,5. Meno rosea invece è la performance dei settori pesanti e del legno e della chimica. La più stringente regolamentazione ambientale rivolta a questi comparti non sempre si traduce in un miglioramento del grado di sostenibilità ambientale. E questo apre molti interrogativi sul quadro di policy.

E i medical device?

Un discorso a parte meritano i dispositivi medici. Nella ricerca non c’è una categoria apposita, perché sarebbe impossibile avere dati disaggregati di questo tipo. Non lo permette la vastità del settore. Cerotti, preservativi, strumenti diagnostici, per citarne alcuni, rientrano in più categorie produttive. Dall’elettronica all’industria della plastica, passando per la produzione di gomma.

Gli effetti di una cattiva gestione dei rifiuti nel settore farmaceutico: l’aumento della resistenza ai medicinali

Secondo uno studio della rivista Infection, riportato anche sul sito The bureau of investigative journalism, nella zona di Hyderabad, in India, sono stati riscontrati elevati livelli di inquinanti dovuti a una gestione non corretta dei rifiuti nel settore farmaceutico. Nello specifico, lo scarico nelle acque di antibiotici e antimicotici. Non è cosa da poco. Oltre all’inquinamento dell’ambiente in sé, il problema riguarda anche il moltiplicarsi nell’ambiente di batteri resistenti ai farmaci, che sappiamo essere una delle principali minacce per la salute pubblica mondiale. L’antimicotico fluconazolo e gli antibiotici moxifloxacina, ciprofloxacina, claritromicina e ampicillina sono tra i medicinali più presenti nelle acque intorno al distretto di Hyderabad. Ma l’India è solo un esempio, perché il fenomeno dell’antibioticoresistenza riguarda tutta la comunità internazionale e anche in casa nostra l’allarme non è da sottovalutare.

Lo smaltimento dei resi farmaceutici

In tema di smaltimento dei rifiuti nel settore farmaceutico, l’Italia è all’avanguardia in Europa. E questo avviene grazie a un sistema per ritirare e smaltire i resi farmaceutici gestito dagli operatori del settore. Assinde, società costituita da Farmindustria e Federfarma, fornisce servizi per l’erogazione degli indennizzi dei resi spettanti sia alle aziende distributrici che alle farmacie. Il prelievo nei punti di interesse avviene tramite trasportatori autorizzati. Ogni confezione, da quando diviene rifiuto a quando è distrutta, segue un preciso percorso, documentato e verificabile in ogni sua fase dagli operatori. Viene rilevato il codice Aic, il numero di lotto e la data di scadenza. Si acquisiscono, inoltre, due immagini. Una del numero di lotto e data di scadenza e una seconda recante il bollino di sicurezza.

Sulla base dei dati forniti dalla società Assinde, poi, le industrie risalgono al numero di confezioni da indennizzare e le quantità rese da ogni farmacia o azienda distributrice. A conclusione del percorso amministrativo ed ecologico, le aziende produttrici ricevono la documentazione relativa agli importi addebitati (indennizzi, certificazioni, smaltimento e provvigioni). Alle farmacie e ai distributori vengono invece inviati la nota di indennizzo con l’elenco analitico dei prodotti indennizzati e non indennizzati e l’ammontare dell’importo che viene loro liquidato.

Anche il paziente deve fare un esame di coscienza

Ma a inquinare non ci sono solo le aziende. Anche i pazienti hanno la loro dose di responsabilità. Come rivelano i dati dell’Istituto superiore di sanità e di Altroconsumo, l’aumento dell’utilizzo di farmaci sta avendo ripercussioni anche sul livello di dispersione dei medicinali nell’ambiente. Secondo le analisi di Altroconsumo i pazienti sono la prima fonte di inquinamento, pesando per il 70-80% sul totale dispersione negli scarichi fognari. Mancanza di educazione ecologica e uso improprio dei medicinali (senza considerare gli scarichi abusivi nei pressi di corsi d’acqua), accentuano l’avvelenamento ambientale.

Sempre Altroconsumo, in un articolo pubblicato sul bimestrale Testsalute, basandosi su un report dell’Istat “Popolazione e ambiente”, stima che più della metà delle famiglie italiane nel 2012 abbia portato i farmaci scaduti negli appositi raccoglitori delle farmacie. Un trend positivo che dal 37% del 1998 è passato al 61% nel 2012. Meglio il Nord Italia con un tasso di raccolta differenziata del 76%, seguito dal Centro (49%) e dal Sud e Isole (46%). La fotografia del continente europeo mostra invece una realtà divisa tra Nord e Sud. Nell’Europa del Nord si riscontra un maggiore numero di sedativi e antidepressivi, mentre nella zona mediterranea prevalgono gli antibiotici. Lo scorso anno Greenreport ha ripreso un dato dell’Ema, secondo cui l’Italia è tra i più grandi consumatori Ue di antibiotici in agricoltura e nell’allevamento. E i tassi di crescita sono costanti tra il 2013 e il 2014.

Altri effetti: le conseguenze sulla biodiversità animale

L’esposizione degli animali ai farmaci attraverso l’ambiente può essere diretta o indiretta. Un caso di cui si è occupata anche la comunità scientifica riguarda, per esempio, la riduzione della popolazione degli avvoltoi nell’area indo-pakistana, entrati in contatto, in maniera indiretta, con il diclofenac. Nutrendosi di carcasse di animali trattati con questo farmaco, gli uccelli hanno infatti contratto disturbi renali mortali. Altri casi riguardano la sterilità di alcune rane dovuta a tracce di pillole contraccettive nelle acque. O ancora, la presenza di ivermectina (usata come antielmintico in veterinaria) negli escrementi degli animali che danneggia gli scarabei stercorari. Nei pesci, inoltre, la presenza di ormoni sessuali femminili in acqua sembra provocare mutazioni sessuali.

La vigilanza sulla gestione dei rifiuti nel settore farmaceutico

Della relazione tra farmaco e ambiente si occupa l’ecofarmacovigilanza (Epv). È una scienza emergente che racchiude, secondo la definizione dell’Oms, le attività di rilevazione, valutazione, comprensione e prevenzione degli effetti negativi legati alla presenza dei farmaci nell’ambiente. Alte concentrazioni di farmaco possono essere rilevate nelle vicinanze degli scarichi provenienti da ospedali e stabilimenti produttivi, se le emissioni non sono trattate e controllate in modo adeguato. Alcuni farmaci non sono eliminati del tutto con il processo di trattamento e tracce di essi finiscono nelle acque. Tra questi ci sono la cocaina, i contraccettivi orali, la carbamazepina e i mezzi di contrasto iodati. Grande eco suscitò lo studio dell’Istituto Mario Negri che nel 2005 rilevò una concentrazione di cocaina nelle acque del Po. Ogni giorno venivano trasportati quattro chili. La sostanza tossica era convogliata lì dagli scarichi fognari delle città padane.

Ma non solo: tracce corpose dell’alcaloide furono inoltre trovate nelle acque depurate di Cuneo, Latina e Cagliari. Nel fiume Niagara, negli Stati Uniti, si misurano con regolarità tracce di antidepressivi, carbamazepina, altri antiepilettici e statine. Ma ci sono molti altri esempi di farmaci presenti in acqua, anche se in quantità minima. Per esempio, antibatterici come i flourochinoloni, ormoni, paracetamolo, diclofenac. In questo modo l’acqua può essere contaminata per l’apporto di farmaci diversi. Anche l’eliminazione impropria dei medicinali avanzati può contaminare l’ambiente. Si pensi ai cerotti transdermici che trattengono un’alta percentuale di farmaco (fentanil) dopo la rimozione dalla pelle.

Nuove possibilità di occupazione

L’attenzione delle aziende pharma per nuove fonti di energia e per migliorare la propria compliance ambientale offrirà nuove opportunità di lavoro. Il dossier GreenItaly lo specifica con chiarezza.

Il chimico “verde”

Una di queste è il chimico “verde”. Si tratta di un professionista che progetta e sviluppa nuovi prodotti soprattutto in ambito industriale. Ma può applicare le proprie competenze anche in altri ambiti. Tecnologia ambientale e chimica analitica, per esempio. Ma anche analisi e valutazioni di problemi produttivi. Le aziende saranno di certo interessate a un esperto nel controllo di qualità e nel controllo ambientale. Ovvero, di qualcuno che può occuparsi dei processi di trattamento e di eliminazione dei residui di lavorazione, delle certificazioni e del trasporto, della manipolazione e dello stoccaggio delle materie pericolose. Insomma, una figura che interviene nella definizione dei piani di primo intervento in caso di incidente (come fuoriuscite accidentali). In più, è un profilo fondamentale nelle attività di bonifica dei siti contaminati. Dal punto di vista della formazione è necessaria una laurea in scienze chimiche, scienze e tecnologie della chimica industriale, farmacia o farmacia industriale.

L’ingegnere energetico e l’esperto di marketing ambientale

L’ingegnere energetico è una figura fondamentale del nuovo panorama, dalla produzione fino al consumo finale dell’energia. Non solo nell’ambito delle fonti rinnovabili ma soprattutto in quello dell’efficientamento energetico. Progetterebbe e gestirebbe impianti in maniera tale da ridurre i consumi di materie prime e di energia. Altra figura di spicco potrebbe essere l’esperto di marketing ambientale. “Se si considera che sempre più l’aspetto ambientale è fra i fattori determinanti nella scelta di acquisto – si legge nel report – è evidente come le professioni che garantiscano un percorso di sostenibilità a beni e servizi acquisiscano di anno in anno più importanza”.

L’economista ambientale

C’è poi anche l’economista ambientale. È un professionista specializzato in studi e ricerche di carattere finanziario. Ma cura anche la gestione del rischio, le politiche ambientali e l’impatto dei sistemi socioeconomici sugli ecosistemi. Gli stessi studi universitari che portano a questa professione sono improntati a temi legati a clima, biodiversità, inquinamento e normative nazionali e internazionali.

La sostenibilità

Corporate Knights, secondo quanto rivela anche Forbes, mette insieme ogni anno le cento aziende più sostenibili al mondo. Nel 2017 tra le prime dieci aziende più “green” ci sono anche società farmaceutiche: Johnson&Johnson è all’ottavo posto, seguita da Allergan (24esimo posto) e Ucb Sa (66esimo posto). Sono presenti anche Takeda, Novartis, Sysmex, Edwards lifesciences, Astellas, Varyan medical system, Sonova e Merck & Co.