Funziona la terapia genica per la beta talassemia

In una sperimentazione condotta su 22 persone è bastata una sola applicazione per eliminare o ridurre la necessità delle trasfusioni di sangue. Lo studio, condotto dai ricercatori del Brigham and Women's Hospital di Boston è stato pubblicato sul New England journal of medicine

terapia genica per la beta talassemia

Niente più trasfusioni per chi è affetto da beta talassemia. Non è una speranza o un’ipotesi irraggiungibile ma un traguardo sempre più vicino. Sono state dimostrate infatti sicurezza ed efficacia della terapia genica per la beta talassemia. In una sperimentazione condotta su 22 persone affette da una forma grave della patologia, è bastata una sola applicazione di terapia genica (LentiGlobin BB305) per eliminare o ridurre la necessità delle trasfusioni di sangue. Un risultato sensazionale per una tra le malattie ereditarie del sangue più diffuse, dovuta a un difetto nella produzione della betaglobina, componente dell’emoglobina. Lo studio, condotto dai ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston, è stato descritto sul New England journal of medicine. “Si tratta di una svolta – ha spiegato Giuseppe Novelli genetista e rettore dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata – perché può far uscire dalla fase sperimentale la terapia genica. Si tratta del più vasto numero di pazienti trattato con questo tipo di terapia”.

Lo studio

Il gruppo di ricerca guidato da Philippe Leboulch del Brigham and Women’s Hospital e dell’Harvard Medical School, primo autore dello studio, si è alleato con un team americano e con ricercatori australiani e tailandesi per condividere i risultati dei rispettivi trial clinici di fase II. In totale gli scienziati hanno trattato 22 pazienti in sei diversi centri del mondo. Fra i nove con la forma più severa di malattia il trattamento ha ridotto la necessità di trasfusioni del 73%. Tre di questi nove hanno poi interrotto le trasfusioni, mentre 12 dei 13 pazienti con una forma leggermente meno grave non hanno più avuto bisogno di trasfusioni dopo la terapia genica. Il team non riferisce problemi di sicurezza legati al trattamento.

Al via i trial di fase III

“Quando hai un singolo paziente aneddotico, non sai se il suo risultato sarà confermato” commenta Leboulch. “Qui, con trial multicentrico su un più grande numero di pazienti, possiamo misurare la grandezza dell’effetto terapeutico. Inoltre c’è spazio per un miglioramento anche contro le forme più gravi della malattia, grazie ai cambiamenti di protocollo introdotti nel trial di fase III”. I ricercatori intanto fanno sapere che ne sono già stati avviati due.

Il vettore “LentiGlobin”

Leboulch ha iniziato a studiare  il vettore “LentiGlobin” utilizzato nello studio, già anni prima su modelli animali, pubblicando i risultati  su Science. Nel 2010, insieme a Marina Cavazzana dell’Università Paris-Descartes, pubblicò su Nature i risultati di una ricerca condotta su un unico paziente beta talassemico utilizzando il vettore LentiGlobin.  Per trattare i pazienti sono state usate le cellule staminali degli stessi malati, precedentemente trattate in laboratorio con il lentivirus. “In questo modo ha potuto trasportare la betaglobina, che è la proteina che veicola l’ossigeno nei vari tessuti”, ha spiegato all’Ansa Cavazzana, che ha lavorato su 4 giovani pazienti presso l’ospedale pediatrico Necker di Parigi.

Dimostrata la sicurezza della terapia

Prima di ricevere la terapia genica, tutti i malati sono stati sottoposti a chemioterapia. Una volta finita, sono stati monitorati per un tempo che va dai 15 mesi a 4 anni e non sono stati riscontrati effetti avversi diversi da quelli tipici di un auto-trapianto di staminali. “I giovani che abbiamo trattato da noi sono stabili e stanno molto bene” riferisce Cavazzana. “Hanno ripreso ad avere una vita normale, lavorano o sono tornati a scuola”. “Quella sperimentata – chiarisce Novelli –non è una tecnica nuova. È già stata sperimentata in passato su singoli pazienti. La novità in questo caso è il vasto numero di pazienti sui cui è stata provata. I ricercatori stanno provando la terapia su un numero maggiore di malati, tra cui anche bambini di 5 anni”.

Le malattie del sangue

Dopo le malattie rare, quelle del sangue sembrano essere il bersaglio più promettente per le teraie geniche. Al Tiget la stessa piattaforma usata per curare l’Ada-Scid in questi anni è stata sfruttata – con le opportune modifiche – anche per trattare altre malattie tra cui la beta talassemia. In Francia il gruppo guidato da Maria Cavazzana oltre a occuparsi anch’esso di beta talassemia, è attivo nello studio dell’anemia falciforme, altra malattia dovuta alla mutazione della betaglobina. Qui l’applicazione della terapia genica su un ragazzo di tredici anni affetto da anemia falciforme ha portato dopo 15 mesi dal trattamento a non avere più sintomi ne bisogno di cure come riporta un altro articolo pubblicato sul Nejm. Sempre nel campo delle malattie del sangue Shire lo scorso luglio ha fatto domanda di Investigational new drug (Ind) alla Food and drug administration, per un farmaco sperimentale (SHP654, designato anche come BAX 888) per il trattamento dell’emofilia A. La terapia genica consiste nell’utilizzare un virus adeno-associato ricombinante per consegnare una copia funzionale di FVIII al fegato e consentire un’autoproduzione del fattore VIII proteg- gendo così i pazienti da sanguinamenti.

I limiti della terapia genica per la beta talassemia

Anche se andasse tutto bene il problema però sarà rendere accessibile la terapia a tutti coloro che ne hanno bisogno. La terapia genica infatti presenta dei costi molto elevati, moltiplicati per il numero di persone affetta dalla patologia. Ricercatori e aziende stanno già cercando dei sistemi per ridurre i costi ma molto resta da fare. Considerando anche che uno dei problemi principali è la mancanza di officine farmaceutiche specializzate per la produzione dei virus. Sarebbe proprio la loro scarsa disponibilità, oggi, uno dei limiti per lo sviluppo di terapie geniche, che sfruttano appunto i virus resi innocui come vettore. Unita, anche, a una produzione che richiede un onere elevato in termini economici e di tempo. Ostacolo addirittura più impattante del processo normativo.