Alzheimer, Astrazeneca e Eli Lilly interrompono un trial clinico

Si aggiungono altre due aziende alla lista di società che hanno interrotto test sulle malattie neurodegenerative. Oltre ai costi di sperimentazione, ci sono difficoltà oggettive come la mancanza di un modello animale su cui basare successivi studi

Astrazenenca e Eli Lilly interrompono un trial clinico su una terapia sperimentale contro l’Alzheimer. Oggetto dello studio era un inibitore dell’enzima beta secretase (Bace) chiamato lanabecestat. La decisione è arrivata a seguito di una decisione di esperti. A loro dire, i test non avrebbero portato al raggiungimento dei target primari.

Tentativi falliti

Cosa rimane ora della sperimentazione sugli inibitori Bace? Perchè è questa la domanda che la comunità scientifica mondiale si sta ponendo. Già J&J ha dovuto alzare bandiera bianca per quanto riguarda studi di questo tipo, senza contare la resa di Pfizer, Merck e Lundbeck. La ricerca sulle malattie neurodegenerative è complessa e la strada è accidentata. I motivi sono tanti e non tutti riconducibili ai costi di R&D.

I motivi dell’abbandono: manca il modello animale

Nel numero 159 del magazine, AboutPharma ha cercato di spiegare le cause di queste interruzioni. La sperimentazione di farmaci nella fase tardiva della malattia non è l’unico motivo che ha portato al fallimento di numerosi trial nel campo delle neuroscienze. Un altro motivo del continuo esito negativo delle sperimentazioni cliniche nel settore è la mancanza di un buon modello animale. Per cui pensare di testare a tappeto una batteria di potenziali farmaci non è possibile. Ed è questo il motivo per cui, a differenza di altre aree terapeutiche, il metodo empirico non funziona. “Non abbiamo buoni modelli che siano rappresentativi della malattia umana” critica Roberto Furlan del San Raffaele di Milano. “Nel caso dell’Alzheimer magari sono modelli di amiloidosi ma non hanno la caratteristica principale della malattia umana. In quei topi transgenici i neuroni non muoiono. La letteratura è piena di farmaci che danno ottimi risultati negli studi preclinici, dove fanno sparire l’amiloidosi e magari fanno anche recuperare il cosiddetto ‘danno cognitivo’ dei topi. Ma poi sugli esseri umani non funzionano. Perché si tratta di due condizioni differenti che hanno poco in comune. È la storia degli ultimi venti anni e le aziende che hanno deciso di abbandonare il settore non hanno tutti i torti”.

Soldi, tanti, tanti soldi

Il secondo motivo per cui il campo delle neuroscienze sta perdendo fascino è il costo troppo elevato delle sperimentazioni. Per disegnare uno studio di fase III in una malattia neurodegenerativa come l’Alzheimer, servirebbero circa due miliardi di euro. Perché l’unico esame oggi disponibile per misurarne la progressione è la risonanza magnetica, che permette di valutare il grado di atrofia della massa neuronale. E la dimensione campionaria dovrebbe essere molto alta e seguita per almeno due anni. “Si è creato un imbuto – prosegue Furlan – per cui anche farmaci con una potenziale indicazione preliminare non verranno mai testati sull’uomo. Insomma, non si possono testare sull’animale perché il modello non funziona, né sugli esseri umani perché costa troppo”.

Ma ci sono altre vie

Ma ci sono anche tante nuove strade ancora poco esplorate che possono portare a successi. Per esempio l’esplorazione del ruolo del brain-derived neurotrophic factor (Bdnf) nell’Alzheimer. Ma anche dell’infiammazione, della nutrizione o il sonno per citarne alcuni. Piergiorgio Strata professore emerito di Neurofisiologia presso l’Università degli Studi di Torino ne è convinto. In un’intervista rilasciata per il numero 157 di AboutPharma dice che “vi sono altre nicchie per la ricerca di farmaci per combattere l’Alzheimer. Un esempio viene dalle recenti scoperte sui legami tra Alzheimer e malattie del sonno. In un esperimento pubblicato nel mese di luglio 2017 si è dimostrato un aumento di amiloide nel liquor di soggetti volontari. In questi soggetti, nel corso di una singola notte è stata soppressa la fase N3 del sonno, quella caratterizzata dalle onde lente dell’elettroencefalogramma che domina nelle prime ore del sonno. Un aumento di amiloide e di tau si è riscontrata anche in persone che cronicamente hanno una ridotta efficienza della fase N3. Potranno essere sempre più utili i farmaci per l’insonnia che proteggano il più possibile la fase N3”.