Sei parole per il futuro: la scienza del farmaco secondo Silvio Garattini

Dopo cinquantacinque anni il professore lascia la direzione dell’Istituto “Mario Negri” a Giuseppe Remuzzi e consegna ai ricercatori una visione basata su indipendenza, fede nei dati, passione e spirito di servizio per il pubblico. Dettando l’agenda sui progetti più promettenti, lontani dalle mode e guardando…alla Cina. Dal numero 160 del magazine

Silvio Garattini

Dal 1 luglio Silvio Garattini non è più il direttore dell’Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri” di Milano. Dopo cinquantacinque anni di intensa attività (cinquantasette se si considera l’anno di fondazione dell’ente) il professore – che compirà novant’anni il prossimo novembre – assume la presidenza del consiglio di amministrazione, lasciando la direzione a Giuseppe Remuzzi, nefrologo di fama internazionale che proprio al “Mario Negri” ha legato i principali passi della sua carriera. Il passaggio di consegne è avvenuto formalmente il 29 maggio, al termine di un lungo discorso (un’ora e più) e di una protratta e commossa standing ovation. C’era anche AboutPharma. Nessun rimpianto, pressoché nessuna concessione al ricordo o al bilancio del passato, in fondo sacrosanto. Solo futuro, e anche tanto, nelle parole del professore. Già, le parole. Sono soltanto sei quelle in cui Garattini ha voluto condensare la sua esperienza di uomo e scienziato (indipendenza, condivisione, ricerca, giovani, pubblico, passione). Senza troppi sforzi vi si può rintracciare il dettato di un’agenda per chi di farmaci voglia occuparsi nel prossimo futuro (se alla parola “ istituto” si sostituisce “Italia” in discorso sembra filare lo stesso). Soprattutto vi si ritrova l’atteggiamento mentale che ha ispirato generazioni di ricercatori e con il quale – piaccia o meno – chiunque si occupi di farmaci e di scienza, a qualunque livello, almeno in Italia, dovrà sempre fare i conti. Quella che segue è la trascrizione quasi letterale del discorso tenuto da Garattini. L’intervento di chi scrive si è limitato alla necessaria sintesi.

Indipendenza

È prima di tutto un atteggiamento mentale. Difficile codificarla. Essere indipendenti vuol dire avere le proprie idee, darsi delle regole ma anche accogliere sempre tutti i consigli senza essere sudditi di altri. Soprattutto non essere sudditi del prodotto che invece purtroppo regola il mondo. Abbiamo deciso fin dall’inizio di non brevettare i risultati delle nostre ricerche. Non tanto per essere diversi dagli altri ma perché anche questa è una forma di indipendenza. Non brevettare vuol dire collaborare con tutti, non avere segreti, poter pubblicare tutto quello che si fa. Vuol dire non assumere la mentalità e l’andare nella direzione di ciò che può essere brevettato, perché ciò contrasta con l’idea di fare ricerca. Un esempio sono le startup. Sicuramente una grande realtà, molto importante, molto promosse dalle università. Ma non fanno parte del nostro Dna. Stanno creando un problema rilevante perché molte industrie hanno abbandonato o diminuito la loro ricerca interna preferendo comprare piccole società che se ne occupano che magari scoprono qualcosa di importante. E siccome le industrie sono in competizione tra loro i prezzi dei prodotti di ricerca salgono: valga per tutti l’esempio del sofosbuvir.

Questo si ripercuote sui prezzi dei farmaci che diventano poco sostenibili per i sistemi sanitari pubblici. L’indipendenza deve essere tale anche rispetto alle istituzioni, ai partiti politici, alla finanza, all’industria, all’università. Non dobbiamo essere influenzati da ciò che pensano determinati gruppi (se all’inizio quando ho avuto la possibilità di realizzare la fondazione avessi ascoltato l’università, oggi non saremmo qui. Saremmo stati inglobati e io avrei avuto una cattedra come contentino). L’indipendenza è tale anche rispetto alla politica: va benissimo coltivare le proprie idee ma fuori dall’istituto. Siamo sempre stati molto neutrali. Mai appoggiato nessuno ma solo quelli favorevoli alla ricerca e allo sviluppo delle conoscenze. Per raggiungere l’indipendenza si possono fare tante cose: noi abbiamo deciso di non far dipendere più del 10% del nostro bilancio da una sola fonte, perché se aumentasse e poi venisse a mancare saremmo in difficoltà. Altra regola da seguire: detenere la proprietà dei dati di ricerca fino alla loro pubblicazione. Dobbiamo fare accordi che ce lo consentano. Del resto eravamo, siamo e saremo sempre favorevoli al data sharing. L’indipendenza è anche indipendenza dalle “mode” scientifiche. Ne ho viste molte.

Anni fa eravamo tutti concentrati sui mediatori chimici (dopamina, noradrenalina, serotonina, citicolina etc.). Sembrava che tutto dipendesse da questi e che se non si studiavano per bene non si andava lontano. In realtà abbiamo imparato che c’erano tante altre cose, ad esempio i recettori che erano anche più importanti. Altre mode? Le citochine, la farmacocinetica, la genomica, la medicina traslazionale, la medicina di precisione. Tutte tappe importanti, nessuno lo nega. Ma, appunto, sono tappe, metodologie, conoscenze che vanno inserite tra le altre conoscenze che già abbiamo. Bisogna essere indipendenti anche dai propri pregiudizi. Ognuno ha i suoi. Per essere indipendenti bisogna essere permeabili. Quello che pensano gli altri va valutato e in qualche caso accettato. Indipendenza non vuol dire isolamento, che invece è un grande problema per chi fa ricerca. Indipendenza è anche collaborazione. Abbiamo bisogno di tutti. Qualunque istituzione o organizzazione, per quanto sia ricca, avrà sempre bisogno degli altri. L’indipendenza è povera. I ricchi non sono mai indipendenti.

Condivisione

È uno degli aspetti della collaborazione. Il mio augurio è per la maggiore integrazione tra le sedi e i dipartimenti dell’istituto nel suo complesso. Abbiamo una grande potenzialità se conosciamo tutto ciò che abbiamo a disposizione. Non tutti sanno tutto ciò che sappiamo fare e quali sono nostre tecnologie. Se siamo capaci di mettere insieme le cose, possiamo fare molto meglio. Condivisione vuol dire anche condividere i fondi a disposizione. Ricordiamo che ci sono stati tempi in cui non avevamo niente e abbiamo usufruito di quello che ci hanno dato altri. Questa condivisione è molto importante perché abbiamo la necessità di andare avanti in tempi difficili. Condivisione è anche l’utilizzo organizzato delle tecnologie disponibili. Serve spirito di servizio: chi possiede conoscenza deve essere aperto all’uso anche da parte di altri. Condivisione è anche verso l’esterno. Siamo dentro una rete molto importante com’è quella degli Irccs e abbiamo la possibilità di innovare anche perché arriviamo un po’ per ultimi e con una storia differente: non siamo pubblici, non abbiamo quella burocrazia tipica e non rappresentiamo interessi, non abbiamo scopo di lucro, che per alcuni Ircss privati può essere anche ampio.

Portiamo uno spirito nuovo e l’idea che il Ssn non possa fare a meno della ricerca, vorremmo che ciò fosse in qualche modo sistematizzato e che una percentuale adeguata sui 113 miliardi della spesa sanitaria sia devoluto alla ricerca scientifica. Il Ssn non può vivere senza ricerca, finirà per diventare vecchio e realizzare interventi senza significato. Dopo l’accordo di Lisbona, i principali stati europei hanno fissato nel 3% la spesa in ricerca rispetto al Pil. L’Italia è all’1,2%… Poi dobbiamo curare i rapporti internazionali: la Cina è il futuro. Lì c’è un miliardo e mezzo di abitanti, si possono fare cose straordinarie con un numero enorme di ricercatori.

Ricerca

Ai giovani dico: pensate in grande. Bisogna aver visioni ma non velleità. La metodologia deve essere adeguata. Quella clinica di oggi mi sembra quasi migliore della sperimentazione sugli animali. Prima era l’opposto ma oggi c’è da imparare. Soprattutto riguardo alla multicentricità. Dobbiamo fare in modo che per un esperimento importante ci sia un gruppo di laboratori che faccia lo stesso esperimento, con lo stesso protocollo, per esser sicuri che i dati siano riproducibili. È una cosa alla quale non siamo abituati a pensare. E poi la significatività statistica: non limitiamoci a quella, è necessaria ma non sufficiente. Serve la significatività biologica, che dimostri quanto il cambiamento prodotto da una ricerca sia importante e che incida sulle cose. E serve la significatività terapeutica: il benessere che deriva da una scoperta sia non marginale e misurabile, affermando equilibrio e appropriatezza. Sono molte le cose da fare in vivo, in vitro, con l’epidemiologia, gli animali… Se manteniamo in armonia queste vie e livelli di conoscenze diversi, riusciamo ad avere completezza in un determinato argomento.

È cambiato il modo di guardare un problema. Una volta era importante andare a cercare la variazione di una funzione e poi indagavamo il meccanismo. Usavamo strumenti che oggi non si vedono più (es. rene e/o fegato perfuso). Cercavamo di vedere se un farmaco induceva vasodilatazione o vasocostrizione. È stato un periodo molto fertile. Oggi seguiamo un’altra strada. Ci diamo il target, poi il meccanismo e poi riscontriamo i risultati più importanti sulla funzione. Forse oggi dobbiamo fare una sintesi tra le due modalità. Spesso cerchiamo tante sottigliezze e poi ci accorgiamo che sono insignicanti. Proviamo a cogliere il meglio da ogni metodica. Nella ricerca ci sono aree non coperte a sufficienza. Oggi grande spazio all’immunologia (un’altra “moda” è l’immunoterapia soprattutto dei tumori) ma ad esempio sulle malattie mentali siamo carenti. Sono quelle che creano una maggiore disabilità ma gli sforzi di ricerca sono pochi, frutto forse dello stigma che c’è ancora intorno a quest’area di patologia. Abbiamo tante organizzazioni che raccolgono fondi per tumori, malattie rare, cardiovascolari etc. ma non ce n’è una per le malattie mentali. Ambito invece che richiede di essere sostenuto. Siamo farmacologi. La farmacologia è un po’ il supermarket della medicina. È difficile verificare molte delle conoscenze sull’eziopatogenesi. Se non ci sono farmaci, se postuliamo che qualcosa non va nel metabolismo o in un certo organo, alla fine è la disponibilità di una farmaco che corregga quella forma, quella causa, il modo più preciso per documentare cosa determina la patologia.

 

Abbiamo molecole di sintesi e biologiche, ne avremo ancora di più e saremo sempre più capaci di veicolarle nei posti giusti, ma il punto importante è che dobbiamo conoscere i farmaci nei loro effetti. Siamo stati antesignani della ricerca traslazionale. Vuol dire che tutto deve nascere nel laboratorio per poi trasferirsi nella clinica, ma anche il contrario: la continua osmosi tra ricerca e clinica è uno degli obiettivi cui tutti dobbiamo tendere, ovvero le due componenti devono diventare una cosa sola. Integrare gli omics. Non c’è dubbio che l’avvento della genomica rappresenti una rivoluzione culturale ma deve trovare ancora una sua piena applicazione: i geni sono importanti ma più importante è ciò che essi producono, ovvero le proteine. Non è detto che mutazioni geniche producano sempre proteine anomale. Sappiamo che alcune variazioni di aminoacidi in realtà non cambiano la funzione delle proteine ma solo la struttura. Quindi integrare genomica con proteomica e con metabolomica è una grande prospettiva e impegnerà molto la ricerca del futuro.

Senza enfatizzare troppo i risultati: in trent’anni di studi sul genoma, i pazienti che sono eleggibili per un farmaco genetico non rappresentano più del 15% ma quelli che hanno dei benefici non arrivano al 6%. Quindi il 94% dei soggetti non ha alcun vantaggio…Integrare imaging e biochimica. Molto importante. Vogliamo sapere dal punto di vista chimico che cosa corrisponde a un’immagine. L’immagine da cosa è fatta? Di quali sostanze chimiche? Questo è un altro dei grandi sviluppi della ricerca futura, una grande aspirazione. Mentre si considera l’effetto del farmaco sul target è praticamente trascurata la sua farmacocinetica. Eppure questa mostra un’ampia variabilità e per questo deve essere considerata anche nelle personalizzazione della terapia. Ad esempio nei tumori: qui più studi ci indicano l’eterogeneità delle malattie che chiamiamo con lo stesso nome. Si studia l’eterogeneità da tutti i punti di vista ma si dimentica quella della variabilità del farmaco che può essere dieci volte differente alla stessa dose tra un soggetto e l’altro. Pensiamo alla variabilità che esiste tra uomini e donne, alla differenza che aumenta in rapporto all’età. Con l’imaging sappiamo oggi dove un farmaco è più efficace, cosa arriva sul recettore, cosa su altre parti, su quali parti di cellula. Gli strumenti di valutazioni cominciano a esserci. Come farmacologi sappiamo che ogni farmaco ha due facce, benefici e danni. Non esistono farmaci innocui.

Questo rapporto benefici-rischi è molto rilevante. La ricerca che dipende dal “mercato della medicina” tende a enfatizzare i primi minimizzando i secondi e non ricercandoli poiché farli vedere è contro il mercato. Invece dobbiamo fare molta attenzione alla tossicità. Solo l’1,5% delle riviste, anche le più prestigiose, pubblica articoli sugli effetti tossici dei farmaci e nei report dell’Aifa nemmeno un decimo delle pagine si occupa del tema. Tutto è legato alla spontaneità delle segnalazioni: gli effetti collaterali, gli eventi avversi, si raccolgono sulla base di quanto riferiscono pazienti, medici, farmacisti. Manca la farmacovigilanza attiva. Dovremmo cioè andare a ricercare i danni dei farmaci con la stessa intensità con cui andiamo a cercare i benefici. Solo da una reale identificazione di questi otteniamo risultati. Molti dei farmaci in futuro saranno da cellule staminali e altri tipi di cellule. Dobbiamo capire cosa secernono queste cellule. Per certi versi ci troviamo nella stessa situazione di fine ‘800 quando agli estratti vegetali si accompagnavano alcuni benefici ma solo dopo molto tempo si è capito che da questi estratti si potevano isolare principi attivi e quindi sostanze.

C’è un grande spazio quindi per identificare i principi attivi e come possono essere combinati. Non dimenticherei le cellule senescenti (se ne comincia a parlare), che non hanno più la capacità di riprodursi, restano uguali ma tendono con il tempo, con i loro prodotti, a diventare dannose. Molti studi indicano che c’è una relazione tra la loro quantità (presente in un organo, in un tessuto, nel sangue) l’invecchiamento e le malattie legate all’invecchiamento. Non è un caso che anche la longevità sia associata a una basso livello di cellule senescenti. Campo di grande interesse su cui possiamo lavorare. E poi vorrei parlare dell’importanza delle acque reflue come sistema di epidemiologia. Da quello che troviamo nei depuratori possiamo ricostruire i comportamenti della popolazione e che valore hanno gli interventi di salute pubblica, identificando e i misurando i metaboliti nelle acque reflue, per esempio delle scuole. Pensiamo alle droghe, al fumo. Oggi assistiamo all’aumento e non alla diminuzione delle sostanze. L’analisi delle acque reflue può servire anche a misurare l’aderenza alle terapie: se sappiamo quante sono le ricette in una determinata popolazione possiamo andare a vedere se ciò corrisponde a quanto viene eliminato.

Altra area di studio da indagare è quella del tessuto adiposo, che possiamo facilmente ottenere dagli interventi chirurgici. Sappiamo molto poco di cosa si accumula in questo tessuto e cosa si può liberare. Il grande metodo su cui continuare a puntare è quello degli studi clinici controllati. Oggi hanno caratteristiche diverse rispetto al passato ma sono molto importanti anche per generare risparmio: quanto più facciamo studi di tipo comparativo, tanto più smontiamo le dichiarazioni pubblicitarie. Nella realtà è difficile trovare farmaci che siano meglio del trattamento di riferimento che abbiamo a disposizione. Tuttavia, oggi la predominanza dei protocolli accettati dai comitati etici compara un nuovo farmaco al placebo e non invece a ciò che è disponibile per una determinata malattia.

Un altro tema di cui si discute molto è la politerapia. Quali patologie si associano? Quali interazioni tra i farmaci? Cosa si crea nell’organismo dall’insieme delle sostanze? Quale sarà il risultato finale? Per quali pazienti? Nei nostri studi credo sia importante conoscere il numero di pazienti da trattare perché uno ne abbia vantaggi. Quello che facciamo negli studi è costruire un sistema in cui tutto sia in equilibrio. Se i medici conoscessero certi dati avrebbero un altro atteggiamento. Pensiamo ai bifosfonati: bisogna trattare mille donne in menopausa perché una non abbia la frattura del femore. Le altre 999 potrebbero avere solo i danni. Quindi cerchiamo rendere noto qual è il reale impatto di un farmaco. Un grande vantaggio lo danno i vaccini che però la popolazione osteggia… La policy del farmaco è un argomento molto importante. Occorre avere un spirito critico e non accettare tutto quello che ci viene detto. Il mercato non deve avere il sopravvento, deve averlo l’appropriatezza.

Secondo un’analisi pubblicata sulla rivista Préscrire sul totale dei prodotti approvati tra il 2008 e il 2017 ce ne sono ben 490 che non rappresentano niente di nuovo e 171 che non sono accettati. Il vantaggio terapeutico è relativo a pochi. Ecco, se noi vogliamo la sostenibilità del Ssn dobbiamo mettere ordine in questo tipo di cose… Medicina di precisione e intelligenza artificiale. Cerchiamo di fare qualcosa. Non sono in grado di dire cosa. Mi viene in mente solo che il nostro concetto di normalità tende a sparire se gli individui sono tutti differenti. Difficile stabilire quindi cosa sarà nella norma e cosa no. Che è poi il riferimento per tutti i sistemi valutativi: la pressione arteriosa deve essere sempre più bassa? Sì, ma per chi?

Giovani

Guardiamo ai dati del personale del nostro istituto. Siamo 453 donne, 245 maschi con un’età media relativamente elevata 40-42 anni (io ho pesato tanto, mi rendo conto…). Abbiamo probabilmente perduto una generazione al nostro interno, in un periodo molto difficile in cui è stato impossibile reclutare nuova gente, come in tutta la società italiana. L’importante è creare un clima “giovanile” e di continuo apprendimento, che valga per tutti. Un clima, cioè, in cui tutto concorra a farci sentire sempre in formazione. Prima di tutto con se stessi. L’autorità, le persone, non la vogliono più. L’autorevolezza sì: quella aiuta gli altri a trovare le vie giuste. I giovani devono sentirsi sollecitati. In questo istituto le persone sono aperte, tutto si può ascoltare e bisogna mantenere questa possibilità con un lavoro di affinamento continuo.

Pubblico

Senza il pubblico non esisteremmo. Però facciamo parte di un pubblico che oggi è poco sensibile alla scienza. Se ci pensate, la gente vede la scienza più come tecnologia, più come portatrice di benefici. Manca la percezione della scienza intesa come fornitrice di conoscenza. Noi invece lavoriamo per conoscere di più come è fatto il mondo: questo rappresenta lo scopo della nostra funzione. Io credo che sia un punto molto importante. I politici, non hanno alcuna sensibilità per i problemi della ricerca. Salvo rari episodi, in Italia, è stato così nel passato ed è così nel presente. Ma la ricerca è fondamentale. Esiste un rapporto lineare tra il tasso di investimenti in ricerca e il tasso di crescita di un paese. Rispetto a ciò abbiamo fatto molto poco. Restituire al pubblico ciò che abbiamo ricevuto è comunque il nostro dovere di scienziati. Non è un concetto nuovo. Federico Cesi, il fondatore dell’Accademia dei Lincei, a fine 1600 diceva: “Non basta acquisire cognizione delle cose ma bisogna diffonderla tra tutti gli uomini, anziché riservarla alle élite. I risultati della scienza devono essere portati alla conoscenza degli uomini a voce e con gli scritti, pacificamente e senza recar danno”. Non abbiamo imparato nulla…

Passione

Sentire la passione coincide con il privilegio di essere ricercatori. Parlo del privilegio di mettersi in un settore che cammina, in cui partecipiamo allo sviluppo delle cose nuove. Parlo dell’entusiasmo che è contagioso e che deriva dalla voglia di fare. La passione deve cercare di evitare la burocrazia. La passione è sorretta dal dubbio, dalla tenacia. Quante volte si ricomincia daccapo, con spirito di sacrificio. Dobbiamo avere la saggezza e l’umiltà di capire che possiamo contribuire solo per una piccolissima parte al sapere ma che quel piccolo apporto è fondamentale, perché altrimenti non si arriverà alle grandi conoscenze. Se non avete passione, cambiate mestiere. La ricerca è come l’orizzonte: se faccio un passo avanti anche quello si sposta. E allora perché guardarlo? Per continuare a camminare”.

L’intervista

Professore, ricerca e profittabilità sono così antitetiche?

No, assolutamente. Dipende da chi fa la ricerca. Un imprenditore deve cercare di fare la sua attività e i suoi profitti. Ma anche in quella ci vuole onestà perché non è giusto, soprattutto nel campo della salute, guadagnare il 100%.

Lei ha condotto battaglie durissime contro i prontuari ipertrofici, i me too, i farmaci inutili e in generale contro il primato del marketing sulla ricerca. La battaglia continua?

È una battaglia che ho perso. Le cose non si sono molto modificate. Ancora oggi probabilmente il 50% farmaci approvati dall’Ema non rappresentano reali novità. Ma dall’altra parte è nella sostanza della legislazione che questo è permesso, perché la normativa europea non è fatta nell’interesse degli ammalati ma in quello dell’industria.

In che senso?

Secondo la legge ogni nuovo farmaco è approvato se ha qualità, efficacia e sicurezza. Tutte caratteristiche importanti che però non ci dicono se un farmaco è meglio o peggio di quello che già esiste. Quindi per evitare di avere prodotti uguali o inferiori (e se sono superiori non lo sappiamo) bisognerebbe verificare anche il valore terapeutico aggiunto.

In realtà questo parametro è richiesto, soprattutto per il riconoscimento degli innovativi…

Questa è una valutazione che fa solo l’Italia ma i dati non ci sono. Quelli arrivano con il tempo e quando arrivano, di solito, è scaduto il brevetto e il business è già stato fatto.

Qualcuno dice che le persone amano i farmaci ma non chi li produce. Non sente su di sé il peso del moralizzatore? Non crede di aver contribuito in maniera decisiva a un certo stigma sull’industria del farmaco?

Io credo nella realizzazione dei principi scientifici. La questione sta qui. Come pazienti cosa vogliamo? Che un farmaco migliori la nostra salute e, se è nuovo, che sia meglio di quello che già esiste. O perché meno tossico o perché più efficace. Se questo non succede, paghiamo attraverso le tasse un Ssn che non dà quello che ci serve ma quello che serve all’industria. D’accordo, l’industria contribuisce all’occupazione, alla crescita del Pil…

Anche a sostenere la ricerca…

Sì ma dobbiamo decidere che cosa vogliamo: privilegiare la salute o l’industria?

E non c’è modo di metterle insieme?

Certo che c’è, si fa attraverso le regole. Se noi cercassimo e indicassimo anche il valore terapeutico aggiunto di un farmaco avremo in qualche modo risolto il problema: ci sarebbero farmaci migliori di quelli che già esistono.

E così non ci sarebbe un’industria “buona” e un’industria “cattiva”…

Non esiste un’industria buona e un’industria cattiva ma quella che si adatta al sistema. Dipende da quello che le si chiede di fare. Se si mettono termini molto restrittivi l’industria produrrà le cose più difficili. Se si allargano le porte farà quelle più facili. L’industria ha una grande capacità di adattamento.

Lei ha fatto parte di importanti istituzioni sanitarie. Cuf, Consiglio superiore di Sanità, Comitato nazionale di Bioetica, Emea oggi Ema. Cosa ricorda di quelle esperienze, che Italia e che Europa erano? Cosa è cambiato in questi venticinque anni?

Quando allora abbiamo fatto la revisione del prontuario terapeutico nazionale, allora c’era la lira, abbiamo risparmiato 4 mila miliardi eliminando tanti prodotti che non avevano ragione di essere. Sono stato sei anni all’Ema e ho cercato di fare le cose in armonia con un modo di pensare dalla parte degli ammalati.

L’Aifa sta andando a scadenza. Cosa si augura?

Indipendentemente da chi ne farà parte spero che si cominci a fare proprio una sostanziale revisione del prontuario. Sono passati venticinque anni e quindi è tempo di farlo. Abbiamo prodotti che hanno effetti non diversi ma con ben altri costi. Sarebbe un grande passo avanti.

E con le declinazioni regionali come la mettiamo?

Il prontuario per il territorio è rimasto nazionale. Quello regionale è più un problema dei farmaci a uso ospedaliero, soggetti a bandi di gara. Certo questi creano disuguaglianze, diversità di accesso per i cittadini. Se facessimo bandi per più regioni spunteremmo migliori condizioni di acquisto.

Un’altra battaglia che si lega molto al suo nome è quella per i generici…

Sta migliorando la situazione ma siamo ancora molto indietro. Siamo intorno al 30-40% di quello che sarebbe disponibile come generico, contro l’80% della Germania o dell’Inghilterra e il 70% della Francia. Questo si ripercuote in parte sul Ssn, per coloro che sono esenti da ticket, ma in parte sui cittadini che l’anno scorso hanno speso un miliardo di euro che poteva essere investito meglio…

Vede analogie tra l’epoca dell’introduzione dei generici e quella più recente dei biosimilari, in termini di riluttanza della classe medica?

È la stessa cosa. I medici risentono di quello che dice l’industria. C’è una grande asimmetria nell’informazione.

Il biosimilare è fortemente voluto dalle amministrazioni di ospedali e regioni, fosse solo per ragioni di risparmio…

Ma anche in ospedale arrivano le pressioni dell’industria. Sì, le amministrazioni vogliono risparmiare ma è il medico che prescrive…

Ma le delibere regionali limitano il medico nella sua libertà prescrittiva, rendendo disponibili de facto solo alcuni prodotti…

Il medico non sa niente della dimostrazione di biosimilarità…

Infatti lamenta proprio l’assenza di letteratura che documenti, ad esempio, gli effetti dello switch…

Gli studi ci sono eccome. Solo che non sono conosciuti perché l’industria non li spinge. Dove sono le fonti indipendenti? Il medico di fronte al mercato della medicina è come noi tutti difronte al mercato in generale… Lui cosa ne sa? La cultura del medico non è una cultura che permetta di sapere che un farmaco è meglio di un altro per aver visto i dati. È una cultura mediata.

Il medico ha un’esperienza diretta con i pazienti…

Ha esperienza con singoli pazienti, non con i dati scientifici! Cosa ne sa se i suoi pazienti sarebbero stati meglio o peggio se avessero fatto o meno la tal terapia e in quali condizioni? La gente non ha idea di quanto sia complicato stabilire un rapporto di causa effetto. Questo è il compito fondamentale della scienza ed è difficilissimo. Domina ancora l’empirismo e dominano espressioni come “a me ha fatto bene” che non bisognerebbe mai dire. Con qualche eccezione, s’intende.

Parliamo di studi clinici. Il suo riferimento alla Cina era una battuta?

Al contrario, ne sono assolutamente convinto. Con un miliardo e mezzo di persone la Cina è destinata a diventare una potenza assoluta nel campo della ricerca, più degli Stati Uniti. Stanno facendo grandi sforzi e rientrare i cervelli migliori, pagandoli bene. Sanno benissimo a differenza di noi che la ricerca è la base del progresso. Hanno intrapreso una strada che richiederà molto tempo ma la direzione è quella giusta.

E noi come paese che dovremmo fare?

Intanto stringere rapporti, stabilire collaborazioni.

Nel suo discorso, parlando delle linee di ricerca per il prossimo futuro, ha toccato l’altro nervo scoperto della scienza snobbata dai governi…

Abbiamo la responsabilità come ricercatori di alfabetizzare il pubblico e far capire alla gente, che a sua volta deve farlo capire a chi governa, che il sostegno alla scienza non è una spesa ma un investimento.

Non crede che la scienza proprio in tempi di analfabetismo scientifico e ignoranza dilagante tenda a diventare arrogante, rischiando di ottenere l’effetto opposto di allontanare le persone?

L’arroganza è un errore. Noi facciamo corsi di formazione per i nostri ricercatori e una delle cose che diciamo è che bisogna avere spirito di servizio. Non è che se facciamo gli scienziati sappiamo tutto, né dobbiamo dire “vai a studiare prima di parlare con me”…

Il tema è tornato molto forte sui social network. Il caso vaccini, il professor Burioni, certe affermazioni supponenti…

Non voglio giudicare gli altri. Per quello che mi riguarda vorrei sempre avere un spirito di servizio, aiutare gli altri a capire delle cose e ad esempio che le opinioni non possono sostituire i fatti. Purtroppo sui social conta la battuta, non i riscontri. Tuttavia io non ho profili sul web, non fa parte del mio modo di pensare e agire. Penso ci siano altri modi per spendere il proprio tempo.

Però quello dei social è un grande pianeta, abitato da miliardi di persone ed è un luogo dove sempre di più e sempre più velocemente si formano le idee e gli stati d’animo. La scienza deve esserci…

Indubbiamente è un sistema che ha dei vantaggi ma che va disciplinato. Non è che uno possa scrivere tutto quello che gli passa per la testa. La presenza e il presidio lascio ai giovani scienziati.