Invecchiamento, nel 2030 in Italia cinque milioni di anziani con disabilità

Dal meeting annuale di Italia Longeva le proiezioni Istat sulla “bomba demografica” che minaccia il welfare. Nel 2050 ogni 100 lavoratori ci saranno 63 anziani da sostenere contro i 35 di oggi. La sfida della Long term care

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Se oggi gli over65 rappresentano un quarto della popolazione italiana, nel 2050 diventeranno più di un terzo. Di questi almeno quattro milioni saranno sopra la soglia degli 85 anni e circa cinque milioni dovranno convivere con la disabilità. È lo scenario che emerge dalle proiezioni realizzate dall’Istat per Italia Longeva, la Rete nazionale sull’invecchiamento e la longevità attiva. Questi e altri dati sono stati presentati oggi a Roma nel corso della terza edizione degli Stati Generali dell’assistenza a lungo termine, la due giorni di approfondimento (che si chiude domani 12 luglio) sulle sfide della Long term care. I numeri descrivono una “bomba demografica” che impatterà pesantemente sul welfare: nel 2050 ogni 100 lavoratori ci saranno 63 anziani da sostenere contri i 35 di oggi.

Un circolo vizioso

L’invecchiamento porta con sé l’incremento di condizioni patologiche che richiedono cure a lungo termine e una crescita delle persone non autosufficienti. Di conseguenza – sottolinea Italia Longeva – crescerà la spesa per la cura e l’assistenza a lungo termine degli anziani, ma anche quella previdenziale, mentre diminuirà la forza produttiva del Paese e non ci saranno abbastanza giovani per prendersi cura dei nostri vecchi.

La cronicità

Il peso delle cronicità si farà sentire sempre più. Nei prossimi dieci anni circa otto milioni di anziani avranno almeno una malattia cronica grave, come ipertensione, diabete, demenza, malattie cardiovascolari e respiratorie.  “Curarli tutti in ospedale – commenta Roberto Bernabei, presidente di Italia Longeva – equivarrebbe a trasformare Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova, Bologna e Firenze in grandi reparti a cielo aperto. È evidente, quindi, che le cure sul territorio non rappresentano più un’opzione, ma un obbligo per dare una risposta efficace alla fragilità e alla non autosufficienza dei nostri anziani, che si accompagnerà anche a una crescente solitudine. Le stime Istat per Italia Longeva ci dicono che, nel 2030, potrebbero arrivare a quattro milioni e mezzo gli ultra 65enni che vivranno da soli, e di questi, un milione e 200mila avrà più di 85 anni”.

L’assistenza

A preoccupare gli esperti non sono soltanto le previsioni. Il potenziamento dell’assistenza domiciliare e della residenzialità fondata sulla rete territoriale di presidi socio-sanitari e socio-assistenziali – sottolinea Italia Longeva è ancora un privilegio per pochi, con forti disomogeneità a livello regionale. “Le famiglie – commenta ancora Bernabei – pilastro del nostro welfare, saranno sempre meno numerose, pertanto i servizi sociosanitari, che già oggi coprono solo un quarto del fabbisogno, dovranno essere integrati sempre più dal supporto di badanti, da nuove forme di mutualità e, probabilmente, da un ritorno allo spirito di comunità. C’è poi la disabilità – aggiunge Bernabei – che diventerà la vera emergenza del futuro e il principale problema di sostenibilità economica nel nostro Paese. Essere disabile vuol dire avere bisogno di cure a lungo termine che, solo nel 2016, hanno assorbito 15 miliardi di euro, dei quali ben tre miliardi e mezzo pagati di tasca propria dalle famiglie”.

Boeri (Inps): “Non possiamo contare soltanto sulle famiglie”

Uno scenario in evoluzione che richiede impegni concreti da parte delle istituzioni. “Nei prossimi 50 anni – commenta Tito Boeri, presidente dell’Inps – le generazioni maggiormente a rischio di non autosufficienza passeranno da un quinto a un terzo della popolazione italiana. Non è pensabile rispondere a una domanda crescente di assistenza di lungo periodo basandosi pressoché interamente sul contributo delle famiglie. Ci vogliono politiche di riconciliazione fra lavoro e responsabilità famigliari che modulino gli aiuti in base allo stato di bisogno, ad esempio sembra opportuno rimodulare i permessi della legge 104/92 in base al bisogno effettivo di assistenza.”

Disparità geografiche

Come in altri ambiti dell’assistenza sanitaria, anche la Long term care paga il prezzo delle disparità geografiche. Al Nord, un over65 ha il triplo delle possibilità di essere ospitato in una residenza sanitaria assistenziale rispetto a un cittadino del Sud, e ha a disposizione circa il quintuplo di assistenza domiciliare, in termini di ore e di servizi. “Fatalmente – commenta ancora Bernabei – questa disparità riguarda anche il trend di crescita dell’aspettativa di vita libera da disabilità, che è quasi appannaggio esclusivo degli anziani del Settentrione”. Ma i dati poco incoraggianti sulla disponibilità di posti letto nelle strutture sociosanitarie pubbliche e private, e sul numero di ore dedicate alle cure domiciliari, mostrano un’offerta disomogenea nelle varie regioni, con un divario che va oltre le disuguaglianze Nord-Sud.

“Sicuramente – commenta Andrea Urbani, direttore generale della Programmazione sanitaria al ministero della Salute –  bisogna indentificare modelli migliori di gestione della cronicità. Il Piano nazionale cronicità (Pnc) contiene una serie di indicazioni per armonizzare la gestione dell’assistenza. Attraverso cabina di regia del Pnc abbiamo nei primi mesi di quest’anno lanciato una ricognizione per conoscere i modelli i modelli organizzativi dei singoli Servizi sanitari regionali. Dobbiamo poi ragionare – aggiunge Urbani – sul fatto che il nostro sistema di welfare è ancora organizzato per comparto. Serve, invece, una vera integrazione tra sociale e sanitario”

Puntare sulla tecnoassistenza

“Dobbiamo evitare che l’Italia diventi un enorme ma disorganizzato ospizio – avverte Bernabei – nel quale resteranno pochi giovani costretti a lavorare a più non posso per sostenere milioni di anziani soli e disabili. E a questo scopo prevenire le malattie non basterà. Visto il numero di over85, bisognerà far fronte alla inevitabile perdita di autonomia, investendo in reti assistenziali, competenze e tecnologia, la famosa tecnoassistenza che propugniamo da anni. In altre parole, scommettere su una Long-Term Care matura e moderna, che si rivelerà il vero banco di prova per il futuro del Paese. Se perdiamo questa partita, i numeri, che grazie all’Istat già conosciamo, ci schiacceranno. E sarà vana – conclude Bernabei – qualsiasi altra riforma della sanità, del lavoro o della previdenza sociale”.

 

 

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