GlaxoSmithKline investe su 23andMe per scoprire nuovi farmaci

La collaborazione, di quattro anni, prevede un investimento di 300 milioni di dollari da parte del gruppo farmaceutico britannico. Obiettivo dell’intesa sarà identificare nuovi bersagli farmacologici e potenziali cure, studiare nuovi sottogruppi di pazienti e favorire clinical trial più rapidi

GlaxoSmithKline investe su 23andMe e cede al fascino della Silicon Valley. La collaborazione, di quattro anni, con la famosa (e discussa) società di genomica con sede a Mountain View, in California, prevede un investimento di 300 milioni di dollari da parte del gruppo farmaceutico britannico. Obiettivo dell’intesa sarà identificare nuovi bersagli farmacologici e potenziali cure, studiare nuovi sottogruppi di pazienti e favorire clinical trial più rapidi. Sfruttando da una parte i dati genetici messi sul piatto dalla società americana, e dall’altra le competenze avanzate di Gsk in materia di scienza dei dati, unite alle conoscenze scientifiche e mediche e l’esperienza di commercializzazione della stessa.

Il patrimonio di 23andMe

23andMe, con oltre 5 milioni di clienti, è uno delle maggiori banche dati di materiale genetico e fenotipico al mondo. Chi decide di fare un test per ricevere informazioni– cliniche o sugli antenati – sul proprio profilo genetico può anche scegliere di contribuire alla ricerca. Dando il consenso per inserire le proprie informazioni personali in un database unico e dinamico. 23andMe fornirà a Gsk queste informazioni. Previo consenso dei consumatori che hanno concordato l’utilizzo dei propri dati genetici a fini di ricerca, solo in seguito a “de-identificazione” per proteggere la privacy. Anche se resta aperta la polemica sul fatto che chi ha pagato per i test del Dna dovrebbero ricevere dei soldi indietro nel caso in cui l’industria farmaceutica sviluppasse farmaci di successo sulla base di questi dati.

“Questa collaborazione ci permetterà di offrire cure e rispondere alle esigenze dei pazienti” ha riferito Anne Wojcicki, Ceo e co-fondatrice di 23andMe. “Sfruttando le informazioni genetiche e fenotipiche fornite dai clienti 23andMe consenzienti e combinandole con l’esperienza e le risorse di Gsk nella scoperta di farmaci, riteniamo di poter trattare più rapidamente le malattie”.

Hal Barron

L’intesa segue l’arrivo di Hal Barron tra le fila di Gsk come Chief scientific officer. Barron lavora da quasi 30 anni a San Francisco, dove si è affermato come leader nella ricerca biotech prima con Genentech e poi con Calico, una delle di start-up di Alfabet. A proposito dell’accordo, Barron, ha riferito “di essere entusiasti della collaborazione”. “Poiché sappiamo – continua – che i bersagli farmacologici confermati da dati genetici hanno una probabilità significativamente maggiore di essere efficaci per i pazienti e diventare farmaci. La partnership con 23andMe contribuirà a modificare la nostra organizzazione di ricerca e sviluppo verso una ‘guida su base genetica’. Aumentando l’impatto che Gsk può avere sui pazienti”.

Farmaci più precisi

Obiettivo dell’accordo sarà utilizzare dati genetici e fenotipici per l’attività di ricerca e sviluppo e sviluppare farmaci più sicuri e precisi.  “I dati genetici possono migliorare significativamente la comprensione delle malattie e dei loro meccanismi – spiega Gsk in una nota – supportando la progettazione e lo sviluppo di farmaci più precisi. L’uso di dati genetici nella selezione di bersagli farmacologici può aumentare la probabilità di successo in una determinata indicazione ed evitare rischi di sicurezza indesiderati”.

Studio di sottogruppi di popolazioni

Non solo, l’uso dei dati genetici dovrebbe portare all’identificazione di sottogruppi di pazienti che hanno maggiori probabilità di rispondere ai trattamenti mirati. Fondamentale per la rilevazione di effetti genetici in sottogruppi di malattie più piccoli. I dati aggregati e deidentificati di oltre l’80% della base clienti di 23andMe potrebbero portare alla scoperta di un numero significativo di nuove associazioni tra una vasta gamma di persone. Attività che altrimenti non sarebbe possibile.

Reclutamento per i trial clinici

Infine potrebbe permettere un’identificazione più efficace e il reclutamento più rapido di pazienti per studi clinici. “La capacità di identificare e invitare pazienti con una particolare malattia e, in alcuni casi, sottogruppi genetici specifici, a studi clinici, potrebbe ridurre significativamente il reclutamento e ridurre i tempi di sviluppo clinico. Permettendo di portare i medicinali ai pazienti in maniera più rapida ed efficiente”.