Bayer compra Monsanto, scatta la “damnatio memoriae”

La recente acquisizione da parte della multinazionale tedesca deve fare i conti con la reputazione di una delle industrie più “odiate” del pianeta. Dal numero 160 del magazine

Non si sa cosa riserva il futuro nel terreno superficiale di Monsanto”, cantava Neil Young nel suo album di denuncia “Monsanto years” del 2015. Chissà se il rocker canadese immaginava che tre anni dopo per una delle multinazionali più odiate (ma anche più ricche) del pianeta sarebbe – in qualche modo – arrivata la parola fine. Gli “anni della Monsanto” sono “finiti” il 7 giugno 2018, dopo l’acquisizione da parte di Bayer, un’operazione dal valore di 63 miliardi di dollari.

La cancellazione del nome

L’azienda che porta il nome della moglie di origine ispanica del fondatore John Francis Queeny, era stata costituita nel 1901 a St.Louis, Missouri. Proprio quel nome è destinato a sparire non appena l’integrazione tra le due aziende diverrà effettiva, come hanno annunciato i vertici della farmaceutica tedesca. Qual è il motivo della cancellazione? In tanti hanno pensato a un tentativo da parte di Bayer di eliminare, assieme al nome, anche la cattiva reputazione che accompagna dal secolo scorso la Monsanto. Una conferma indiretta arriva dalla stessa multinazionale tedesca. Spiega Rolf Ackermann, responsabile delle Corporate media relations: “La decisione è basata sul fatto che Bayer ha un’eccellente reputazione a livello mondiale. La croce Bayer è un’icona globale per quanto riguarda la fiducia, la competenza e la qualità. Saremo all’altezza delle nostre responsabilità nei confronti dei coltivatori, dei consumatori di tutto il mondo e dell’ambiente”.

Un’etichetta pesante

Nonostante l’ottimismo che trapela dall’interno a Leverkusen, tante sono le domande che l’acquisizione suscita: basterà eliminare il nome Monsanto per cancellare in un colpo solo decenni di accuse, cause giudiziarie, scandali veri e presunti che hanno fatto della multinazionale statunitense, almeno per una parte dell’opinione pubblica, l’emblema di una globalizzazione totalizzante e arrogante? Perché, tra tante aziende simili, l’astio sembra essersi concentrato solo ed esclusivamente verso St.Louis? E infine: quali sono i rischi in termine di immagine per la Bayer?

La pessima reputazione di Monsanto

Partiamo dalla “situazione reputazionale” della Monsanto. L’azienda, inserita dalla rivista Fortune tra le cinquecento imprese più importanti degli Stati Uniti per fatturato, compare anche in classifiche decisamente meno lusinghiere. A gennaio il sito specializzato “24/7 Wall street” l’ha inserita al sedicesimo posto nel suo annuale ranking sulle “Most hated companies” statunitensi: “Poche aziende hanno raccolto così tante ire pubbliche come la Monsanto, o per così tanto tempo”.

Tra i motivi di tale atteggiamento si citano sia i prodotti chimici realizzati dall’azienda nello scorso secolo (Ddt, Pcb e la mistura di pesticidi nota come Agente arancio, utilizzata dall’esercito americano durante la guerra del Vietnam), sia le accuse più recenti riguardanti la produzione e vendita di sementi geneticamente modificate e la presunta cancerogenicità del glifosato, ingrediente principale del prodotto di punta della Monsanto, il diserbante RoundUp (commercializzato dal 1974). Un’altra classifica molto seguita – l’Harris poll reputation quotient – focalizzata sulla percezione reputazionale delle cento compagnie più influenti degli Stati Uniti, pone la Monsanto alla 95esima posizione.

Il glifosato

Non ci sono però solo classifiche: nel marzo 2015 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Oms, la Iarc, ha inserito infatti il glifosato tra le sostanze “probabilmente cancerogene” per l’uomo (nel gruppo 2A). Le conclusioni della Iarc, opposte a quelle cui sono giunte altre istituzioni, come l’Efsa hanno accresciuto ancora di più l’astio di parte dell’opinione pubblica contro la multinazionale di St. Louis. Nel 2016, per iniziativa di alcune organizzazioni non governative, è stato creato addirittura un tribunale internazionale. Nessuna valenza giuridica però. Si è riunito all’Aia e nell’aprile del 2017 ha stabilito che la Monsanto è coinvolta in pratiche che hanno un impatto negativo sulla salute dell’ambiente, sul diritto al cibo e alla salute e ha influenzato negativamente il diritto alla libertà, presupposto fondamentale per la ricerca scientifica.

La cattiva reputazione della Monsanto ha trovato sul web e sui social network una cassa di risonanza quasi senza controllo. Alcune delle “colpe” assodate della multinazionale sono presenti, nero su bianco, in migliaia di spazi (siti, blog, ecc..) e hanno spinto in alcuni casi la Monsanto a dover intervenire anche ufficialmente sul proprio sito, ad esempio sui termini del proprio coinvolgimento nella produzione dell’Agente arancio.

Ma ci sono anche le fake news

Ma i social network sono altresì il terreno in cui sono prosperate vere e proprie fake news contro la Monsanto. Una delle più recenti è quella secondo cui la multinazionale americana avrebbe creato in laboratorio il batterio della Xylella per infettare gli ulivi del Salento e poi sostituirli con ulivi geneticamente modificati: “La bufala nasce dalla fantasia di qualcuno a cui hanno dato voce prima Nando Popu (cantante leader dei Sud Sound System, ndr) e poi Sabina Guzzanti”, spiega Donatello Sandroni, dottore di ricerca in Ecotossicologia e autore del libro “Orco glifosato: storia di lobby, denaro, cancro e avvocati”.

A far scattare la teoria del complotto è stato il fatto che “una piccola azienda brasiliana del campo delle biotecnologie, che aveva sequenziato il genoma della Xylella, che non vuol dire inventarlo, sia stata comprata da Monsanto”. Il nome di questa società era Allelyx, bifronte di Xylella: un particolare che ha creato un cortocircuito nella mente dei complottisti: “Non esistono e non sono mai esistiti ulivi Ogm, men che meno resistenti alla Xylella”, spiega Sandroni. La bufala ha vissuto però una seconda fase: smontata la “cospirazione” Monsanto-Allelyx è rimasto infatti la questione glifosato: “Gli alberi non muoiono per la Xylella, ma per il glifosato”, è stato il nuovo mantra dei complottisti, persino più ragionevole agli occhi di persone meno esperte. Naturalmente anche questa è una notizia falsa: in Spagna gli ulivi vengono trattati da anni con glifosato senza alcun tipo di problema.

Tutti contro Monsanto. Perché?

Al di là della bufala sulla Xylella resta sospesa un’altra questione: perché, nonostante nel campo della chimica, dell’agricoltura e dei pesticidi siano attive altre multinazionali oltre a Monsanto, l’astio di parte dell’opinione pubblica è monodirezionale? “La Monsanto – dice Sandroni – ha avuto in parte colpe e in parte è stata solo sfortunata. Solo recentemente ha capito che doveva cambiare modo di porsi. In più ha sviluppato gli ogm, che per gli ambientalisti sono l’equivalente di una bestemmia per chi crede.

Nel passato di Monsanto esistono cose imbarazzanti, ma come per tutte le altre industrie. Ha collezionato tanti scheletri nell’armadio che poi, quando la sensibilità ambientalista è cresciuta, sono venuti inevitabilmente fuori. Ma Monsanto anziché ammettere le proprie responsabilità, spiegando che all’epoca non poteva conoscere gli effetti negativi di molte sostanze prodotte, ha reagito in maniera molto violenta, difendendo a colpi di carte bollate i propri business. La sua ostinazione – conclude Sandroni – ha decuplicato l’odio nei suoi confronti”.

“Cancellare il nome non cancella la storia”

Come accennato, la cattiva reputazione di Monsanto costituisce uno dei rischi maggiori dell’acquisizione conclusa da Bayer. Il giorno stesso della conclusione dell’operazione sul sito web dell’associazione Navadanya international, presieduta da Vandana Shiva e impegnata nei lavori del Tribunale internazionale Monsanto, è apparso un articolo dal titolo emblematico: “Monsanto-Bayer: cancellare il nome non cancella la storia”. E lo stesso Sandroni avverte: “Già circolano i titoli ‘Da Monsatan a Belzebayer’”.

La pesante eredità per Bayer

Quanto rischia Bayer? Molto, secondo l’avvocato Nicolò Bastaroli, legal consulting & business development di Ealixir Italia, azienda specializzata nella rimozione di contenuti indesiderati dal web e nell’analisi della reputazione online: “Bayer dovrà tenere presente il reputation heritage di Monsanto. Nonché tenere conto della presenza massiccia del brand sulla rete e sui social”, spiega Bastaroli. Secondo l’esperto l’azienda tedesca potrebbe, in tal senso, anche pensare di attivarsi in maniera discreta. “Potrebbe andare a rimuovere una serie di informazioni che non hanno riscontro con la realtà. Dall’altro lato dovrebbe portare avanti un processo di costruzione digitale e contrasto valoriale”. Sull’opportunità di cancellare il nome Monsanto, Bastaroli non si sbilancia: “Solo il tempo ci potrà dare una risposta. Magari solo le ‘sacche estreme’ continueranno la lotta alla Monsanto. Gli altri invece si dimenticheranno della sua esistenza. D’altronde il tentativo di Bayer è questo”.

Obiettivo 2022 per il processo di autorizzazione sul glifosato

Anche secondo Sandroni il tempo sarà un fattore determinante per giudicare il successo o meno di quella che sembra un’operazione “oblio”. Il ricercatore fissa anche una data: il banco di prova sarà nel 2022, quando si dovrebbe riaprire il processo di autorizzazione del glifosato nell’Unione europea. Per quella data il nome Monsanto non esisterà più: chissà se al suo posto nella mente dei complottisti ci sarà già un nuovo “nemico” da combattere.