Epatite C, calano gli italiani con diagnosi nota in attesa di essere curati

Secondo le stime di EpaC sono diminuiti i pazienti affetti da questa malattia che aspettano le cure. Circa 200 mila sono ancora quelli da indirizzare verso una cura definitiva. A cui si sommano altri 100mila che non hanno scoperto l’infezione

Epatite C

Gli italiani con diagnosi nota di epatite C e in attesa di essere curati sono nettamente diminuiti, ma secondo le stime aggiornate di EpaC onlus sono ancora circa 200 mila i pazienti da indirizzare verso una cura definitiva. A questi vanno sommati altri 100 mila pazienti che ancora non hanno scoperto l’infezione.

L’indagine di EpaC onlus

Queste sono le stime contenute nell’indagine “Epatite C: stima del numero di pazienti con diagnosi nota e non nota residenti in Italia”, realizzato dall’associazione di pazienti EpaC onlus in collaborazione con il Eehta del Centro di studi economici e internazionali (Ceis) dell’Università Tor Vergata di Roma.
Una sintesi dell’indagine, realizzata grazie al contributo incondizionato dell’azienda biofarmaceutica Gilead Sciences, è stata pubblicata oggi sul sito di EpaC e rappresenta un aggiornamento della precedente indagine del 2015.
“Le nostre indagini di prevalenza non pretendono di essere l’unico punto di riferimento nazionale sulla quantificazione dei pazienti ancora da curare. Ma certamente possono essere messe a confronto con altre stime effettuate con metodi diversi, afferma Ivan Gardini, presidente di EpaC onlus.

Stima pazienti con diagnosi nota in attesa di cura

Entrambe le indagini (2015 e 2018) si basano sull’analisi delle informazioni accessibili dei registri regionali sulle esenzioni per patologia applicando successivamente variabili correttive. La ricerca del 2015 è stata aggiornata migliorando lo standard nella raccolta delle informazioni. Sono stati utilizzati, ad esempio, dati aggiornati ricavati da uno specifico sondaggio fatto compilare ai pazienti e che ha visto il coinvolgimento di 13 importanti strutture ospedaliere di Campania, Lazio e Piemonte. Il sondaggio è stata condotto tra settembre 2017 e gennaio 2018. Sono stati coinvolti anche gruppi specifici di pazienti, quali tossicodipendenti e co-infetti (Hcv/Hiv), e fornisce una stima più accurata dei pazienti con diagnosi già nota, poiché è stata effettuata su un campione di pazienti doppio rispetto a quello considerato tre anni fa (2.860 contro 1.159). Sono poi state prese in considerazione delle variabili come ad esempio la stima dei decessi con eziologia Hcv, le nuove infezioni, i pazienti guariti, ecc.

In sintesi

Al primo gennaio 2018, la stima del numero di pazienti con diagnosi nota in attesa di essere curati è di circa 240 mila. Al primo gennaio 2019 la stima del numero di pazienti con diagnosi nota in attesa di essere curati si prevede sia di circa 160 mila. A questa cifra, dicono da EpaC si è arrivati applicando le variazioni dovute a nuove infezioni, decessi e guarigioni stimate in tutto il 2018.
“Come emerso in un recente studio presentato al convegno Ispor Usa 2018, il trattamento del paziente nella fase precoce della malattia determina un ritorno completo dell’investimento effettuato dopo circa sei anni ed è plausibile che questo trend prosegua. Questo comporta minori impatti sulla spesa e ritorni ancora più rapidi.” A dirlo è Francesco Saverio Mennini, direttore del Ceis dell’Università Tor Vergata di Roma.

Il sommerso

Seppur in maniera prudente, i ricercatori affermano che i pazienti con infezione non ancora diagnosticata potrebbero essere tra i 71.200 e i 130.500. Di questi la quota principale del sommerso è rappresentata da tossicodipendenti (tra 29 mila e 46 mila) e da persone over 65 (tra 35mila e 57mila).
“I risultati di questa nuova indagine, evidenziano e confermano un aspetto sul quale insistiamo da diverso tempo. Ormai, la maggior parte dei pazienti da curare vanno cercati in serbatoi al di fuori delle strutture autorizzate, e sono necessari piani di eliminazione regionali in grado di organizzare la presa in carico e l’avvio al trattamento dei pazienti da curare tramite il coinvolgimento di tutti gli stakeholder interessati (carceri, SerD, Medici di Famiglia, ecc.) e l’adozione di micro e macro Pdta funzionali all’obiettivo. Purtroppo, sono ancora troppo poche le regioni che si stanno organizzando in questa direzione, nonostante vi siano risorse vincolate per l’acquisto di farmaci anti Hcv, raccomandazioni dell’Oms, e quantità industriali di studi clinici che evidenziano la necessità di curare tutti i pazienti il prima possibile” conclude Ivan Gardini.