Malattie cardiovascolari, alla sanità costano 21 miliardi all’anno

Dal costo dei farmaci alla gestione del paziente sul territorio. Questi i temi principali dell’evento Meridiano Cardio “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”, che si è tenuto a Roma il 25 ottobre

Malattie cardiovascolari

Circa 21 miliardi di euro all’anno tra costi diretti e indiretti. È quanto pesano alle casse del nostro sistema sanitario le malattie cardiovascolari che rappresentano in Italia la prima causa di morte, il 35% dei decessi totali. A porre l’attenzione sui costi sanitari e sulla gestione delle patologie cardiovascolari è la seconda edizione di Meridiano Cardio intitolata “Nuove prospettive nella prevenzione secondaria cardiovascolare: focus sull’ipercolesterolemia”. Un evento promosso da The European House-Ambrosetti con il contributo incondizionato di Amgen, che si è svolto martedì 25 ottobre a Roma.

Le maggiori criticità

“Il principale problema del trattamento dei fattori di rischio cardiovascolare è il mancato trattamento, soprattutto nei pazienti ad alto rischio e soprattutto in quelli che hanno già subito una precedente problematica ischemica, un ictus, un infarto o che sono affetti da malattia ostruttiva degli arti inferiori – spiega Pasquale Perrone Filardi, direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare all’Università “Federico II” di Napoli – Si tratta di un fenomeno che coinvolge una quota molto importante di pazienti, sono circa tre quarti le persone già trattate che non raggiungono i target che oggi noi consigliamo nei pazienti a rischio molto alto”.

Il principale fattore causale e di rischio delle malattie cardiovascolari è il problema delle dislipidemie, quindi dell’ipercolesterolemia. Perrone Filiardi precisa, infatti, che “a fronte del fatto che tutte le evidenze scientifiche oggi fanno notare che il valore ideale di colesterolo, soprattutto nei soggetti a rischio elevato, dovrebbe essere addirittura molto inferiore rispetto a quello attualmente raccomandato, rileviamo che il 50% dei pazienti che ha avuto un evento cardiovascolare non assume farmaci per il controllo della dislipidemia, con una discrepanza tra quello che la scienza ci dice e quello che la pratica clinica registra”.

I costi sanitari

Non sorprende, dunque, che la morbilità e la mortalità associate a queste malattie comportino costi economici e sociali così elevati. “In particolare – afferma Francesco Saverio Mennini, professore di Economia Sanitaria, direttore Eehta, Università degli Studi, Roma Tor Vergata – i costi sanitari diretti, riconducibili per l’84% alle ospedalizzazioni, ammontano a 16 miliardi. Accanto ai costi sanitari diretti e a quelli indiretti, quali la perdita di produttività, un ruolo particolare e importante è relativo ai costi sociali e previdenziali – continua – Nella media annua dei beneficiari di prestazioni per l’invalidità previdenziale erogate dall’Inps per gruppi di patologie relativamente al periodo fa il 2009 e il 2015, le malattie cardiocircolatorie rappresentano circa il 19%. Annualmente si stima che i costi sostenuti dall’Inps per le malattie cardiovascolari ammontino a circa 755 milioni di euro. In media, tra il 2009 e il 2015, il 94% dei beneficiari hanno ricevuto l’assegno di invalidità e si calcola che, sempre nello stesso periodo di analisi, siano stati spesi complessivamente 5,3 miliardi di euro per le malattie cardiovascolari. Fra il 2009 e il 2015 i costi hanno, inoltre, presentato un andamento leggermente in crescita, con un incremento  di circa il 10%”.

Parliamo di cifre considerevoli che potrebbero essere ridotte attraverso un’evoluzione della presa in carico dei pazienti dopo un primo evento cardiovascolare, con interventi di prevenzione secondaria. Per il colesterolo studi dimostrano, ad esempio, come una riduzione del C-LDL di 39 mg/dL (1 mmol/L) si traduce in un calo del rischio relativo di eventi cardiovascolari del 10% al primo anno, del 16% al secondo anno e del 20% dopo tre anni di trattamento.

Marcello Arca, direttore della Uos Centro Arteriosclerosi e del centro di riferimento regionale per le malattie rare del metabolismo lipidico al Policlinico Umberto I, spiega: “Si stima che in prevenzione secondaria poco meno del 50% dei pazienti raggiunge il target dei livelli di colesterolo LDL-C e possiamo sicuramente affermare che una terapia inadeguata si riflette negativamente sul controllo dell’ipercolesterolemia con un rischio aumentato di eventi cardiovascolari successivi”.

Le ragioni dell’inadeguata azione ipocolesterolemizzante in prevenzione secondaria sono molteplici e riguardano “l’inerzia terapeutica del medico, la scarsa aderenza del paziente, il timore del verificarsi di effetti indesiderati. Senza dubbio però un fattore fondamentale – spiega Arca – è rappresentato dalla scelta del farmaco ipocolesterolemizzante che spesso non ha l’efficacia adeguata alla condizione del singolo paziente”.

Quali strategie terapeutiche

I decessi sono evitabili, ma manca un’implementazione di tutte le armi che si hanno a disposizione.  A giocare un ruolo determinante in questo campo sono le nuove classi di farmaci come gli inibitori PCSK9 che, è stato dimostrato, riducono i livelli di colesterolo e hanno anche un buon profilo di tollerabilità e sicurezza. “Questi farmaci hanno dimostrato la possibilità di ridurre gli eventi cardiovascolari importanti come l’ictus e l’infarto. In particolare – spiega Perrone Filardi – è stato possibile dimostrare una riduzione dell’infarto e dell’ictus superiore al 20%, oltre a una riduzione anche delle necessità di sottoporre i pazienti a interventi di rivascolarizzazione coronarica”.

Tuttavia questi farmaci sono ancora poco utilizzati. “Nonostante gli inibitori di PCSK9 rappresentino un’opportunità terapeutica di riconosciuta importanza, il loro utilizzo è ancora limitato – dichiara Federico Spandonaro, economista dell’Università Roma Tor Vergata e presidente C.R.E.A. Sanità – Il tasso di penetrazione, vale a dire la percentuale dei pazienti eleggibili alla terapia a cui viene somministrato il farmaco, si attestava nel 2017 intorno al 13-14% e questo anche usando delle stime piuttosto conservative nella selezione dei pazienti candidabili alla terapia. In ogni caso, nella migliore delle ipotesi, la percentuale di presa in carico è inferiore al 15%. Una presa in carico così bassa significa anche che non sono state investite le disponibilità economiche messe a disposizione per questa terapia”.

Un impegno, quindi, non allineato alle previsioni. “Se proviamo a fare una stima, per quanto approssimativa, di quelli che sono gli eventi cardiovascolari che si potrebbero evitare grazie a un maggior uso degli inibitori di PCSK9, emerge chiaramente come il sottoutilizzo si traduca in un vasto spreco di risorse, al netto dello spreco di vite umane – chiarisce Spandonaro – Il sottoutilizzo dei farmaci è responsabile da un lato di un eccesso di mortalità, dall’altro di un peggioramento della qualità di vita dei pazienti sopravvissuti all’evento cardiovascolare; tutto ciò si traduce in un impatto economico negativo che, solo per gli eventi cardiovascolari evitati, può essere stimato in circa 20 milioni di euro a cinque anni”.

L’impegno delle società scientifiche

Non mancano, però, le proposte per la presa in carico dei pazienti ipercolesterolemici in prevenzione secondaria. “È auspicabile – propone Perrone Filardi –  sviluppare una connettività fra i centri prescrittori abilitati a valutare i criteri di rimborsabilità e a formulare i piani terapeutici nel singolo paziente, che sono allocati presso le strutture ospedaliere di alto profilo, e i colleghi che operano sul territorio in modo da creare dei percorsi diagnostico-assistenziali. I piani di rimborsabilità rappresentano – continua – anche uno strumento di farmacovigilanza grazie al quale noi oggi abbiamo un riscontro di questo tipo di terapia anche nella vita reale, cioè nel paziente del territorio che non è quello dello studio clinico. Il monitoraggio in real life ci dice negli ormai oltre 4mila pazienti trattati in Italia questi farmaci sono perfettamente tollerati, con una percentuale bassissima di abbandono della terapia”.

Quello dei percorsi diagnostico terapeutico assistenziali è un tema considerato fondamentale anche dai pazienti. “Servono dei percorsi reali, integrati fra i diversi servizi presenti sul territorio – Sabrina Nardi, direttore coordinamento nazionale delle Associazioni di Malati Cronici di Cittadinanzattiva – Questo è un bisogno molto specifico nell’ambito cardiovascolare. E’ come se i pazienti si perdessero in una rete assistenziale dalle maglie troppo larghe. Da un nostro monitoraggio si rileva che il problema più grosso è sul territorio. Sono emersi – conclude Nardi -problemi relativi a diversi ambiti: dalle attese per accedere ai controlli, alle visite e agli esami specifici, alle difficoltà per l’assistenza territoriale, per esempio sul versante riabilitativo e per l’accesso ai farmaci”.