Le disuguaglianze di salute rovinano la festa del Servizio sanitario nazionale

A margine delle celebrazioni dei quarant'anni della legge 833, esperti e ministri vecchi e nuovi discutono su quanto resta da fare per colmare il gap tra aree del paese. Parlano Giulia Grillo, Beatrice Lorenzin, Renato Balduzzi, Rosy Bindi, Maria Pia Garavaglia, Nino Cartabellotta, Tonino Aceti, Silvestro Scotti e Roberto Monaco

Grande legge la 833 del ’78. Peccato che a quarant’anni dall’istituzione del Servizio sanitario nazionale, accanto a performance di salute che ci collocano ai vertici mondiali, come ha ricordato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, restino profonde disuguaglianze all’interno del Paese. Faccenda questa che investe anche il tema dei criteri per ripartire più equamente tra le Regioni il Fondo sanitario nazionale del 2019. Ne ha parlato ieri a Roma il ministro della Salute Giulia Grillo, a margine dell’evento che ha celebrato i 40 anni del Ssn. “Quale possa essere il criterio non posso dirlo. La discussione però è attuale, sono convinta che quello in vigore sia vecchio e retrogrado (la quota capitaria pesata, ndr) e che vada rivisto ricorrendo a uno strumento più attuale (parametro della deprivazione sociale inviso alle Regioni del centro Nord?), che tenga conto delle differenze di classe sociale e dei singoli territori: mi pare ci siano gli estremi, soprattutto alla luce delle forti richieste di regionalismo differenziato”.

Al Nord si vivono quattro anni in più

Il tema della salute disuguale tra il Nord e il Sud del Paese – dove i cittadini vivono mediamente 4 anni in meno rispetto alle aree più forti – per quanto sommesso è stato il vero protagonista del dibattito su universalità ed equità delle cure evocato ieri dalle celebrazioni per la legge 833/78. “Ho esaminato la richiesta di autonomia delle Regioni”.  Ha proseguito Giulia Grillo. “E mi ha colpito che i principali punti derivino da una grande inerzia da parte dello Stato ad affrontare le grandi questioni. Su tutte il blocco all’1,4% della spesa per il personale fissata al 2004 e poi sulla formazione, con la possibilità di far accedere ai concorsi più laureati in medicina anche se non specialisti. La richiesta di autonomia sulla sanità fa capire che il Governo centrale e anche il Parlamento forse sono troppo lenti: bisogna dare risposte e venire incontro alle Regioni senza però arretrare rispetto al principio della solidarietà nazionale, fondante sia del Ssn che della Carta costituzionale: usandola bene non si rischia il peggioramento delle disuguaglianze”. Proprio sull’argomento, Aboutpharma ha intervistato alcuni protagonisti della sanità italiana presenti in sala: quattro ex ministri (Maria Pia Garavaglia, Rosy Bindi, Renato Balduzzi e Beatrice Lorenzin) oltre a, in ordine sparso, Silvestro Scotti (segretario nazionale Fimmg), Roberto Monaco (segretario Fnomceo), Nino Cartabellotta (presidente Gimbe) e Tonino Aceti (coordinatore nazionale Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato).

Maria Pia Garavaglia: “La risposta è politica”

Maria Pia Garavaglia, ministro della Sanità dal 1988 al 1992 e successivamente dal 1993 al 1994, ha ricordato che in una delle riforme della 833 (decreto legislativo 517/93) era stato inserito un fondo di riequilibrio per le Regioni che avevano una spesa storica diversa. “Quel fondo è finito e poi è intervenuta la regionalizzazione spinta. Ma la risposta alle disuguaglianze resta politica: i presidenti e i consigli delle Regioni devono fare un appropriato piano che preveda la distribuzione omogenea dei servizi territoriali. La 833 questo chiedeva inventando le Usl: una territorializzazione che avesse all’interno tutti i servizi; una formazione dei professionisti finalizzata a prescrivere diagnosi, terapie e riabilitazione sempre più appropriate e aderenti alla persona; l’eliminazione di doppioni e triploni di servizi per semplificare l’accesso dei cittadini”. Maria Pia Garavaglia pone l’accento sul finanziamento inadeguato del Ssn rispetto ai Lea, altrimenti le differenze aumenteranno. “Questo è un preciso compito dello Stato: ha approvato i Lea quindi approvi anche le coperture, su questo non possono esserci assolutamente dubbi”. Altro problema: aggiornare anche i Pdta (ove esistono…) e accelerare sulla digitalizzazione del sistema sanitario: “Il Siss c’era già ai miei tempi eppure ancora oggi non c’è omogeneità tra Regioni e se non è omogeneo il sistema il cittadino sarà sempre disuguale”.

Rosy Bindi: “Ne va del senso di appartenenza allo Stato”

Per Rosy Bindi, ministro della Sanità dal 1996 al 2000, una “questione meridionale” esiste di riflesso anche in sanità. “Chiaramente difronte al diritto alla salute le disuguaglianze sono più stridenti e questo è il problema principale che il Ssn deve affrontare anche perché ne va della sostenibilità, non tanto finanziaria quanto politica, e del senso di appartenenza allo Stato stesso. Credo che occorra maggior governo nazionale e una responsabilizzazione da parte delle Regioni che induca controlli non solo sui bilanci ma soprattutto sulla qualità dei servizi e sui Livelli essenziali di assistenza. Poi in alcune aree va affrontato seriamente il problema della sanità come luogo di corruzione e di assalto da parte di poteri illeciti, che esercitano un elemento di ricatto molto serio”.

Renato Balduzzi: “Non è colpa del federalismo”

Renato Balduzzi, ministro della Salute nel Governo Monti (2011-2013), è convinto che per colmare il gap tra le diverse aree del Paese serva andare avanti con un universalismo “sostenibile”, rapportato ai territori. “L’Italia è diversa, sarebbe strano non lo fosse anche sotto il profilo della salute. Non è il federalismo che produce disuguaglianze, quelle sono nella storia dei territori. Anzi un buon regionalismo ha più carte per risolvere i problemi a condizione che i territori si aiutino tra loro. L’auto coordinamento che le norme prevedono non è solo una parola, l’affiancamento tra Regioni nemmeno. Teniamo conto che poi le performance sono a macchia di leopardo e che eccellenze e criticità convivono anche nelle Regioni migliori”.

Beatrice Lorenzin: “Sistema sottofinanziato e nuovi modelli organizzativi”

Beatrice Lorenzin, che ha retto il dicastero di Lungotevere Ripa dall’aprile 2013 a giugno scorso, subentrando proprio a Balduzzi, sulle disuguaglianze di salute non è ottimista. “Si tratta di un problema reale ed era il motivo per cui sia nel Patto per la Salute sia nella proposta di riforma costituzionale avevamo cercato di trovare nuovi modelli organizzativi per il Sud del Paese. Credo che questo sistema di regionalismo, per tanti motivi, non abbia funzionato in sanità. Nel Sud resta un tema grandissimo legato all’accesso alle terapie, alle cure primarie, ai modelli organizzativi ma anche alla sensibilità delle amministrazioni sanitarie ad investire in prevenzione, ancora vista come un elemento élitario quando invece dovrebbe essere diffuso in ogni strato sociale. Servirebbero anche nuovi modelli di commissariamento: quelli concepiti ormai più di dieci anni fa sono arcaici e non funzionano. Soprattutto però sarebbe il caso di trovare più risorse: aumentare un fondo sanitario che sta sotto il 6,5% di finanziamento non è un tabù”.

Aceti: “Più solidarietà tra Regioni”

Tonino Aceti (Cittadinanzattiva) concorda sul fatto che il miliardo in più sul Fondo sanitario 2019 sia inadeguato rispetto alle sfide che si hanno davanti “sia per i nuovi Lea, ancora sulla carta, che per l’abolizione del superticket, lo sblocco del limite di spesa per il personale fermo il 2004”. Il maggior finanziamento alle Regioni è un pre requisito per ridurre le disuguaglianze. “Serve una politica solidale delle regioni che devono essere strettamente coordinate con il livello centrale, il quale deve aumentare il suo potere di verifica, controllo, monitoraggio e intervento laddove i servizi non sono garantiti. Sicuramente bisogna rivedere il monitoraggio dei Lea. Sappiamo che il nuovo sistema nazionale di garanzia metterà in evidenza maggiori problemi rispetto all’attuale. Quindi ci aspettiamo che sia adottato nel più breve tempo possibile dalle Regioni”.

Cartabellotta (Gimbe): “Il riparto del Fsn si faccia misurando la qualità delle prestazioni”

Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe (Gruppo italiano medicina basata sulle evidenze) dice senza mezzi termini che la salute di ogni italiano “dipende dal Cap di residenza, nemmeno dalla regione di appartenenza”. Ciò perché si sono frammentati troppi modelli assistenziali e perché esistono grandi differenze sia in termini di accesso alle cure che di appropriatezza dei servizi. Il che si riflette sugli esiti di salute e l’aspettativa di vita. “Regionalismo o statalismo? Difficile dirlo: secondo noi ci vuole più Stato e più Regioni, cioè maggiori responsabilità da parte di tutti e soprattutto per quanto riguarda le funzioni del ministero deve aumentare la sua capacità di indirizzo e verifica nei confronti delle Regioni: la griglia Lea è assolutamente inadeguata ci vogliono strumenti più raffinati”. Sull’idea di introdurre un parametro che tenga conto della deprivazione sociale per ripartire le risorse del Fsn, Cartabellotta solleva più di un dubbio: “Dal punto di vista squisitamente metodologico la quota di riparto attuale è adeguata. Il fatto che alcune Regioni con popolazione più anziana ricevano più soldi di quelle con popolazione più giovane è giusto. La domanda da porsi è se è lecito dare più soldi alle Regioni che in questi anni ne hanno sprecati di più: noi siamo per una quota di riparto agganciata al raggiungimento di indicatori di qualità, da monitorare in maniera più stretta rispetto al finanziamento. Più quote vincolate e meno quote indistinte”.

Scotti (Fimmg) e Monaco (Fnomceo): “I professionisti devono fare rete e servono più medici”

Per Silvestro Scotti, segretario nazionale della Fimmg (sindacato dei medici di medicina generale), le disuguaglianze sono legate anche a un difficile accesso ai servizi, così percepito dai cittadini (come dimostrano anche i dati dell’ultimo PIT salute). “C’è uno scarso modello di accompagnamento, poca rete tra i sistemi professionali territorio, ospedale e distretto e molte volte un problema si risolve con una telefonata all’amico…”. Azioni da compiere? “Sicuramente l’autonomia regionale spinta non è qualcosa che migliorerà le disuguaglianze ma le amplificherà: nessuno sta considerando che anche la carenza di professionisti – particolarmente sentita al Nord – indurrà a reperire sempre di più risorse umane al Sud, che si troverà con sempre più malati, più cronici, meno prevenzione e meno professionisti a disposizione”. Concorda Roberto Monaco, segretario della Federazione nazionale degli Ordini dei Medici: “La carenza professionisti va risolta anche facilitando l’accesso dei medici alle borse di specializzazione”.