Sanità integrativa: 12 spunti per una riforma del settore

La ricetta della Fondazione Gimbe per un riordino normativo del cosiddetto “secondo pilastro”. Fra le proposte, l’abolizione delle detrazioni fiscali per le prestazioni sostitutive erogate dai fondi

sanità integrativa

Un testo unico sulla sanità integrativa per rimediare agli “effetti collaterali” di un sistema poco regolamentato. A chiederlo è la Fondazione Gimbe, audita dalla Commissione Affari Sociali della Camera nell’ambito della “Indagine conoscitiva in materia di fondi integrativi del Servizio sanitario nazionale”. Secondo Nino Cartabellotta, presidente di Gimbe, un testo unico dovrebbe “restituire alla sanità integrativa il suo ruolo, ovvero rimborsare esclusivamente prestazioni non incluse nei Lea”. Al tempo stesso bisognerebbe “evitare che il denaro pubblico, sotto forma di incentivi fiscali, venga utilizzato per alimentare i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa”.

I 12 punti per una riforma

Una riforma della sanità integrativa dovrebbe, secondo Gimbe, tenere conto di questi 12 punti:

  1. Sfoltire” i Lea secondo un metodo evidence- & value-based per tre ragioni: innanzitutto, oggi in assenza di un consistente rilancio del finanziamento pubblico è impossibile garantire in maniera uniforme su tutto il territorio nazionale un “paniere” Lea così ampio; in secondo luogo, i Lea includono oggi troppe prestazioni dal value basso o addirittura negativo; infine, l’ambito d’azione della sanità integrativa è attualmente molto limitato generando improprie “invasioni di campo”.
  2. Definire con appositi nomenclatori le prestazioni Lea ed extra-Lea che possono/non possono essere coperte dai fondi sanitari integrativi.
  3.  Rimodulare i criteri di detrazione fiscale innalzando la quota di risorse vincolate a prestazioni extra-Lea dall’attuale 20% all’80% o in alternativa consentire la detrazione fiscale solo per le prestazioni extra-Lea.
  4. Rendere accessibile l’anagrafe dei fondi sanitari integrativi, con l’obiettivo di favorire il controllo diffuso sull’operato delle Istituzioni e sull’utilizzo delle risorse pubbliche.
  5. Disciplinare con un regolamento l’ordinamento dei fondi sanitari, espandendo ed aggiornando quanto già previsto dal comma 8 dell’art. 9 della L. 502/1992.
  6. Varare un sistema di accreditamento pubblico delle compagnie assicurative che possono operare in sanità, identificando requisiti validi su tutto il territorio nazionale.
  7. Regolamentare i rapporti tra compagnie assicurative (profit) e fondi sanitari integrativi (no-profit), per impedire che gli incentivi fiscali alimentino i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa.
  8. Il rapporto tra finanziatori privati ed erogatori privati accreditati, al fine di evitare pericolose alleanze con conseguenti derive consumistiche nell’offerta di prestazioni sanitarie e, al tempo stesso, incrementare l’erogazione di prestazioni finanziate dai terzi paganti da parte delle strutture pubbliche.
  9. Regolamentare le campagne pubblicitarie di fondi sanitari e assicurazioni per evitare la diffusione di messaggi che fanno spesso leva sulle criticità di accesso del servizio pubblico o su prestazioni “preventive” che soddisfano il cittadino-consumatore, ma alimentano inappropriatezza, medicalizzazione della società, oltre a fenomeni di sovra-diagnosi e sovra-trattamento.
  10. Avviare una campagna istituzionale informativa per consentire ai cittadini di conoscere opportunità (e svantaggi) della sanità integrativa.
  11. Escludere in maniera perentoria il trasferimento della gestione dei fondi sanitari integrativi alle Regioni, nell’ambito delle maggiori autonomie previste dal regionalismo differenziato.
  12. Coinvolgere l’imprenditoria sociale, cogliendo tutte le opportunità offerte dalla riforma del terzo settore.