Politiche sanitarie, il coinvolgimento attivo dei cittadini è ancora una “formalità”

Secondo un’indagine di Cittadinanzattiva la partecipazione civica alle decisioni è “forte sulla carta, ma debole nelle realtà”, con un quadro assai eterogeneo a livello regionale

Forte sulla carta, debole nella realtà. È la partecipazione dei cittadini nei processi decisionali della sanità secondo un’indagine condotta da Cittadinanzattiva. Ed è anche “diseguale”, perché non garantita sempre e ovunque. “Se è vero – si legge in una nota dell’associazione –  che numerose sono le norme e le previsioni che la disciplinano, sia a livello nazionale che regionale e locale, assai meno efficaci risultano invece essere le fasi e le modalità in cui la partecipazione civica viene garantita nelle politiche sanitarie pubbliche”.

Per Cittadinanzattiva il rischio è quello di “avere partecipazione, ma senza qualità e senza cambiamenti effettivi; con pochi cittadini e poche associazioni inclusi, e molti esclusi. E ancora: “Cittadini che hanno voce né iniziativa solo su aspetti marginali dell’azione pubblica e cittadini a cui non si rende conto del processo partecipativo né dei suoi risultati, tagliati fuori dalla messa in pratica delle decisioni che hanno contribuito a prendere”.

L’indagine

L’indagine è articolata in due analisi: una riguarda le norme sulla partecipazione civica in sanità, sia a livello nazionale che regionale; la seconda 34 pratiche partecipative attuate in 5 Regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Piemonte, Puglia, Toscana) e nella Provincia autonoma di Trento.

Normative regionali

Dal punto di vista della normativa – spiega Cittadinanzattiva – il contesto regionale italiano appare molto diversificato: leggi specifiche sulla partecipazione dei cittadini alle politiche pubbliche si trovano in Toscana (dal 2007), Emilia Romagna (2010), Puglia (2017) e Pa di Trento (2014). La Toscana è l’unica regione ad aver approvato nel 2017 una legge specifica sulla partecipazione in campo sanitario. Nella maggior parte delle Regioni abbiamo leggi con specifici articoli dedicati al tema della partecipazione in sanità. Nel Lazio, Campania, Calabria e Friuli Venezia Giulia manca una normativa sanitaria che parli di partecipazione, mentre figurano indicazioni alla partecipazione solo per l’integrazione sociale o socio-sanitaria. Sempre nel Lazio e in Campania si trovano leggi con riferimenti alla partecipazione per specifici ambiti (quali handicap e salute mentale nel Lazio).

Dodici Regioni hanno previsto un organismo stabile di partecipazione in sanità, ma solo in Emilia Romagna lo stesso è presieduto da un rappresentante dell’associazionismo civico.

Solo in dieci regioni la partecipazione è riconosciuta sin dalla fase di definizione dell’agenda, mentre in tutte sembra garantita nella fase di programmazione e in quasi tutte (ad eccezione di Sardegna, Abruzzo, Liguria e Calabria) in fase di controllo e valutazione. Solo sei la garantiscono nella fase decisionale.

Le pratiche partecipative

Le 34 pratiche partecipative, sulle 85 pervenute, sono state analizzate sotto quattro dimensioni: inclusività, grado di potere, esito della pratica e capacità di render conto.

Con riferimento alla dimensione dell’inclusività – ossia la capacità delle istituzioni di coinvolgere tutti i cittadini, singoli ed associati, interessati dalla pratica – emerge che gli Enti coinvolgono soprattutto i soggetti già noti, sulla base della attività svolta e della rilevanza esterna, mentre spesso sono escluse le fasce deboli e le rappresentanze delle comunità locali.

In merito alla dimensione “grado di potere” – cioè la capacità delle istituzioni di riconoscere ed attribuire potere ai cittadini su questioni rilevanti – emerge che gli enti coinvolgono principalmente per consultare (31%), co-progettare (22%), co-gestire (17%). Solo nel 38% dei casi le pratiche partecipative risultano vincolanti ai fini del risultato.

Per quanto riguarda gli “esiti della pratica partecipativa” – ossia la capacità delle istituzioni di garantire i risultati della stessa – emergono dati positivi: nel 71% dei casi, il prodotto della pratica viene implementato dall’ente. Inoltre nell’82% dei casi gli enti ammettono che la pratica partecipativa ha prodotto un output con un valore aggiunto rispetto a quanto si sarebbe potuto ottenere in assenza di coinvolgimento civico.

Sul tema dell’accountability –  la capacità delle istituzioni di rendere conto ai cittadini della pratica partecipativa – si segnalano invece le principali aree di miglioramento dato che l’accountability è garantita poco e a pochi. Nel 38% dei casi non viene prodotto alcun report finale della pratica partecipativa.

La consultazione

L’indagine di Cittadinanzattiva rientra nel progetto “Consultazione sulla partecipazione civica in sanità” realizzato con il contributo non condizionante di Novartis. Nell’ambito del progetto 100 stakeholder si incontreranno a Roma il 30 e il 31 gennaio per far vivere la “consultazione” e con l’obiettivo di mettere a punto una “Matrice per la qualità delle pratiche di democrazia partecipativa”.

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