Ue-Giappone, entra in vigore l’accordo di libero scambio (e c’è anche l’healthcare)

I negoziati avviati nel 2013 hanno trovato la loro conclusione nel 2018, ma è agli inizi di quest'anno che il Jefta (Japan-Eu free trade agreement) prende vita. Nasce un'area di libero scambio che coinvolge oltre 600 milioni di persone

Il primo febbraio 2019 è entrato in vigore l’accordo di libero scambio tra Unione europea e Giappone (Jefta (Japan-Eu free trade agreement) che coinvolge molti settori dell’industria italiana. Tra questi c’è anche il pharma a cui è dedicato un capitolo specifico (il nove) sul rapporto redatto nel 2016. In questo modo si creerebbe quella che è stata definita la più grande area di libero scambio negoziata dall’Ue che coinvolge oltre 635 milioni di persone.

La differenza con il Ceta Canadese e il Ttip statunitense

Tutti ricorderanno il famoso trattato Ttip con gli Usa, così come il Ceta stipulato con il Canada. Mentre il primo è saltato e il secondo è entrato in vigore perché ratificato da tutti gli Stati membri, questo con il Giappone assume dei connotati diversi. La ratifica è stata fatta dal Parlamento Ue e non dai singoli membri e ha quindi accelerato, per certi versi, il processo di avvicinamento tra le due realtà economiche. A beneficiare di questo accordo sono tutti i settori dell’industria italiana, soprattutto quelli agroalimentari. Tuttavia si ricorda come il Giappone sia un Paese importatore di farmaci e dispositivi medici e che da inizio febbraio sarà molto più facile commerciale con Tokyo.

Il taglio dei dazi

I negoziati sono iniziati nel 2013 e hanno visto la conclusione a luglio 2018. Un lavoro lungo che si mette in parallelo con un altro patto (molto discusso) stipulato tra Ue e Canada, il Ceta. A mandare in fibrillazione le aziende nipponiche ed europee sarà l’abolizione, quasi totale, dei dazi di esportazione. Un colpo d’ascia del 94% sui prodotti provenienti dall’Unione europea, incluso l’80% di tutti i prodotti ittici e agricoli (vino, formaggi e carne). L’Ue cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi e ci sarà così una maggiore apertura distribuita su un periodo di otto anni per il mercato automobilistico e nell’arco di sei anni sugli apparecchi televisivi. Un accordo storico tra le due potenze economiche che coprirà un’area di libero scambio che vale un terzo del Pil mondiale. Le firme in calce sono state del presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. In sostanza verrà meno un miliardo di dazi doganali pagati annualmente dall’Ue per le esportare nel Paese del Sol Levante e, nel computo totale dei benefici del sodalizio, si potranno contare 36 miliardi di euro di affari.

Dimensioni del mercato

Mentre l’export cinese sta aumentando, quello giapponese basa la sua forza sull’importazione. Quasi 20 miliardi l’anno con un tasso di penetrazione del 16-20%. Buona parte di questa importazione arriva proprio dall’Ue. Al contrario un quarto delle esportazioni nipponiche riguarda l’Europa. Infine c’è anche una grande crescita dei generici. Il Governo vuole raggiungere la soglia di utilizzo dell’80% entro il 2020 (nel 2017 era al 60%). L’accordo prevede il libero scambio di prodotti specifici. Tecnologie chirurgiche, odontoiatriche, veterinarie e ortopediche. Ci sono poi aspetti normativi da adeguare. Per esempio alcuni prodotti sono considerati device solo da alcune giurisdizioni e non da altre. Gli spray nasali in Giappone sono considerati medicinali e non device. Così come la stampa 3D, sulla quale, per esempio, in Europa non esiste una regolamentazione specifica. Meglio sul lato della classificazione di rischio che accomuna Ue, Giappone e Usa.

La posizione di Confindustria

“L’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio Ue-Giappone apre nuove opportunità per le imprese”, ha detto la vice presidente per l’internazionalizzazione di Confindustria Licia Mattioli. “L’export industriale ha trainato la ripresa del Paese fino a quando ve ne sono state le condizioni, con tassi di crescita formidabili come il 7,4% registrato nel 2017, ma dallo scorso anno il rallentamento economico globale e le tensioni protezionistiche stanno depotenziando questa leva. Il dato positivo è che grazie alla Ue la liberalizzazione dei mercati internazionali avanza nonostante il protezionismo. Le intese raggiunte da Bruxelles interessano mercati fondamentali per l’industria italiana. Dopo quello con il Canada – continua l’esponente di Confindustria – l’accordo con il Giappone è il secondo con un partner G7, quindi con economie dai fondamentali solidi e strutture industriali altamente complementari alla nostra. Il Giappone apre il proprio mercato in settori tradizionalmente protetti come quello degli appalti pubblici eliminando moltissime barriere tecniche in settori strategici per il nostro Paese come la meccanica e la componentistica auto. Abbatte inoltre i dazi sui beni di consumo, incluso l’alimentare e tutela tutte le principali indicazioni geografiche. Ma per quanto le nostre imprese sappiano cogliere appieno le opportunità a livello internazionale, l’Italia non può vivere solo di export. Bisogna restituire fiducia agli investitori – conclude Licia Mattioli – e riavviare il volano della crescita domestica anzitutto sbloccando i progetti infrastrutturali. Il fatto che siamo ufficialmente in recessione deve spingerci a reagire subito e con determinazione”.