La Cina si apre al mondo con la nuova via della seta

Il progetto “Silk Road Initiative” voluto dal governo di Pechino ha messo in piedi una rete di contatti e collegamenti globali nella quale trova ampio spazio anche il business di farmaci e device. Le aziende italiane sono attratte da questo immenso mercato ma anche i cinesi sono interessati ad apprendere di più per migliorare e potenziarsi ulteriormente nel settore. Dal numero 165 del magazine

Fino a oggi il mondo ha guardato a una parte specifica dell’emisfero occidentale, gli Stati Uniti, ma inesorabilmente l’attenzione si sta spostando altrove, verso le coste asiatiche del Pacifico. La Cina si sta aprendo al mondo, riversando sull’economia mondiale grandi quantità di denaro e avviando così un’operazione di globalizzazione su larga scala. Anche il farmaceutico è suscettibile a questa trasformazione.

I grandi esperti dell’economia globale s’interrogano sulla natura di queste politiche tanto aggressive e si può affermare che stiamo assistendo a uno spostamento del baricentro. Dall’american style si passerà presto al chinese style. Certo gli Usa mantengono ancora il primato, ma la loro influenza economica sta perdendo pezzi. Una delle leve (non di certo l’unica) che Pechino sta mettendo in piedi è la cosiddetta Silk road initiative, ossia una rivisitazione dell’antica Via della Seta in salsa XXI secolo che prevede una serie di progetti e di investimenti miliardari in infrastrutture, industria e nuove tecnologie in tutto il mondo.

One belt, one road

Se si cerca una mappa su Google si nota subito la similitudine con l’antica Via della Seta, la tratta (terrestre e marittima) che collegava l’Europa all’Asia. Nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping aveva annunciato l’iniziativa di ricreare la rete di contatti euroasiatica così da mettere in contatto Pechino con le realtà economiche (e politiche) del centro Asia e d’Europa. Un progetto mastodontico che in più fasi avrebbe poi riguardato tutti i continenti (compreso il sud America con l’Argentina). Per sostenere l’impegno è stata creata la Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib) con un capitale di 100 miliardi di dollari. La Cina è il principale socio con quasi 30 miliardi di capitalizzazione.

A seguire hanno partecipato con quote proprie anche altri Paesi tra cui India, Russia, Inghilterra, Germania e Francia. Anche l’Italia ha dato il suo contributo a partire dal 2015. “Il progetto non nasce subito con un’idea definita e si articola in più fasi”, spiega Filippo Fasulo, coordinatore scientifico del Cesif centro studi per l’impresa Italia-Cina. “Nel 2013 ad Astana (in Kazakistan ndr) è stata presentata la via terrestre e in Indonesia, un mese dopo, quella marittima. Il progetto è stato annunciato nel 2013 ma la presentazione ufficiale è del 2017. Il progetto si accompagna al tasso di crescita degli investimenti cinesi all’estero. Certamente il richiamo alla via della seta – continua l’esperto – è utile e i Paesi dell’Eurasia sono stati i primi ad interessarsi a questo progetto. C’è un elemento culturale che li accomuna tutti”.

Aumentano gli investimenti

La guerra doganale con gli Stati Uniti non sembra aver interrotto il flusso di investimenti da e per la Cina nonostante l’ammissione di Ning Jizhe, commissario dell’Ufficio nazionale di Statistica cinese, secondo cui c’è stato un rallentamento della crescita nel 2018 registrando un + 6,6 punti di Pil. Minimo storico degli ultimi 28 anni. Tuttavia, secondo il ministero del Commercio locale, nei primi dieci mesi del 2018 ci sono state quasi 50 mila imprese che hanno indirizzato i propri capitali nel Paese segnando un +89% rispetto allo stesso periodo del 2017.

Nel computo totale gli investimenti cinesi all’estero sono cresciuti del 3,3% arrivando a 101 miliardi di dollari tanto che, secondo alcuni dati dell’American chamber of commerce in China tale paese rappresenta una delle tre mete preferite per avviare nuovi progetti e un terzo delle aziende lì presenti intende ampliare i propri investimenti nel giro dei prossimi dieci anni. Stessa tendenza per il 50% delle imprese europee sul territorio. Un report della Banca mondiale del 31 ottobre 2018 ha posizionato la Cina al 46esimo posto della graduatoria dei Paesi in cui c’è il miglior ecosistema economico in cui avviare nuove attività. Il segreto per attirare capitali? Riformare il proprio mercato interno, renderlo più appetibile, snello e interessante per le aziende estere in risposta al nascente protezionismo imposto dal presidente Usa Donald Trump.

Health silk road

Gli argomenti sui tavoli di confronto tra i governi non sono pochi e il tema della salute è uno dei più discussi. Secondo il rapporto di Pwc “Whitepaper for healthcare industry investment in the context of One belt one road” lungo la Via della Seta in ambito healthcare gli obiettivi di Pechino sono stati diversi. Nel 2017 con Israele sono stati siglati 10 accordi di cooperazione bilaterale in campo di medical device e nuove tecnologie. Un altro Paese interessato dalla Silk road initiative è Singapore. Negli accordi fatti è stato previsto di istituire un hub per lo sviluppo della diagnostica, ma c’è stato anche spazio per la digital health e nuove tecnologie applicate alla riabilitazione con focus sui pazienti più anziani. Altro tema toccato dai due governi ha riguardato anche il monitoraggio delle malattie croniche più diffuse (diabete, ipertensione e obesità).

Nel 2015 il Dragone ha investito in Repubblica Ceca concentrandosi anche, ma non solo, sul settore farmaceutico, così come ha fatto in Polonia. Con Varsavia il rapporto è piuttosto stretto e virtuoso specialmente nel campo della medicina alternativa. In Polonia infatti riscuotono successo le terapie tradizionali basate sull’utilizzo di erbe in maniera molto simile a quanto accade in Cina. Pechino, infatti, ha intenzione di sfruttare questa vicinanza per rafforzare la propria posizione in Europa. Sempre restando nel Vecchio Continente, l’agenzia di stampa cinese Xinhua ravvisa che anche l’Università di Zurigo ha stretto una partnership con la Tsinghua University sulla medicina, farmaceutica, neuroscienza e ricerca oncologica. In Asia nel 2017 un accordo col Pakistan ha previsto una serie di rifornimenti di dispositivi medici in alcuni ospedali locali tramite il porto di Gwadar (una delle tappe della via della seta) per poi dedicarsi alla sottoscrizione di un memorandum of understanding con l’Oms in merito a una serie di cooperazioni internazionali lungo tutta la Silk Road.

Nazione cruciale all’interno della rete dei rapporti internazionali euroasiatici è il Kazakistan. Con Astana nel maggio 2017 sono stati migliorati 51 progetti di cooperazione per un valore totale di 26 miliardi di dollari. Entro il 2020 il Kazakistan vorrebbe investire 33 miliardi di dollari nell’industria healthcare e migliorare il proprio sistema sanitario che risulta essere molto carente. L’assistenza ai pazienti è basica e la maggior parte dei farmaci è di importazione. La Cina ha fiutato l’affare e si è offerta come partner a sostegno del governo locale. All’interno del progetto Pharma Vision 2020, inoltre, Pechino ha puntato su un investimento di 640 milioni di dollari per spingere alla creazione di un hub in India sulla scoperta di nuovi farmaci.

Ampio spazio di manovra anche in Africa. Oltre Kenya, Uganda (dove la presenza cinese è talmente forte che il mandarino verrà insegnato anche nelle scuole locali) e Zimbawe c’è il Madagascar: qui Pechino intende puntare quale mercato di riferimento per il suo export di medicina tradizionale. Sono 17 i programmi attivati con Antananarivo all’interno del progetto Silk Road.

L’industria healthcare

La Cina non è solo grande, è anche ricca. Ricca di opportunità, cervelli, potenzialità e di una straordinaria capacità di crescita. Un miliardo e mezzo di persone concentrate sotto un’unica bandiera (e quindi una stessa legislazione) permette alle aziende interessate di mettere le mani su fette di mercato immense. L’Europa, da questo punto di vista, con i suoi 500 milioni di abitanti, è poco più di una provincia. Il mercato cinese è il secondo più importante mercato al mondo dopo quello statunitense e vale circa 130 miliardi (dati GlobalData) e potrebbe arrivare a 209 entro il 2022. Sono tante le aziende che si stanno muovendo verso est. Di recente Celltrion ha iniziato una negoziazione per creare nuove joint venture in Cina e Zambon che ha stretto un accordo con Astrazeneca Cina per la commercializzazione di un loro prodotto. Non sono poche le big pharma che hanno ottenuto l’approvazione di loro blockbuster.

Tra queste J&J con abiraterone per il cancro alla prostata, Novartis con vildagliptin, Roche con bevacizumab, Astrazeneca per roxadustat e Novo Nordisk con l’insulina detemir. Il mercato cinese è appetibile anche per un fattore che l’Italia conosce bene; l’invecchiamento della popolazione. Il controllo delle nascite attuato fino a pochi anni fa da Pechino ha creato uno sbilanciamento generazionale. Troppi anziani e, di conseguenza, una serie di malattie croniche che si accompagnano all’età avanzata. Un business, quello della senilità che interessa e non poco. Secondo Pongsak Hoontrakul, autore di “Economic transformation and business opportunities in Asia” entro il 2030 un sesto della popolazione avrà più di 60 anni. Oggi il rapporto è uno su otto. Da un punto di vista epidemiologico il Dragone ha fatto dei grandi passi avanti. La malaria è vicina all’eradicazione e l’obiettivo del programma Millennium development goal è stato raggiunto sull’eliminazione della tubercolosi con cinque anni di anticipo. Stanno aumentando, però, i casi legati all’obesità, ipertensione e diabete.

Di carne al fuoco ce n’è anche perché se è vero che i cinesi sono interessati ai prodotti occidentali è anche vero che la tecnologia made in China ingolosiscono le realtà industriali europee e non solo. Si pensi per esempio alla provincia di Hainan dove c’è la sede locale di Zambon. Da tempo in quell’area del Paese stanno pensando di sviluppare la Hainan Boao Lecheng international medical tourism pilot zone, un distretto dedicato al biomedicale e alla medicina traslazionale. Alibaba, il cosiddetto Amazon cinese, sta pianificando di implementare il suo sistema di cloud per archiviare le immagini e supportare il medico nel proprio lavoro di diagnosi. Le società che operano nel mercato della riabilitazione potrebbero vedere il valore del loro business crescere fino a 14 miliardi di dollari entro il 2023 con una base di partenza, secondo il network di informazione industriale cinese Chyxx, di due miliardi.

M&A e finanza

Da un punto di vista delle M&A le aziende cinesi si sono giocate le loro carte. Nel 2017, secondo il rapporto “Belt and Road – exploring a blueprint for steady growth in overseas investment” di Ey sono state numerose le operazioni di società cinesi in giro per il mondo. Nel campo pharma Creat Group ha investito 1,6 miliardi per l’espansione della linea produttiva di Biotest così come Fosun Pharma ha investito 1,1 miliardi per Glan Pharma. Sanpower Group ha sborsato 820 milioni per Dendreon e Humanwell Healthcare oltre 600 milioni per nuove tecnologie in RiteDose. Nel campo medicale Bluesail Medical ha speso 1,2 miliardi nella linea produttiva di Biosensor international e Shangdong Weigao ha speso 850 milioni per Argon. Investimento più contenuto, di soli 310 milioni, quello di Jiangsu Yuyue Medical Equipment & Supply per Esaote.

Nel già citato rapporto di Pwc è stata stilata un’analisi delle operazioni M&A lungo la Via della Seta da parte cinese. Le aziende private (seppur con partecipazione statale) nella prima metà del 2017 hanno mosso due miliardi e mezzo di dollari in operazioni oltreoceano contro poco più di 3 miliardi di tutto il 2016. A cavallo tra il ’16 e il ’17 la Cina ha investito soprattutto nel biotecnologico negli Usa e nel medicale in Europa. Il cuore pulsante dell’attività economica cinese, specialmente nell’healthcare è senza dubbio Pechino. Una città con un motore finanziario impressionante e che nel settore life science, da sola, potrebbe raggiungere fatturati per le aziende di oltre 36 miliardi di dollari entro il 2020.

L’area municipale di Pechino spinge tantissimo in innovazione tecnologica, integrazione di sistemi informatici e propulsione dell’high-tech. Negli ultimi anni l’industria healthcare della capitale ha avuto una crescita costante grazie al traino del biotecnologico. Solo nel 2017 il valore dell’industria healthcare cittadina è valso 24 miliardi di dollari con una crescita media del 13% all’anno. A giugno dell’anno scorso, inoltre, è stato lanciato il fondo Beijing science & technology innovation con un fondo di quattro miliardi di dollari che potrebbero salire a 14. “Xu Qiang, direttore del fondo, ha dichiarato che i soldi saranno investiti sia in progetti interni che all’estero. Focus degli investimenti saranno information technology, nanotecnologie, nuovi materiali, biofarmaceutica, neurologia, big data e intelligenza artificale. Come se non bastasse il 13 settembre 2018 al Nasdaq ha esordito la prima farmacia online cinese con un Ads (American depositary shares ossia i titoli di compagnie non americane che decidono di quotarsi in dollari nel mercato statunitense) di otto milioni totali con 14 dollari ad azione. Xinhua ha reso noto che c’è il progetto di aumentare l’Ads a 148 milioni.

Le criticità

Ma non è tutto oro ciò che luccica. Nonostante i grandi progetti messi in piedi ci sono pesanti ripensamenti sull’ingerenza cinese in alcune parti del mondo. “Ora siamo in un momento di svolta. Dopo l’accoglienza positiva di quasi tutti gli Stati coinvolti – dice Fasulo – stiamo vivendo un passaggio in cui si stanno muovendo una serie di critiche. Molti investimenti sono stati cancellati o riconsiderati come in Pakistan, Nepal, Malesia o Maldive perché non visti come promotori dell’interesse dell’economia locale, bensì come investimenti che pesano sul debito sovrano. Un esempio può essere lo Sri Lanka il cui debito si è evoluto a tal punto che c’è stata la concessione di un’area portuale alla Cina di 99 anni”.

…E la questione geopolitica mondiale

Se gli Usa mantengono il primato di miglior mercato per l’healthcare non v’è dubbio che la Cina tallona con ampi margini di crescita nei prossimi anni. L’affacciarsi della Cina al mondo ha due conseguenze importanti che hanno entrambe a che vedere con la leadership di Washington. “Il fatto esplicito che la Cina possa materialmente spostare il baricentro dell’economia mondiale ha scatenato la reazione Usa”, continua Fasulo. “Già lo stesso Bush figlio aveva dichiarato di contenere la Cina, ma si è poi dovuto occupare di altro (guerra in Iraq e Afghanistan ndr).

Anche Obama ha cercato di fare altrettanto spingendo, per esempio, per il famoso Ttip. Ora con Trump si è arrivati alla messa in pratica di questa strategia di contenimento”. Fasulo offre uno sguardo globale alle vicende geopolitiche sulle sponde del Pacifico. “Si parla apertamente di nuova guerra fredda, ma non si parla tanto di nuovi equilibri geopolitici in senso stretto, bensì di un sfida alla leadership economica globale sul medio-lungo periodo. Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che entro il 2049 la Cina sarà un Paese completamente modernizzato grazie a una continua conversione dell’attuale economia.

Il progetto Made in China 2025 prende ispirazione dall’industria 4.0, ma ha un orizzonte più ampio. Non c’è solo la riconversione, ma una totale inversione verso un’industria con prodotti ad alto valore aggiunto. L’attuale trade war – analizza Fasulo – viene letta come tech war e in questa sfida è fondamentale il primato tecnologico”. Poi un avviso. “Noi oggi diamo per scontato che questo sia in occidente, ma presto ci sarà un avanzamento cinese sul medio-lungo periodo”.

Italia bifronte

Infine uno sguardo all’Italia. Negli ambienti europei risulterebbe essere l’anello debole per quanto attiene la penetrazione cinese in Europa. “L’Italia è interessata alla Cina per i ritorni economici. Uno, il più evidente, riguarda le infrastrutture. I porti dell’Adriatico sono approdi commerciali appetibili. Dall’altro lato ci sono gli investimenti cinesi in Italia. Si parla molto a livello europeo – continua Fasulo – delle ricadute di questi investimenti sul territorio o della loro natura predatoria. L’Unione Europea ha raggiunto un accordo politico sull’approvazione di uno screening degli investimenti, ma l’Italia ha una situazione ambigua. Pur dichiarando la volontà di controllare gli investimenti, il nostro Paese ha mantenuto una posizione critica sull’accordo”.

Il rapporto con Pechino

Tuttavia i rapporti tra i due Paesi sono buoni, almeno secondo gli industriali che il 4 dicembre hanno partecipato all’inaugurazione della nona settimana della scienza e dell’innovazione al Museo della scienza e della tecnologia di Milano. La giornata è iniziata con un incontro a porte chiuse nella sala del Cenacolo tra Marco Bussetti, ministro dell’educazione, università e ricerca e il suo collega Wang Zhiang, ministro della scienza e della tecnologia cinese. Al termine dell’incontro i due hanno firmato un documento per future collaborazioni e partnership che dovrebbero sviluppare ulteriormente il business di entrambi i Paesi (in foto).

Successivamente c’è stata la seduta plenaria e l’inaugurazione ufficiale dell’evento. “L’Italia ha una posizione privilegiata lungo l’antica via della seta e abbiamo raggiunto risultati notevoli in tanti ambiti: biomedicina, chimica, intelligenza artificiale, manifatture – ha spiegato l’ambasciatore cinese a Roma Ding Wei – e dal 2010 (anno della prima edizione della settimana Italia-Cina ndr) abbiamo raggiunto più di 900 accordi”. Due gli accordi di punta nel 2018. Il primo a maggio tra Bracco e Shanghai Pharmaceuticals, gruppo farmaceutico specializzato in medicinali per le malattie oncologiche, infettive e cardiovascolari. Il secondo tra il Gruppo Giomi e la società cinese Beijing Tong Ren Tang Europe Holding B.V.

Nel primo caso l’intesa prevede una collaborazione per nuove attività di ricerca e sviluppo in Cina nel campo dell’imaging. Il sì delle due aziende porterà al perfezionamento della piattaforma tecnologica delle microbolle di Bracco, a supporto dei farmaci oncologici di Shanghai Pharmaceuticals. Nel secondo esempio si vogliono sviluppare e commercializzare i prodotti naturali di medicina tradizionale cinese sui mercati italiano e tedesco, promuovere cure e terapie asiatiche e lavorare allo studio di nuovi prodotti naturali combinando tradizione e innovazione nel campo farmaceutico. Giulio Pedrollo, vicepresidente per la politica industriale di Confindustria ha chiarito che “nel 2017 ci sono stati scambi con la Cina pari a 42 miliardi di euro.

Nel 2009 erano 25. Inoltre l’export lo scorso anno è aumentato del 22%, mentre la media europea si è fermata a al 16%”. Sono 17 mila le aziende che commerciano con l’oriente e rappresentano il 15% delle industrie che praticano export in Italia. Da noi, inoltre, operano circa 1700 società di diritto cinese con 15 mila dipendenti e un giro di affari da oltre 20 miliardi. Quello che si è sottolineato durante l’incontro è stata la volontà di investire soprattutto in high-tech. Tecnologie a tutto tondo che investono, ovviamente, anche le scienze della vita. Lo ha detto chiaramente Zhang Zhe, General manager di Wuhan Shengshi Kanghe health management consulting: “Speriamo di trovare imprese e persone con cui collaborare”. Una dichiarazione di intenti che è stata appoggiata da altri suoi colleghi presenti all’evento, anch’essi manager di aziende healthcare in Cina.

Punto di incontro tra la ricerca italiana e quella cinese è la lotta alle malattie croniche. Enzo Grossi, scientific advisor di Alisei avverte: “Entro il 2030 queste patologie potrebbero arrivare a costare 47 trilioni di euro all’anno”. Intanto, durante l’evento, è stato siglato un accordo per la costituzione di un centro di ricerca euroasiatico sugli organoidi tumorali. A siglare l’accordo l’istituto Firc di oncologia molecolare, Cogentech e la cinese Accurate international. Le sedi saranno a Milano e Guangzhou. Il centro dovrà sviluppare soluzioni per velocizzare l’applicazione della tecnologia degli organoidi. Uno dei primi tumori a essere studiati sarà quello al colon-retto. Infine, a fine 2018, è stato confermato un accordo per implementare la rotta marittima verso l’Italia con il porto di Trieste. Alcuni analisti prevedono un aumento del traffico dei cargo di oltre il 30% entro il 2019.