Tecnologie e salute, ecco come potrebbe cambiare il mondo assicurativo

Una domanda a cui si è cercato di dare risposta durante l'evento organizzato da Ania a Milano il 15 febbraio a cui hanno partecipato gli amministratori delegati di alcune delle più importanti società assicurative italiane

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Come potrebbe cambiare il mondo assicurativo con l’arrivo delle nuove tecnologie? Una domanda a cui si è cercato di dare risposta durante l’evento organizzato da Ania a Milano il 15 febbraio “Innovazione e welfare: salute e benessere nell’era digitale”. Marco Vecchietti, Ad  e direttore generale di Rbm assicurazione salute, durante la tavola rotonda, propone la sua ricetta. “Non è la tecnologia la nostra sfida. Le assicurazioni devono muoversi secondo i bisogni dei pazienti e creare un percorso di offerta mirata. Disporre anticipatamente della mappa dei rischi di un assicurato vuol dire creare un prodotto assicurativo che investe risorse sui rischi del paziente e mette a disposizione un finanziamento di cure non generiche, come ad esempio gli interventi chirurgici, ma precise e ad alto valore aggiunto”.  Alberto Minali, ad di Cattolica assicurazioni va più nel profondo.

Prendendo i numeri che ha fornito Claudio Giuliano, fondatore di Innogest, Minali ha esposto la sua tesi: “I venture capital spingono sulle 400 mila app sul mercato e noi delle assicurazioni dobbiamo stare attenti al valore di queste tecnologie che impattano direttamente sulla vita dei pazienti. Dobbiamo essere oculati con gli investimenti stessi”. Poi una provocazione: “Il settore assicurativo è un compratore di tecnologie, non le produciamo. Ora però i big data possono cambiare il paradigma. Se avessimo i dati potremmo costruire soluzioni assicurative più precise anche se c’è il rischio di minare il principio mutualistico del settore. Con le nuove tecnologie e l’utilizzo dei dati conosciamo così bene il cliente che il cliente stesso potrebbe non aver più bisogno delle assicurazioni. Il nostro tasso di innovazione può creare le premesse per un minore bisogno della copertura del rischio assicurativo”.

Le necessità crescenti di salute

Se le assicurazioni vogliono cambiare e tenere il passo bisogna considerare vari fenomeni. Uno di questi è quello della crescente domande di salute che emerge dai vari report esposti durante l’evento a Piazza Affari. Deloitte ha presentato un’indagine demoscopica a livello nazionale e internazionale, in collaborazione con Swg, per approfondire il percepito delle persone rispetto ai cambiamenti in atto nel mondo benessere e salute. “In primo luogo”, afferma Luigi Onorato, senior partner Monitor Deloitte “emerge come il benessere e salute sia il bisogno primario più importante, lo dichiara il 60% degli italiani intervistati e lo conferma il confronto internazionale. Sempre 2 intervistati italiani su 3 ritengono poi importante effettuare visite di prevenzione o check up, che effettuano almeno 1 volta all’anno (vs. 58% estero), spendendo nel 50% dei casi una media annua di circa 300 euro”. Solo 1 intervistato su 10 afferma di non effettuare mai visite di prevenzione”.

Caregiver e spesa

“Coerentemente con i trend demografici”, prosegue Onorato, “nel concetto di benessere e salute rientra anche la cura dei propri cari. Se si considerano gli intervistati italiani con genitori over 65, in 2 casi su 3 (49% a livello estero) è necessaria una qualche forma di assistenza. Questa assistenza viene fornita in prima persona nel 60% dei casi, mentre si arriva a oltre l’80% nel caso in cui l’intervistato abbia più di 55 anni”. Inoltre, nei casi minoritari in cui ci si riesca ad avvalere di supporti esterni, 6 intervistati su 10 lamentano costi troppo elevati e limitata professionalità degli operatori. Tra tutti i nostri bisogni il benessere e salute è la principale area di spesa, lo conferma il 74% degli intervistati italiani. In aggiunta, certifica Deloitte, questa spesa non diminuirà in futuro: solo il 10% prevede di spendere meno nei prossimi 5 anni.

I device

Per il 74% degli Italiani, l’innovazione ha avuto un impatto positivo migliorando la qualità dei servizi, facilitando l’accesso e riducendo i costi. Tuttavia quando si pensa alla salute questo bisogno viene gestito in maniera tradizionale rivolgendosi ai medici nel 79% dei casi o attraverso la diagnostica tradizionale (24% dei casi). Solo il 7% degli intervistati dichiara di avvalersi di wearable device o applicazioni digitali.

Il bisogno di punti di riferimento

L’abbuffata di tecnologie nel settore salute impone quindi delle riflessioni. Alessandro Scarfò, ad di Intesa San Paolo Assicura ravvisa che “c’è una grande distanza tra ciò che viene fatto nel campo dell’innovazione e ciò che viene colto dal mercato. Le 400 mila app a disposizione per le diagnosi digitali possono indurre in confusione. Siamo confusi non tanto a causa della digital disruption, quanto dalla venuta meno della figura di riferimento del medico di base. Oggi stanno diminuendo di numero e il numero chiuso all’università ha fatto da filtro. Aumenteranno i pazienti per ciascun medico. In questo contesto – continua Scarfò – molti si affidano alle app, ma dobbiamo chiederci se siano davvero utili o aumentano lo stato confusionale”.

La spesa che sale

La crescita di domanda sta aumentando sempre di più e quindi anche la spesa ad essa legata. “Del totale della spesa sanitaria la quota di sanità intermediata è molto bassa. Ci sono dei fattori che fanno pensare che c’è ampio margine di miglioramento. Innanzi tutto – specifica Marco Sesana, country manager e ceo di Generali Italia e Global business lines – c’è una popolazione che invecchia e poi sono cambiate le abitudini di vita. Entrambi questi fattori saranno responsabili dell’aumento della spesa dell’Italia che si avvicinerà alla media europea per spesa intermediata coperta dalle assicurazioni stesse”.

Secondo Vecchietti “la digitalizzazione in sanità può offrire una grande opportunità per la ricongiunzione dei percorsi di cura dei cittadini, favorendo una reale integrazione tra pubblico e privato”. L’anno scorso gli italiani hanno effettuato quasi 150 milioni di prestazioni sanitarie al di fuori del Servizio sanitario nazionale (+55% sul 2017) per una spesa complessiva pari a 39,7 miliardi di euro. Un fenomeno strutturale che si alimenta ogni anno (+9,6% tra il 2013 e il 2017) attraverso il mancato assorbimento dei “nuovi” bisogni di cura dei cittadini da parte del Ssn e che nel 2018 ha coinvolto 2 cittadini su 3.

Out of pocket

In questo contesto tra le cure pagate di tasca propria dai cittadini le più costose sono quelle odontoiatriche (in media oltre 550 euro per prestazione), le più numerose sono le visite specialistiche (oltre 35 milioni), con un costo medio di 200 euro, e gli esami diagnostici, con un costo medio di 115 euro. Importanti inoltre anche i costi sostenuti direttamente dai cittadini nel campo dei farmaci, la seconda voce di spesa, che presentano un costo medio di 380 euro e la più elevata diffusione (oltre 7 cittadini su 10). Costi medi al di sotto di 200 euro per occhiali, protesi e presidi medici.