Ssn, nuove gestioni con al centro i medici di medicina generale

Durante la seconda giornata del Congresso della federazione regionale dei medici di famiglia della Lombardia sono emersi i temi cruciali per una nuova gestione della cosa pubblica in fatto di sanità

Un nuovo Servizio sanitario nazionale è possibile, ma deve passare per una nuova visione della figura dei medici di medicina generale. Il dibattito che si è svolto alla Fondazione Feltrinelli a Milano il 22 febbraio dal titolo “Farmaci innovativi e sostenibilità sfida attuale e futura” organizzato dalla Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale), ha battuto proprio su questo. Le sfide del futuro prossimo venturo si basano sostanzialmente su tre elementi: Hta, nuova visione del sistema regioni e la figura del medico di famiglia (in foto il momento della tavola rotonda del 22 febbraio. Da sinistra a destra Fiorenzo Corti, Silvestro Scotti, Alberto Oliveti, Roberto Iadicicco, Carlo Lucchina e Davide Croce).

Valutare l’innovazione

Uno dei gangli dell’accesso alle cure è quello relativo alla valutazione della reale innovatività di un farmaco. Come ha spiegato Mario Melazzini, fresco di nomina da direttore generale dell’Ircss Maugeri di Pavia, questo è un tema oggi più centrale che mai. Il costo dei farmaci, soprattutto oncologici è aumentato, perché sono aumentate le specificità dei medicinali stessi. Terapie geniche, biomarcatori e terapie personalizzate stanno cambiando i paradigmi e gli approcci alle patologie. “Anni fa gli oncologici costavano anche quattromila euro, tra il 2010 e il 2014 sono arrivati a una media di 44 mila. Oggi siamo tra i 70 e i 100 mila. Per non parlare delle one shot therapy che arrivano fino a 500 mila. Tuttavia molti di questi costi non comprendono la presa in carico del paziente”, spiega.

La gestione dei costi

Al di là dei numeri Melazzini spiega che con alcune soluzioni il paziente guarisce completamente (one shot therapy) e questa rivoluzione sarà presto tangibile. Bisogna, a suo dire, capire quale governance sul rimborso si vorrà seguire. Se quella sulla base dell’efficacia della terapia o sul cosiddetto cost sharing, ossia far rimborsare dalle aziende solo per quei pazienti che non hanno ottenuto alcun beneficio dalla cura. In questi termini si è espresso anche Giorgio Colombo del dipartimento di scienze del farmaco dell’Università di Pavia che ha descritto due scenari. Il primo di una riduzione della spesa pubblica, il secondo relativo a una spesa più oculata. Da una parte con il passaggio della spesa del Ssn al paziente con l’inasprimento dei ticket (nonostante alcune Regioni li stiano abolendo), taglio dei prezzi per i produttori e dei margini per i distributori. Dall’altra una selezione dei farmaci sulla base dell’efficacia, maggiore impiego dei farmaci generici che migliorano la concorrenza e abbassano i listini e il miglioramento dell’aderenza terapeutica da parte del paziente.

La questione delle regioni

Il tema della regionalizzazione delle prestazioni sanitarie è da sempre caldo. “Fra le Regioni in equilibrio economico e quelle in disavanzo, non c’è differenza”, lamenta Carlo Lucchina, ex direttore generale sanità della Lombardia. “La priorità dello stato è quello di tenere sotto controllo le Regioni in piano di rientro. In 15 anni a fronte di un emergenza finanziaria, la sanità è governata dal ministero dell’Economia anziché da quello della Salute. I ticket che nascono come un disincentivo ad eventuali comportamenti inadeguati della sanità sono una voce di entrata standardizzata e fa comodo per tenere in equilibrio i bilanci”.

Ospedali e territorio

Altra soluzione che Lucchina propone è quella di rivedere gli accessi agli ospedali. “Bisognerebbe trovare la possibilità di far funzionare gli ospedali solo per le acuzie eliminando i ricoveri non idonei e riordinare la medicina generale in questo senso. La cronicità – continua Lucchina – non deve essere di pertinenza dell’ospedale, ma del territorio. Il medico di medicina generale deve essere il punto di riferimento per intercettare le patologie, una volta risolta la fase acuta o quella diagnostica”.

Franchigie e assicurazioni

Secondo Lucchina, inoltre, sarebbe necessario che chi può permetterselo possa pagare di tasca propria i servizi di cui ha bisogno entro una soglia ben determinata, superata la quale scatta l’intervento del Servizio sanitario nazionale. Qualche dubbio arriva però dal Segretario generale della Fimmg Silvestro Scotti che teme che una persona, pur di risparmiare, bypassi le cure diminuendo così l’aderenza terapeutica. “L’emergenza in ospedale – specifica – rischia di costare più della terapia per prevenirla”. All’interno di un riordinamento della figura del medico che deve fungere da stella polare per il paziente, c’è anche la questione del sostegno privato alle spese out of pocket. In questo senso torna in auge il discorso intorno alle assicurazioni private. “Sta cambiando la popolazione, l’economia e di conseguenza la necessità sanitaria. Le assicurazioni sono una delle risposte ai bisogni dei pazienti – dice Davide Croce della Liuc business school – ma non risolvono il tema della pianificazione sanitaria. Siamo sottofinanziati”, conclude. “Il paziente in questo sistema si sente deluso e lasciato solo. È normale che si rivolga alle assicurazioni private”, concorda Roberto Iadicicco.