Il mistero del pay gap: quella svalutazione che non si può spiegare

Camilla Gaiaschi, ricercatrice dell’Università Statale di Milano, individua in bonus, premi di produttività e negoziazioni individuali l'origine delle discriminazioni retributive. Dal numero 166 del magazine

La mancanza di donne sia in posizioni di vertice che, orizzontalmente, in occupazioni diverse da quelle maschili spiega solo parzialmente le origini del pay gap tra uomini e donne. Le differenze retributive legate al genere sono uno dei principali campi di indagine di Camilla Gaiaschi, ricercatrice in forza al Gender & Equality in research and science del dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università statale di Milano.

Più soldi agli uomini

“Normalmente le occupazioni a predominanza maschile – spiega Gaiaschi – sono più remunerative sia nel mercato del lavoro che all’interno delle stesse aziende (ad esempio la comunicazione è pagata meno rispetto al core business). Ogni organizzazione ha le sue specificità ma questi meccanismi si ripetono sempre”. Come rilevano i principali osservatori (es. Eurostat) a parità di mansioni e merito le differenze di salario possono essere molto rilevanti. In che modo la letteratura scientifica giustifica il fenomeno? “Nel pay gap c’è una parte spiegata, razionale, che non vuol dire giustificabile, riconducibile al fatto che le donne, come accennato, occupano spesso posizioni più basse (segregazione nel mercato del lavoro ma anche nelle stesse imprese) oppure alla maternità: in quei mesi ad esempio non si matura anzianità.

Discriminazione

Poi c’è un’altra parte che non si può spiegare e che rappresenta il luogo della discriminazione vera e propria. In un paese come l’Italia che ha una legge sull’equità della retribuzione, il pay gap si gioca nei bonus, nella negoziazione individuale, nella diversa valorizzazione delle mansioni. Tutte cose molto ‘sottili’ e difficili da misurare anche perché le aziende sono molto riservate sui premi di produttività”. E in Italia come va? Sorprendentemente – secondo i dati di Eurostat – lo scostamento di retribuzione tra uomini e donne nel settore privato (5%) è tra i più bassi tra quelli dei 28 Stati membri dell’Ue. Camilla Gaiaschi scuote la testa e accenna a bias più meno evidenti. “Sì, è vero l’Italia performa bene ma solo nel mercato generale. Da noi il pay gap è relativamente basso perché le donne o non entrano nel mercato del lavoro oppure sono molto qualificate ed entrano con alte credenziali, riducendo il pay gap generale. In altri paesi farebbero il part time ma da noi le casalinghe. Al di là di ciò, se si analizzano i dati relativi alle professioni a elevata qualificazione o che richiedono skill molto tecniche il pay gap è piuttosto marcato”.

L’ambiente di lavoro

Comunque sia, come conferma ancora l’esperta, sono infiniti gli studi centrati sulla parte di pay gap non spiegata. “Le differenze di retribuzione, le probabilità di essere assunte o promosse si vedono chiaramente quando a parità di cv e competenze l’unico elemento realmente diverso è il genere. Tale discriminazione è dovuta a molteplici inconscious bias: maschi e femmine vengono a priori valutati come se avessero esperienze e qualità diverse”. Inestirpabili retaggi (per ora) affermano che la donna è culturalmente e sociologicamente diversa e che quindi può risentire dell’ambiente ‘ostile’. Conclude Camilla Gaiaschi: “Certo c’è anche il fenomeno del drop out delle donne che a 50 anni non ce la fanno più a lavorare. Se sei attorniata da uomini, alla lunga puoi fare fatica, essere isolata o restare vittima di sexual harrassment. Nella pausa caffè non ti inserisci perché non puoi parlare della partita e non fai network con i colleghi fuori dell’ufficio perché non giochi a calcetto, cioè lì dove magari si decidono le carriere… Quindi sicuramente ci può essere stanchezza. Ma non perché le donne non siano fatte per il potere, quanto perché il potere è fatto in quella maniera lì…”.