Industria life science, la parità di genere fa bene anche al business

Le industrie cercano di facilitare l’inclusione e la diversità all’interno delle proprie organizzazioni anche per scoprire e valorizzare talenti, migliorando il clima interno e la reputazione aziendale. Tuttavia le top manager donna sono ancora troppo poche. Dal numero 166 del magazine

Stavolta non è questione di mimose. Non sarà un simbolo né un fiore, per quanto incantevole, a spiegare che l’equità di genere ha molto a che fare con il business e il vantaggio competitivo che ogni impresa ha il dovere di perseguire. Lo dicono i fatti. Quando l’Onu individuò nell’8 marzo la Giornata internazionale della donna (fissando al 2030 la deadline per il pieno raggiungimento dei diritti femminili) probabilmente non pensava che dalla lotta alla discriminazione, dall’equiparazione dei trattamenti tra uomo e donna nel mondo del lavoro, dal miglioramento delle condizioni e dal riconoscimento dell’opera al rosa nelle fabbriche, negli uffici, nelle istituzioni e dalla rimozione degli ostacoli che frenavano studio, assunzioni e progressioni di carriera potesse dipendere in ragguardevole parte la crescita stessa della produzione, il suo valore e quindi, niente di più e niente di meno, che il benessere e il progresso dell’intera umanità. In ballo c’era e c’è ancora la giustizia sociale (ci mancherebbe!), tutt’altro che raggiunta ai quattro angoli del Pianeta. 

Il successo dipende (anche) dalla diversità

A quelle valutazioni però se ne aggiungono altre. Ad esempio che quanto più una società è inclusiva e rispettosa delle diversità tanto più è nelle condizioni di individuare talenti, allevare i più meritevoli e specializzare competenze. Indipendentemente da genere, orientamento sessuale, razza, età e religione. Il che a ben vedere rappresenta il primo fattore di successo per ogni azienda. Non stupisce quindi che obiettivi di “inclusion & diversity” siano spesso fissati dai board delle grandi multinazionali per coltivare in casa quadri e manager, migliorando al tempo stesso il clima interno alle organizzazioni e a cascata la stessa performance e reputazione aziendale, ovvero uno degli asset riconosciuti tra i più strategici nelle disponibilità di un’impresa. 

Le donne nel settore life science

Il mondo del farma, del biotech e dei dispositivi medici non solo non fa eccezione, ma anzi rappresenta la punta avanzata di un cambiamento culturale inesorabile. Rispetto alla media dell’industria manifatturiera in generale (29% o 36% a seconda delle rilevazioni) in Italia sul totale dei dipendenti del settore farmaceutico (65.400 secondo Farmindustria) la quota di donne arriva al 42%, con punte del 52% nella Ricerca. Va ancora meglio nei medical devices: qui la componente femminile su 76 mila dipendenti è pari al 44%. Da aggiungere che nell’uno e nell’altro contesto, indipendentemente dal genere, circa il 90% del personale è rappresentato da laureate/i o diplomate/i. Il che di certo aiuta: più alti sono i profili, più cresce la probabilità che si sviluppi una cultura fondata sul merito che non sul genere di appartenenza. 

Vertici poco “rosa”

Purtroppo però tali percentuali precipitano rispettivamente al 4,44% e al 4,58% quando si prendono in esame i massimi livelli apicali del farma e del device. Nonostante la nutrita e qualificata presenza di donne negli organici aziendali e anche in ruoli dirigenziali.  Considerando infatti le sole società iscritte alle associazioni di categoria, Farmindustria conta 8 donne su 180 al vertice dei cda. Mentre Assobiomedica (dal 1 marzo mutata in Confindustria Dispositivi Medici), 15 su 327. (Nel secondo caso però le aziende del settore sono molte di più, 3883, ed è presumibile vi siano altre donne tra i top manager).

Un discorso a parte riguarda il biotech. L’associazione di categoria Assobiotec Federchimica non rileva la percentuale di donne sul totale degli addetti del settore in Italia (12.781). Riferisce solo che rispetto alle 125 imprese iscritte le donne ai vertici aziendali sono il 5%. A tutte costoro vanno aggiunti i nomi di Renata Ferrari (ad di Piramall) unica top manager censita da Assogenerici (che raggruppa 49 aziende). E di Silvia Nencioni, presidente e amministratore delegato della filiale italiana di Boiron (omeopatici). Per un elenco – certamente non esaustivo – si veda il riquadro.