Assistenza domiciliare, in Italia solo tre anziani su cento ne beneficiano

È quanto emerge da un'indagine di Italia Longeva. I dati di questa indagine sono stati analizzati e discussi dagli operatori del settore durante l’incontro “La Babele dell’assistenza domiciliare in Italia: key player a confronto” che si è svolto a Milano. Ecco cosa è emerso

Assistenza domiciliare

L’assistenza domiciliare in Italia è ancora un puzzle tutto da comporre. Nonostante i dati sul settore parlino di un aumento del fenomeno nel nostro Paese (+3,2% rispetto al 2017), siamo di fronte a un sistema frammentato. In questo contesto, l’ospedale è ancora il principale punto di riferimento in materia di assistenza sanitaria, e si evidenziano disomogeneità tra regione e regione. Nel frattempo la popolazione invecchia, accompagnata da un aumento dei pazienti affetti da malattie croniche, da disabilità e da non autosufficienza. Basti pensare che ad oggi, in Italia, sono assistiti a domicilio solo 3 over-65 su 100, a fronte di 3 milioni di persone affette patologie che necessitano di cure continuative. Cure che dovrebbero essere effettuate a domicilio, mettendo in pratica la cosiddetta Assistenza domiciliare integrata (ADI).

L’iniziativa di Italia Longeva

Sono questi alcuni dati emersi durante l’incontro “La Babele dell’assistenza domiciliare in Italia: key player a confronto”, promosso da Italia Longeva, la rete nazionale sull’invecchiamento e la longevità attiva, che ha riunito a Milano tutti gli attori coinvolti nella filiera dell’assistenza domiciliare. L’iniziativa ha preso il via dalle due indagini di approfondimento sull’ADI realizzate da Italia Longeva nel 2017 e nel 2018, che hanno coinvolto 35 ASL di 18 Regioni, che offrono servizi territoriali a 22 milioni di persone, ossia oltre un terzo della popolazione italiana

“Continuiamo a curare i nostri anziani – quasi il 25% degli italiani – nel posto sbagliato. Perché gestiamo ancora la cronicità negli ospedali, con costi straordinariamente superiori rispetto alla gestione in ADI. Per superare questo stallo, è necessario un fronte comune tra operatori pubblici e privati dell’assistenza domiciliare, per consentire alla più ampia fetta possibile di popolazione anziana e fragile di essere assistita tra le mura domestiche, vicino ai propri affetti e in continuità con le personali abitudini di vita. Ha commentato Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva.

Una popolazione che invecchia

Secondo le stime, nel 2030 saranno 8 milioni gli anziani con almeno una malattia cronica grave. Di questi 5 milioni saranno disabili.  Gli anziani curati tra le mura domestiche – riportano le indagini – ricevono, in media, 20 ore di assistenza domiciliare ogni anno, a fronte di Paesi europei che garantiscono le stesse ore in poco più di un mese. Inoltre, si osserva una forte disomogeneità dell’offerta lungo lo Stivale – che non segue in maniera chiara un gradiente Nord-Sud –, talvolta anche all’interno di una stessa regione.

Modelli in via di definizione

Dal dibattito animato durante l’evento è emersa una sostanziale disomogeneità tra i diversi modelli regionali. In generale prevale la difficoltà di dialogo e interazione tra le Asl e i comuni. Ma criticità significative sono state sollevate dai partecipanti anche per quel che riguarda l’utilizzo della tecnologia. In molti casi, infatti, senza una adeguata strutturazione dei processi aziendali, il ricorso ai sistemi informativi si rivela un ostacolo più che un vantaggio. Senza dimenticare la mancanza di un sistema uniforme di valutazione della complessità assistenziale e della verifica di congruenza delle tariffe.

Tuttavia, Se non è possibile definire un modello univoco di organizzazione dell’ADI, bisognerebbe almeno identificare alcune coordinate per orientare l’erogazione delle cure domiciliari, con il fine ultimo di promuovere un accesso più ampio e garantire prestazioni di qualità. Da dove cominciare? Dal potenziamento della digitalizzazione delle cartelle cliniche ad esempio,  ma anche dal potenziamento della tecnoassistenza. Altro cardine del processo di modernizzazione dell’ADI è il potenziamento dell’utilizzo della tecnoassistenza, che garantirebbe l’accesso alle cure domiciliari anche agli anziani che vivono nei territori geograficamente più ‘difficili’ del Paese.

“Crediamo fortemente nella competenza regionale in materia di assistenza sanitaria”. Ha concluso Giulio Gallera, assessore al welfare della Regione Lombardia. Seppur siamo di fronte a modelli diversi, notiamo una certa volontà a confrontarsi da parte dei decisori regionali. Immaginare un unico modello pensato a livello nazionale e poi calato sui singoli territori, non è una soluzione che porterebbe a risultati positivi. Bisogna prendere ispirazione dai modelli migliori e adattarli in base alle peculiarità dei diversi territori”.