Nanoparticelle, un progetto italiano selezionato per lo studio in orbita

Il progetto Noemi, coordinato dall'Istituto italiano di tecnologia, si occuperà della stimolazione delle cellule per contrastare gli effetti negativi sul sistema muscolo-scheletrico causati dallo stress ossidativo che insorge durante una prolungata esposizione alla microgravità. Il trial avverrà sulla Stazione spaziale internazionale

Sul tema delle nanoparticelle, un progetto italiano è stato selezionato dall’Agenzia spaziale europea per condurre uno studio in orbita. L’ultimo in ordine di tempo tra i progetti che il nostro Paese ha condotto negli ultimi anni a bordo della Stazione spaziale internazionale.

Noemi

Il nome del progetto è Noemi. A sostenerlo c’è la Fondazione Cariplo e a coordinarlo è il gruppo Smart bio-interfaces di Gianni Ciofani, del Dipartimento di ingegneria meccanica e aerospazionale del Politecnico di Torino, dell’Istituto italiano di tecnologia. Il team di ricerca arriverà al Kennedy space center il prossimo 12 aprile. Qui verranno predisposti gli esperimenti che che voleranno il successivo 25 aprile verso la stazione spaziale. A questo lancio il team dell’Iit sarà l’unico italiano a raggiungere la Iss.

Applicazioni terrestri

Il progetto ha un obiettivo preciso. Stimolare le cellulare per contrastare gli effetti negativi sul sistema muscolo-scheletrico causati dallo stress ossidativo che insorge durante una prolungata esposizione alla microgravità. Oltre ai risultati scientifici attesi e al loro sfruttamento in ambito spaziale, vi sono altre possibili applicazioni sulla terra. Su tutte, per esempio, l’assistenza agli anziani o ai pazienti con patologie che condividono lo stress ossidativo come fattore eziologico.

Trial in orbita

Gli studi a bordo della Stazione spaziale internazionale consentono condizioni che sulla terra non sarebbero riproducibili. Per questo le indagini di team di ricerca internazionali e italiani, sperimentano in appositi laboratori a bordo della Iss. Il campo di studi più interessato è quello della degenerazione muscolare. Infatti la presenza di microgravità e quindi l’utilizzo limitato degli arti per gli astronauti, impone riflessioni profonde sul mantenimento della tonicità muscolare. In tutti i Paesi con una buone dose di tradizione scientifica si stanno portando avanti progetti simili. Le ricadute, ovviamente, non sono solo a beneficio di chi vivrà nello spazio per alcuni mesi. Anche per gli studi in Terra, chiaramente, ci saranno ripercussioni positive.