Funziona la terapia genica per la sindrome di Wiskott-Aldrich

Uno studio clinico realizzato dal SR-Tiget e pubblicato su Lancet Haematology ne conferma l’efficacia per i pazienti con questa malattia genetica rara e potenzialmente fatale che colpisce le cellule del sangue. Aiuti: “Tutti i pazienti coinvolti nel trial clinico stanno bene e il loro sistema immunitario è tornato a funzionare e produrre anticorpi”

sindrome di Wiskott-Aldrich

“I dati dello studio dimostrano che la terapia genica è una valida opzione di trattamento per i pazienti con sindrome di Wiskott-Aldrich grave, in particolare per chi non è disponibile il trapianto di midollo da donatore”. Sono le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori guidati da Alessandro Aiuti, vice direttore dell’Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica (SR-Tiget). Lo studio, pubblicato su Lancet Haematology, è stato condotto a partire dal 2010, su otto pazienti con sindrome di Wiskott-Aldrich (Was), trattati con un protocollo di terapia genicamesso a punto nei laboratori di SR-Tiget. A sostenere la ricerca l’alleanza tra IRCCS Ospedale San Raffaele, Fondazione Telethon e GlaxoSmithKline, trasferita a Orchard Therapeutics nel 2018.

Il gene sbagliato

Per capire il funzionamento della terapia genica, bisogna fare un salto indietro, alle cause di questa malattia genetica rara e potenzialmente fatale che colpisce le cellule del sangue. La sindrome di Wiskott-Aldrich è infatti causata da una singola mutazione nel gene che codifica per la proteina WASp. Gli effetti si manifestano principalmente a livello delle piastrine e delle cellule del sistema immunitario che sono presenti in numero ridotto e funzionano male. Le conseguenze per i pazienti sono gravi: continue emorragie, un rischio maggiore di infezioni, tumori e malattie autoimmuni e infiammatorie, oltre alla presenza cronica di eczemi diffusi sulla pelle. A oggi l’unica soluzione disponibile – benché non per tutti e con tutti i rischi associati – è il trapianto di midollo da donatore.

Il virus (buono)

Per provare a curare la malattia, i ricercatori hanno prelevato le cellule staminali del sangue dai pazienti e hanno inserito al loro interno la versione corretta del gene per WASp. In questo modo le cellule ingegnerizzate sono state in grado di differenziarsi in piastrine e globuli bianchi sani. Per inserire correttamente il gene nelle cellule malate, i ricercatori hanno utilizzato un vettore lentivirale. Un virus della famiglia dell’Hiv modificato e reso innocuo in laboratorio. L’idea è quella di sfruttare la naturale capacità dei virus di penetrare nelle cellule e rovesciare al loro interno il materiale genetico che contengono, utilizzandoli come veri e propri mezzi di trasporto intelligente per consegnare la terapia.

Il controllore

“Nelle cellule, oltre al gene, viene inserito anche un suo ‘promotore naturale’ – spiega Francesca Ferrua, pediatra prima firma dello studio pubblicato, insieme a Maria Pia Cicalese – il cui compito è controllarne la sintesi in proteina. Questo fa sì che le cellule del paziente, una volta trattate, producano la proteina WASp nella quantità giusta, in modo fisiologico. È un aspetto fondamentale per ridurre al minimo il rischio di qualsiasi tipo di effetto collaterale”.

I risultati

I risultati ottenuti parlano da soli. “Tutti i pazienti coinvolti nel trial clinico – il primo trattato nel 2010 e l’ultimo nel 2015 – stanno bene e non presentano più le continue infezioni, i disturbi autoimmuni e infiammatori o le gravi emorragie associate alla malattia” commenta Aiuti. “Il loro sistema immunitario è tornato a funzionare e produrre anticorpi. Il numero delle piastrine è aumentato considerevolmente, e anche se rimane inferiore alla norma, consente ai pazienti di fare una vita normale”.

I prossimi passi

Ora i prossimi passi si muoveranno all’interno di un nuovo studio clinico, partito da poco. Trial che “prevede il congelamento delle cellule staminali dopo la loro modifica con i vettori virali” come racconta Aiuti. Strategia che aprirebbe alla possibilità di trattare i pazienti in ospedali distanti rispetto ai laboratori dove vengono curate le cellule, attraverso la spedizione del materiale biologico dopo averlo opportunamente congelato. “Una possibilità che consentirebbe, nel prossimo futuro, di allargare e semplificare l’accesso a questo tipo di terapie” conclude Aiuti.